Vieri ci manda a dire…

Stamane, in un piazzale inondato dal sole e in una chiesa piena di amici, anche noi abbiamo salutato il collega Vieri Poggiali, abbracciando la moglie (e collega e amica anch’essa) Annabella Bassani, la figlia Barbara e la “nipotina” Sara. Colto, ironico e se serviva sarcastico, competente e combattivo Vieri non lasciava niente al caso. Aveva consegnato illo tempore un “coccodrillo” in Lombarda perché sui giornali di categoria, in caso di morte, “non scrivessero imprecisioni”. Eufemismo. Ma, ops, non lo si trova… Però lui aveva già apparecchiato una seconda opzione. Negli ultimi tempi, pur lucidissimo nonostante le difficoltà di deambulazione, aveva affidato alla collega Daniela Preziosi (il Manifesto) le sue preziose carte ed il compito di raccontare. Così Daniela ha potuto stamane tenere una commemorazione funebre ricca di competenza e passione, oltre che di coraggio poiché portata a termine nonostante la recentissima perdita del compagno Massimo Bordin (Radio Radicale).

di Daniela Preziosi

Solo poche parole per onorare un impegno preso con Vieri. Ho una pila di carte scritte da lui stesso, autoironiche, pungenti, divertenti, come era lui, scritte perché io le potessi utilizzare in questo frangente. Conoscete l’uomo e il suo stile, non voleva che mi disturbassi a ricostruire una sua anche breve biografia, non voleva pesare su nessuno. Ma anche, da uomo prudentissimo qual era, forse voleva evitare che dicessi qualche fesseria sul suo conto.
La sua vita è stata piena di Novecento, non solo il suo secondo Novecento – era nato nel ’34, aveva appena compiuto 85 anni – ma anche il primo attraverso la storia del padre Ciro, toscano, inviato speciale del Corriere della Sera, e quella della famiglia di sua madre, Euterpe, elleno-austro-triestina. Radici che lui sentiva fortissime. Un Novecento che raccontava con aneddoti in cui certo non si descriveva come un eroe. E invece la sua è stata una vita professionale e anche politica piena di fatti e personaggi, intrecciata talvolta coincidente con la grande storia di questo paese, la storia della prima Repubblica, la “sua” Repubblica.
I tempi della Cattolica, l’inizio con qualche conflitto con “l’autoritarissimo” – così lui lo definisce – padre Gemelli; il giornale universitario, inizio di un amore indissolubile per la sua professione; il 1953 , l’anno dell’ingresso in un circolo giovanile della Democrazia cristiana, e di lì l’incontro con Mattei, Vanoni, Cefis, nella Corrente di Base, un altro degli amori indissolubili della sua vita, di cui resterà sempre, elegantemente, nostalgico. Su questa nostalgia gli ho dato torto sempre, ma negli anni con sempre minore convinzione.
Poi il quotidiano “Il Sole”, di cui è stato vicedirettore, l’Inpgi di cui è stato presidente, il sindacato dei giornalisti, l’Ordine, gli anni intensi della Montedison, da cui già nel ’76 va via – scrive lui – “preveggente di un quadro politico italiano già allora in evidente disfacimento”. E poi la Rai, dove io l’ho conosciuto, autorevole analista economico.
Guardandosi intorno e osservando “il disfacimento”, scrive di sé “teme da allora un’involuzione graduale verso il reazionario del proprio superstite pensiero. E’ irrimediabilmente calvo. E’ altrettanto irrimediabilmente timido, nonché indeciso. E come tutti i timidi finisce però poi con l’assumere di colpo atteggiamenti non mediati e persino rudi, così sbagliando frequentemente”.
Una prosa sveviana, triestina. Vieri era il contrario dello stereotipo del giornalista veterano, era umile, non si prendeva troppo sul serio. Certo l’ignoranza lo irritava, e come dargli torto. Ma era un gran raccontatore di aneddoti pieni di spirito e raffinatezze, storie in cui si dipingeva goffo, per modestia, per eleganza. Era più indulgente con gli altri che con se stesso.
Come quando raccontava delle Suore Germaniche della Nostra amata signora, dove aveva studiato da bambino. Le quali negli anni di Hitler, durante le visite ufficiali degli ispettori, lo tenevano un po’ nascosto essendo l’unico poco o per niente ariano; e che invece dopo la Liberazione lo esibirono in primissima fila perché stavolta era l’unico a saper recitare in inglese il saluto al colonnello americano Charles Poletti.
O quando raccontava di essere stato convocato dall’ambasciatore sovietico – non faccio nomi ma ormai anche i torti sono andati in prescrizione – perché grazie a una sapiente attività di lobbyng era riuscito a non far pubblicare su nessun giornale italiano la recensione positiva di un libro del dissenso contro l’Urss: tranne che nel suo giornale.
O quando il suo maestro di canto – il maestro Graziano Mucci – lo spronava a intraprendere la carriera di tenore, perché Vieri aveva il “do naturale”. Ma lui vi rinunciò perché – scrive – “angosciosamente condizionato da un detto emiliano che non parla bene dei tenori” – ‘mbezil com’n tenòr -. Gli resterà però un altro amore indissolubile, quello per la lirica. Ricordo l’entusiasmo per il libro dedicato a sua nipote Sara, “Nonno mi racconti l’opera”. Uno scrigno. Ora “E fia ver? Improbabili logiche nei libretti d’opera” uscirà postumo dedicato “agli amici che l’hanno accompagnato lungo le sue scorribande di scribacchino”. Una rassegna delle incongruenze nei libretti, cose che solo lui, raffinatissimo conoscitore dell’opera” poteva mettersi a collezionare.
Ma Vieri conosceva profondamente la storia del nostro paese, non solo quella economica di cui soprattutto ha scritto e di cui i colleghi sanno. Era un uomo colto, gran conversatore, pessimista della ragione verso il genere umano, eppure indulgente: l’imbecillità del prossimo, l’ho già detto, lo irritava, eppure era sempre cristianamente disposto al perdono.
Per questo la cosa più importante per cui debbo qui ricordarlo è l’essere stato un uomo buono. Alla fine della sua vita era la cosa per cui più voleva essere ricordato. Buono, ma attenzione: di una bontà consapevole, illuminata dall’intelligenza, dalla conoscenza dalla vita, dell’animo, delle persone. Vieri sapeva che le vicende umane sono spesso difficili e per questo si adoperava per arrotondare spigoli, ammorbidire gli angoli, convinto com’era che la grandezza dell’essere umano sta nel non infliggersi più dolore di quanto la sorte non s’incarichi di fare di suo. Per questo aiutava le persone, era generoso. Un instancabile costruttore di ponti.
Per questo anche in tarda età, fino a ieri, andava a trovare i suoi anzianissimi colleghi anche comunisti, anziani come lui e più, lui che da democristiano al comunismo non perdonava niente, ma men che meno perdonava ai comunisti di dimenticare le persone nella solitudine degli ospizi.
Vieri amava la sua famiglia, di un amore profondo e cristianamente indissolubile. Amava Annabella, sua moglie, un’unione che data dal ’62 e che neanche le divergenze hanno davvero mai incrinato. Sua figlia Barbara, l’amatissima nipote Sara erano l’orgoglio della sua vita.
Voleva bene anche a noi amiche e amici. E qui dico una cosa per me durissima, ma che racconta bene Vieri. Negli ultimi giorni prima di andarsene sono stata colpita da un lutto irrimediabile. Lui cercava di consolarmi. Le ultime parole che mi ha detto e scritto sono: “Forza, non deprimerti, tieni duro”. Lui che se ne stava andando dalla vita, e lo sapeva, sentiva però l’ingiustizia di chi se ne andava accanto a me troppo presto. Questo per dirvi della sua qualità umana.
Trent’anni di conversazioni, di amicizia, di generosità, di confronto con una generazione – la mia – verso la quale non nutriva speranze. Un confronto anche difficile: quando l’ho conosciuto avevo vent’anni e portavo gli anfibi e il chiodo. Lui democristiano che guardava a sinistra, a me di sinistra – anche troppo per i suoi gusti – , ha insegnato che non c’è buona ragione che possa essere sostenuta con l’ignoranza e il pressappochismo. E che l’eleganza della gentilezza è un dovere morale, civile e anche professionale.
In questi tempi terribili la sua è una limpida lezione di umanità che oggi raccolgo come un impegno. La sua amicizia è stato un privilegio.

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