Ordine alle urne, senza voto elettronico e senza seggi in provincia

di Oreste Pivetta
Non solo il coronavirus. Ci sono anche le elezioni. Negli Stati Uniti, ma anche in Italia. Lì si vota per eleggere il capo della prima potenza al mondo, qui solo per rinnovare il consiglio nazionale e il consiglio regionale dell’Ordine dei giornalisti. Negli Stati Uniti si sono posti solo una volta il problema della data e l’hanno risolto inventando l’Electionoreste Day. Tra i giornalisti è invece in corso da mesi un tira e molla estenuante, anche in conseguenza di qualche ambiguità interpretativa della legge e delle disposizioni e pure di convenienze e d’opportunismi in varia forma. Ma è ovvio che il primo ostacolo allo svolgimento delle elezioni (tra l’altro, come si sa, in doppio turno, con prima convocazione, valida “quando intervenga la metà degli iscritti” ma sempre deserta, seconda convocazione e quindi ballottaggio) e la prima giustificazione è qui, purtroppo, tra di noi: il maledetto virus, l’obbligo quindi di evitare assembramenti, il dovere di scongiurare contagi tra gli elettori (già pochi di per sé: alle ultime votazioni, tre anni fa in Lombardia si presentarono mille colleghi quando gli aventi diritto iscritti all’Ordine sono ben più di ventimila). Che si sia potuto votare per il referendum, per regioni e città, persino per l’Ordine dei medici (in questi giorni) poco importa: i giornalisti sono evidentemente più contagiosi e più contagiati.
Ci sarebbe stata però la via per superare ogni problema: ricorrere al voto elettronico, Leggi tutto »

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Che sia smart, non mutilato. L’informazione resta opera collettiva

di Guido Besana
Credo che intorno al tema dello smart working in ambito giornalistico si sia realizzato un gigantesco coacervo di equivoci derivanti dai diversi aspetti della questione, dal vissuto dei singoli, dalle diverse traiettorie professionali, dalle diverse tecnologie disponibili, dalle diverse politiche aziendali.
Quello che è successo, e ancora sta succedendo, non era pensato o costruito per noi.guido manif 2019
La situazione emergenziale, con il suo portato di regole e deroghe alle regole, ha di fatto privilegiato il confinamento a domicilio di milioni di lavoratori, ognuno dei quali ha dovuto adattare la propria attività agli strumenti disponibili, aziendali o propri, e alla banda disponibile, pagata in proprio o dal datore di lavoro.
Fra i lavoratori si è verificato un drammatico digital divide, analogo a quello registrato tra gli scolari e studenti; una quota rilevante è stata tagliata fuori dai processi produttivi, anche se formalmente si trovava in lavoro agile. Intanto una parte del mondo del lavoro continuava nella vita precedente, Leggi tutto »

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Giornalismo morto? Macché, sta solo cambiando pelle

di Michele Urbano
Tanto per mettere le mani avanti, dico subito che non mi è ancora ben chiaro cos’è lo smart working, ma di sicuro è l’ultima prova di quanta confusione regni sotto i cieli del giornalismo italiano. Che parte da lontano. Anni Ottanta. Dopo il fenomeno delle radio private. C’è il fenomeno delle Tv commerciali. Fenomeni travolgenti che hanno due interlocutori principali. Le aziende (ossia la pubblicità) e la politica (ossia il consenso). Che impongono una nuova figura di specialista: l’addetto stampa, il comunicatore.michele in manifestazione

La loro è un’avanzata travolgente. Con una conclusione per certi aspetti paradossale in tempi di crisi: se c’è una professione che negli ultimi cinquant’anni, in un formidabile gioco moltiplicatore, ha ingrossato il suo esercito è proprio quella che all’origine aveva al centro il giornalismo. Leggi tutto »

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… se ci aspetta un’infinita solitudine

foto Orestedi Oreste Pivetta
Premetto: mi definisco un giornalista dell’era cartacea, avviato alla professione quando ancora esisteva la terza pagina e la mia massima aspirazione era scrivere un elzeviro, un giornalista del piombo (quello buono), gutenberghiano. Per questo non mi offendo se mi date del passatista, mentre provo a riflettere su un tema che ricorre in questi giorni come lo smart working, espressione che potrei tradurre come lavoro a domicilio (un giuslavorista, Pietro Ichino, lo definisce “lavoro agile”, quarto statoma non capisco in che cosa consisterebbe l’agilità), qualcosa che è sempre esistito, come è sempre esistita la parcellizzazione e quindi la specializzazione del lavoro. La sartine sorfilavano, imbastivano, rifinivano a casa le stoffe che il grande sarto, non ancora stilista, tagliava con perizia. C’era chi a casa avvolgeva bobine di fili elettrici che in fabbrica altrove per la commercializzazione. Molte di quelle aziende raccolte sotto lo slogan del “piccolo è bello”, che hanno innervato i nostri distretti industriali studiati da De Rita o da Bonomi, sono nate così, in un modesto appartamento o in uno scantinato.
L’avvento delle tecnologie informatiche ci ha regalato altre opportunità. Un esempio: una volta se dovevo pagare un bonifico mi recavo in banca, compilavo con bella calligrafia un modulo in duplice o triplice copia, affrontavo la coda, consegnavo carte e quattrini al cassiere o alla cassiera, Leggi tutto »

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Marina Macelloni presidente-bis dell’Inpgi

Marina Macelloni è stata oggi confermata presidente dell’Inpgi per il quadriennio 2020-2024, ottenendo 11 voti sui 14 votanti del Consiglio di amministrazione dell’Istituto. Marina Macelloni, milanese, 58 anni, redattrice-capo del Sole24ore, dopo aver ringraziato il CdA, ha ricordato “la grande sfida” che l’Inpgi dovrà affrontare nei prossimi mesi, quella dell’allargamento della propria platea contributiva: “Ho sempre pensato che l’Inpgi debba continuare ad essere un pilastro della nostra vita professionale e un punto di riferimento per tutti i colleghi. Farò tutto il possibile perché questo avvenga e sono certa di poter contare sulla collaborazione di tutti”.
Giuseppe Gulletta, 73 anni, giornalista pensionato, è stato riconfermato vicepresidente vicario con gli stessi voti. L’altro vicepresidente, riconfermato con voto unanime, è il rappresentante degli editori, Fabrizio Carotti: 56 anni e direttore generale della Fieg.
Già martedì scorso, 30 giugno, in apertura del Consiglio generale Inpgi chiamato ad eleggerne il CdA, Marina Macelloni Leggi tutto »

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Addio Pino Rea, rigore e bonomia. Avercene

di Oreste Pivetta
Nella sera del 7 luglio è morto Giuseppe Rea. Per tutti era Pino Rea. Si sapeva della sua malattia. Ma aveva solo settantasette anni e si sperava che ce la potesse fare ancora. Era nato nel maggio del 1944 a Grottaglie in provincia di Taranto. Era salito a Firenze nel 1975, quando aveva cominciato a lavorare come cronista al Nuovo. Dal 1976 e per alcuni anni era stato corrispondente dalla Toscana per la Repubblica. Dopo Repubblica era passato a Paese Sera, per concludere la sua carriera professionale all’Ansa. S’era molto occupato di giudiziaria, seguendo vicende di grande rilievo nazionale: dalla orrenda storia del “mostro di Firenze” alla strage mafiosa di via dei Georgofili.
Si era molto impegnato in battaglie sindacali, era stato presidente della Associazione stampa toscana e poi consigliere nazionale della Fnsi. Era stato tra gli animatori di Lsdi (Libertà di stampa diritto all’informazione) e di Isf (Informazione senza frontiere). Sapeva che a difesa di un mestiere che andava rapidamente e radicalmente mutando era indispensabile guardare in casa propria ma anche altrove e comunque sempre con scrupolo, con dedizione.
Da ultimo era stato eletto consigliere nazionale dell’Ordine e come consigliere dell’Ordine ho avuto l’occasione di conoscerlo e di frequentarlo, Leggi tutto »

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INPGI: nominato il nuovo Consiglio di amministrazione

 

MARINA MACELLONI

Il Consiglio generale dell’Inpgi riunitosi il primo luglio ha eletto i dieci giornalisti che faranno parte del nuovo Consiglio di amministrazione dell’Istituto, che risulta quindi così composto:

Marina Macelloni (voti 25); Giuseppe Gulletta (voti 18); Ida Baldi (voti 16); Domenico Affinito (voti 11); Elena Polidori (voti 10); Daniela Stigliano (voti 10); Carlo Parisi (voti 6); Giuseppe Marzano (voti 5); Claudio Scarinzi (voti 5); Massimo Zennaro (voti 5).

Il Seggio elettorale presieduto dal Direttore Generale dell’Ente Mimma Iorio – coadiuvata da 4 scrutatori e dalla presenza del Notaio con funzione di Segretario verbalizzante – ha registrato 60 voti validi con espressione di preferenza che – ai sensi dell’articolo 12, comma 3 dello Statuto – hanno determinato un quoziente elettorale pari a 6.

Pertanto, alla Lista n.1 “Stampa Democratica per Marina Macelloni”, che ha riportato 5 voti con un coefficiente elettorale di 0,83, è stato riconosciuto con il sistema dei resti un seggio; alla Lista n. 2 “Assieme a Marina Macelloni”, che ha riportato 5 voti con un coefficiente elettorale di 0,83, è stato riconosciuto con il sistema dei resti un seggio; alla Lista n. 3 “Controcorrente per Marina Macelloni”,  che ha riportato 25 voti con un quoziente del 4,16, sono stati riconosciuti 4 seggi;  alla Lista n. 4 “Tutti per Marina Macelloni”, che ha riportato 5 voti con un coefficiente elettorale di 0,83, è stato riconosciuto con il sistema dei resti un seggio; alla Lista n. 5 “Sos Inpgi per il futuro”, che ha riportato 14 voti con un quoziente del 2,33, sono stati riconosciuti due seggi, alla Lista n. 6 “Stampa Libera e Indipendente”, che ha riportato n. 6 voti con un quoziente di 1, è stato attribuito un seggio.

Il nuovo Consiglio di amministrazione dell’Istituto si riunirà l’8 luglio prossimo per procedere all’elezione del nuovo Presidente dell’Istituto, del Vice Presidente Vicario e del Vice Presidente indicato dalla Federazione Italiana Editori Giornali.

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Come cambiare la redazione con lo smart working…

Giornalismo e smart working. Sulla newsletter della Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi è iniziato un interessante dibattito che porta inevitabilmente a ripensare – e forse è la volta buona – il lavoro del giornalista, senza paure, senza nascondersi, senza ripensamenti. O si cambia o si muore, per dirla in un modo spiccio e brutale.

Francesco Facchini  foto di Daniela Tucci

Francesco Facchini
foto di Daniela Tucci

Noi di Nuova Informazione il dibattito lo avevamo aperto tanti anni fa, forse troppo presto perché venisse accettato. Bisognava aspettare gli effetti – tragici – per andare al sodo del problema, complice la pandemia dalla quale non si capisce ancora se ne siamo usciti o meno. Si è aperto un interessante dibattito si diceva. Il primo intervento è stato quello di  Giancarlo Tartaglia, segretario generale della Fondazione, quindi è stata la volta del nostro Raffaele Fiengo. Oggi si è unito un altro tassello alla discussione, con il contributo di Francesco Facchini, collega che il cambiamento del lavoro l’ha subito, elaborato e capito una decina di anni fa e che da allora studia i nuovi fenomeni. “Usandosi” come cavia, ha costruito un modello virtuoso e alternativo di business e di giornalismo. Qui il suo intervento.

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Il giornalismo è  un’opera comune

Sulla newsletter della  Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi è iniziato un interessante dibattito sul ruolo del giornalista oggi, complice l’uso – spesso improprio – dello smart working, il lavoro agile, disciplinato dalla legge 81/2017. Dopo Giancarlo Tartaglia, segretario generale della Fondazione, è la volta del nostro

 Raffaele Fiengo.foto Fiengo

“Working at home” durante le settimane paurose del Coronavirus è stato l’unico modo per portare in edicola e nelle case (dove eravamo tutti rinchiusi salvo brevi uscite ammesse per cibo, farmaci, giornali e sigarette) l’informazione qualificata, bene primario. A Milano ho fotografato più volte la fila all’edicola e mi ha scaldato un po’ il cuore. Pensare però che sia stato scoperto, come una mela caduta da un albero, un nuovo modo di fare i giornali (economico e innovativo) porta su una strada sbagliata.
Esiste un principio solido, collaudato, una costituzione materiale del giornalismo: “L’impostazione del lavoro giornalistico è il frutto di un’opera comune, al quale ogni giornalista è chiamato a partecipare secondo le sue competenze. Il direttore, e chi lo rappresenta, ha una funzione di guida che esercita solidalmente con l’intero corpo redazionale, nel riconoscimento delle rispettive prerogative”. Questo testo fu emanato Leggi tutto »

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Ansa. Cosa aspetta il governo ad intervenire?

Un tempo la gente diceva “L’ha detto la televisione”, e dunque era vero. Un tempo i giornalisti dicevano “L’ha scritto l’Ansa” e dunque era una notizia certa, verificata, da cui partire per costruire il pezzo. L’Ansa è una società cooperativa fra quotidiani e, siccome ogni giornale ha una proprietà, si potrebbe dire che i padroni dell’Ansa siano gli editori. Ma, come dice il proverbio, tanti padroni nessun padrone. E il portabandiera di tale libertà fu il mitico direttore Sergio Lepri, bravissimo, corretto, indipendente, mai più eguagliato, che resse l’agenzia, anzi l’Agenzia, per trent’anni. Per cui è come se il “piano di riorganizzazione” della proprietà ci toccasse tutti, uno per uno. Una proprietà che in piena pandemia, quando cioè più che mai occorre un’informazione di base anti-fake news, decide di mandare tutti i giornalisti in cassintegrazione per 24 giorni da giugno e in aggiunta di sparare sulla croce rossa, cioè di tagliare d’un quarto il budget per i collaboratori, cioè per i colleghi più deboli e precari… L’inevitabile risposta è stato uno sciopero di 48 ore. Fatto, ma che non è bastato. E dunque i giornalisti dell’Ansa non solo chiamano tutti i colleghi alla solidarietà, ma chiedono al governo un intervento deciso ed il prima possibile. Con questo Leggi tutto »

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