Storie di ragazzi fucilati e di un cappotto nuovo

Roba di trequarti di secolo fa, era un 14 gennaio e faceva un freddo della madonna. Nove giovanissimi vengono fucilati all’alba. Ogni generazione fa le sue battaglie, allora contro il fascismo, la mia contro la repressione di Stato, oggi contro la Dad che marginalizza. Certo, la differenza è che i primi si sono giocati la pelle. Qui sotto la ricostruzione, terribile, di quell’uccisione e poi d’un’altra simile, due settimane dopo. Però il particolare che meglio dice di quei ragazzi è la storia d’un cappotto. Ovvero come pensare agli altri sino all’ultimo minuto. Dunque al campo sportivo Giuriati di via Ponzio 34, il 14 gennaio 1945, venivano fucilati dai repubblichini di Salò nove ragazzi del Fronte della Gioventù, d’età tra i 18 e i 22 anni. I nove, che si erano costituiti in “gruppo patriottico”, avevano nascosto un arsenale di armi e altro materiale in un orto di via Pomposa. Nota molto a margine: quindi a ridosso di corso Lodi allora c’erano gli orti “di guerra” e ora sorgono solo palazzi (vedi via Gluck, … là dove c’era l’erba ora c’è una città). I nove avevano cominciato distribuendo volantini, poi erano passati agli agguati a soldati tedeschi e militi repubblichini isolati per portar via loro le armi, quindi in un crescendo s’erano dati ad atti di sabotaggio. Ma qualcuno li aveva traditi e così il Battaglione azzurro, con sede in piazza Novelli, li cattura nel gennaio 1945 portandoli direttamente a Palazzo di Giustizia.

Qui va in scena una parodia di procedimento giudiziario al cui termine i ragazzi vengono affidati alle “cure” del suddetto battaglione repubblichino. Torturati, non parlano. Così il 14 di mattina presto, prelevati da San Vittore e condotti al Giuriati, vengono fucilati. I loro nomi: Bazzoni Sergio, Botta Renzo, Capecchi Arturo, Giardino Roberto, Folli Attilio, Serrani Giancarlo, Rossato Giuseppe, Rossi Luciano, Ricotti Roberto. In carcere il giovanissimo partigiano Ricotti il giorno prima riesce a scrivere un brevissimo messaggio, utilizzando un pezzo di carta da imballo, che verrà recapitato fortunosamente alla zia.  “Milano, 13 gennaio 1945. Cari parenti, non piangete, io muoio per un grande ideale di giustizia. Ai miei compagni lascio la mia fede, il mio entusiasmo, il mio incitamento. Roberto”. Passano due settimane ed il 2 febbraio 1945, dopo un analogo processo farsa, vengono fucilati dai repubblichini, sempre al Campo Giuriati, cinque gappisti: Luigi Campegi, Venerino Mantovani, Oliviero Volpones, Vittorio Resti, Franco Mandelli.
Luigi Campegi detto Gigi aveva comandato per quattro mesi la terza Gap, in sostituzione di Giovanni Pesce (che aveva dovuto lasciare Milano dopo essere sfuggito alla soffiata di una spia, trappola in cui invece cadde Nori Brambilla, finita nel carcere di Monza, da lì a San Vittore e poi nel campo di concentramento di Bolzano-Gries). Durante l’interrogatorio Campegi così risponde a tre domande: se ha partecipato ad una certa azione, “Non ho partecipato, ma l’ho ordinata”; cosa farebbe se fosse posto in libertà, “Ricomincerei”; se vuol avanzare domanda di grazia, “La chieda Mussolini, può averne presto bisogno”.  Però chiede ed ottiene di lasciare un biglietto: “Milano, 1 febbraio 1945. Cari amici, sono stato condannato alla pena capitale, mi raccomando non fatelo sapere ai miei genitori. Non piangete per me. Vado contento con dodici miei uomini, spero di scrivervi ancora. Vi abbraccio tutti. Gigi”.

Prima di essere fucilato Campegi esprime il desiderio che il suo cappotto venga donato a un povero; quindi se lo toglie perché le pallottole e il sangue non lo rovinino … 

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