Tutto si tiene: lavoro, dignità, princìpi

Tout se tient, diceva de Saussure. Può esistere la dignità e la libertà senza una fonte di reddito decente? Si possono esercitare scelte operative autonome senza avere obblighi e garanzie di dignità? No, mai. Ma soprattutto se il tuo mestiere è quello di giornalista. Dunque tutto è strettamente legato, “tutto si tiene”, anche tramite gli organismi di categoria: il sindacato (che per mandato tutela non solo le retribuzioni, ma la dignità stessa del lavoro), l’istituto (dove debbono comporsi le tutele previdenziali del sempre più composito mosaico giornalistico su carta, rete, parola, immagine…), l’ordine che detta e difende le regole della corretta informazione. Ci ha riflettuto sopra Oreste Pivetta, profittando dell’attenzione portata al tema dalle elezioni in corso. Più che condivisibile:

di Oreste Pivetta – In questi giorni di elezioni per il rinnovo dei Consigli dell’Ordine, mi sono riletto la legge n.69 del 1963, cioè “Ordinamento della professione di giornalista”, la legge istitutiva, firmata dall’onorevole Gonella, parlamentare democristiano.  Vorrei aggiungere: bel testo, soprattutto nei principi generali (un forte richiamo alla Costituzione), ma un testo che presenta tutti i limiti dei suoi sessant’anni, sessant’anni che hanno visto mutare radicalmente il sistema dei media. Ho riletto, pensando alle condizioni di lavoro d’oggi, di precari, free lance, cassa integrati e pure pensionati di nuovo alla scrivania, eccetera eccetera, cercando tra le righe qualcosa che facesse riferimento a soldi, quattrini, retribuzioni… Vanamente.

Ovvio. Che c’entra con il vile denaro un ordine nato per nobili finalità. Di soldi si deve occupare il sindacato. Se si discute di Ordine oggi, dei suoi compiti, se si ipotizzano proposte di rinnovamento, se si stendono programmi (elettorali), i punti cardinali sono sempre formazione, deontologia, accessi, master… Rimando però all’articolo 2,
esaustivo, della legge istitutiva: “E’ diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata all’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti della buona fede…” . Tra i doveri aggiunge: “… promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione tra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori”. Mi viene da dire: un altro mondo.

Cultura, professionalità, codici deontologici (riassunti qualche anno fa in un “testo unico”) dovrebbero essere gli strumenti per un mestiere libero, per un giudizio indipendente, per una onesta considerazione delle notizie e delle fonti, tutto quello che noi giornalisti dovrebbero desiderare. Ma come si fa a pretendere tanta responsabilità, un valore enorme se si pensa alla informazione come tra i fondamenti della democrazia, da giornalisti sottopagati, ricattati, senza tutele, esposti a qualsiasi ingiunzione dell’editore o , non dimentichiamolo, del direttore (giornalista, il primo che dovrebbe aver a cuore deontologia e formazione…), costretti a rispettare le “consegne”, pena la cancellazione di qualsiasi possibilità di collaborazione e quindi di pur minima remunerazione. Vale ovunque, grandi e piccole testate: la crisi (economica, politica, morale…) è un martello anche sulla testa dei cosiddetti garantiti.

Non chiedo all’Ordine di aprire vertenze o firmare contratti. Chiedo all’Ordine semplicemente che si batta perché venga rispettato un principio elementare. La “qualità” (completezza, onestà, rigore) si deve pagare: come la si può pretendere da un collaboratore a un euro al pezzo e poi via. E “qualità” significa sopravvivenza e magari rilancio per il sistema dell’informazione, significa difendere quella “fiducia tra la stampa e i lettori”, invocata dalla legge istitutiva. Vogliamo che “formazione” e “deontologia” abbiano un senso concreto? Le condizioni di lavoro rappresentano il punto di partenza, un obiettivo imprescindibile, che merita una comune battaglia politica: l’Ordine al fianco del sindacato.

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