Vittorio Zucconi, ciao ragazzo

di Marina Cosi

Non era solo un collega, Vittorio, ma un coetaneo tanto bravo quanto divertente, figlio di un giornalista altrettanto bravo e ironico, Guglielmo, che diede fiducia a questa che vi scrive, allora neolaureata testarda e riccioluta – una specie di muflone femmina -, una sconosciuta che voleva fare la giornalista e non metteva in dubbio di poterci riuscire. Vittorio ci definiva “il circo Zucconi”. Era il gruppo dei giovani protetti di papà Guglielmo, pescati fra i suoi studenti della Scuola superiore della Cattolica. Se li trovava il sabato mattina a casa, in via Visconti Venosta. Poi di nuovo, negli anni, li reincontrava nelle redazioni perché tutti i ragazzi di Guglielmo, tranne uno che se ne andò a fare il docente universitario, fecero i giornalisti.

Andava, veniva, cambiava testata, ma ad ogni incontro, anche se erano passati anni, era affettuoso e insieme dissacrante come sempre. Scriveva benissimo, parlava ancor meglio, sempre corretto e comprensivo tanto con gli intervistati quanto coi colleghi. Merito del dna modenese, diceva lui, che però era milanese di nascita e pariniano senza troppa vocazione allo studio. Dei suoi meriti professionali, dei suoi libri, dei viaggi e dell’America ottimamente ne scriveranno domani tutti i giornali cartacei e già oggi l’online, ma ecco, qui ho voluto parlare dell’uomo, anzi no, dell’eterno ragazzo Vittorio. Avercene.

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