Via Laura Lepetit, femminista ed editrice

Un pezzo di Milano, di storia -e innovazione- dell’editoria, una colonna del femminismo, quello tosto di Carla Lonzi e quello vissuto in prima persona nella vita e sulle pagine. Raccontato cinque anni fa nella sua  “Autobiografia di una femminista distratta”. Questo e molto altro è stata Laura Lepetit, all’anagrafe Maltini, nata in un’Italia un po’ più ad est ma milanesizzatasi a 12 anni, in tempo per frequentare le scuole Medie e poi la Cattolica e poi sposarsi e lanciarsi nell’avventura d’una libreria diventata celeberrima, quindi fondare la sua Tartaruga e prima di venderla scovare scrittrici, tradurre, innovare, battersi, pubblicare ma anche dibattere nei luoghi del femminismo milanese, fare due figli e avere altrettanti nipoti, e  morta senza particolari dolori subito dopo aver festeggiato il suo 89esimo compleanno.

Il nostro dispiacere è grande, ma conta poco se resta tra le pieghe dei necrologi. Quanto a me la ricordo ai tempi andati, quanto tenevo La pagina dei libri sul Giorno. Gentile ma asciutta, sempre molto interessante, di quelle che esci dell’intervista ricca di spunti, ma anche spolverata da quel sottile disagio che ti dà la soggezione.

Ciò detto, passato il doveroso tempo della raccolta di commozione e ricordi sulle terze pagine dei giornaloni, delle riviste, dei diari in pubblico, dell’online insomma, occorrono manifestazioni concrete.

Tipo un’iniziativa che la ricordi in autunno e poi, in prospettiva, anche qualcosa di più duraturo, come intestarle una via o una biblioteca o dar vita a un premio.  O tutt’e tre, perché no?

Tocca al Comune di Milano, che batta un colpo.

Marina Cosi

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