Ridisegnare i confini, superare le barriere

punto esclamativoUna riflessione, parziale, sul mondo del lavoro giornalistico, sulla sua possibile ridefinizione sistematica, sul suo ruolo in un mondo profondamente cambiato dalla crisi economica e dalla trasformazione del quadro politico e culturale.

I tanti modi in cui oggi si realizza il lavoro giornalistico vanno ricondotti a una unità chiara e ineludibile, quale precondizione per qualsiasi intervento politico sindacale nel settore.

Cominciamo dai tanti modi?

Il modello “digital first” del New York Times, le cui centinaia di giornalisti realizzano prodotti informativi pensati per le più diverse piattaforme distributive, utilizzando tecnologie e modi narrativi diversi, riesce ancora a dare un senso economicamente e professionalmente rilevante al quotidiano stampato, ma lo fa come “sottoprodotto” ( absit…) di una ragnatela di video, podcast, realtà virtuali e aumentate, blog, grafiche multimediali interattive, inchieste, reportage, approfondimenti, data mining, affiancati alle cronache rasenti il gossip, un consapevole rischio di contaminare l’informazione di servizio con il product placement, un enciclopedico supplemento dedicato alla cucina e tutto quello che per la direzione del giornale può tornare utile alla diffusione; a patto che sia gestibile come corretto giornalismo.

La single trentenne laureata in scienze della comunicazione che scrive brevi di cronaca da una città lontana dalla sede del quotidiano che la paga una miseria e non riesce a arrivare alla fine della seconda settimana se non facendo una miriade di “lavoretti”, quelli che la allontanano dalla esclusività professionale, vede il sistema dell’editoria come un incubo in cui è stata trascinata da una passione inspiegata, vede gli enti di categoria come un sistema organizzato di gabelle e ostacoli, mal sopporta una formazione che percepisce come una muffa, tanto adatta a noi burocrati degli enti di cui sopra; è pronta a fare articoli spudoratamente pubblicitari, tanto il suo mondo è pieno di marchettari che si spacciano per giornalisti.
Il vicecaporedattore sessantatreenne di un telegiornale che vede intorno a se giovani ( si fa per dire, hanno almeno dieci anni di gavetta alle spalle ) in grado di fare riprese, montare servizi in digitale, lavorare sui social network controllando e gestendo al contempo l’emissione dell’ultima edizione dalla terza tastiera, mentre lui senza cameraman, montatore e assistente alla regia non saprebbe raccontare un furto di patate, si domanda per quale maledetto gioco del destino non ha potuto andare in prepensionamento cinque anni fa, come il suo amico di una vita, assunti assieme in un quotidiano, che ha approfittato di una legge 416 che come tante altre leggi ha diviso in due il mondo del lavoro.
Il quarantasettenne caposervizio ad personam, “scrivente” ma non solo, che lavora 65 ore a settimana per un mensile che regge l’urto del crollo delle vendite e della pubblicità, che ha imparato a lavorare a velocità doppia, a essere più cattivo del mercato, a assumersi i compiti di tutte le figure intermedie vecchio stile, dal photoeditor al buyer, dall’editor incaricato al budget manager, che non ha avuto problemi a prendersi in carico la gestione dei turni, delle ferie, delle chiusure, che coordina decine di collaboratori, ma solo quelli fino ai dodicimila euro l’anno, sa che la crisi è un’opportunità, ma non ha ancora capito in che senso.
I ventenni che praticamente hanno imparato a leggere e scrivere dopo la nascita di Facebook, che vogliono aprire una loro testata, che scrivono compulsivamente cose come: “l’odg voluto da Mussolini”, “l’iniquo balzello dei contributi previdenziali”, “che già su 300 euro nette l’anno pago le tasse figuriamoci l’inpgi2 e la quota dell’ordine”, “questi stronzi accreditati che a me non mi lasciano entrare” e pontificano su cosa sia oggi l’informazione in Italia, mentre tutti noi professionisti dalla pelle dura siamo ormai solo pronti a guardarli con compatimento, per il loro desiderio di entrare in un mondo che consideriamo morto e sepolto in cui invece credono comunque di poter ottenere successo.

Per ricondurre questi e tanti altri modi a unità chiara e ineludibile bisognerà definirla, questa unità, o no?

Effettivamente se si parte dai fondamentali non dovrebbe essere così complicato. Proviamo.

Il primo tratto di questa identità o unità definitoria è, inevitabilmente, che si tratta di un lavoro.
Perchè l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, e da questo fondamento bisogna comunque partire, ma anche prchè se siamo un sindacato lo siamo in quanto organizzazione di lavoratori. Non un’arte quindi, un mestiere, una professione, un modo di essere vivere e sentire, no, un LAVORO.

Quindi ci sono un lavoratore, un committente, un’opera, un compenso. Tutti e quattro, inscindibili. Un discorso a parte andrà fatto per il caso in cui il lavoratore sia imprenditore di se stesso, coincida cioè col committente.

Il secondo tratto definitorio è la natura dell’opera.
Contenuto informativo, prodotto editoriale, pezzo, articolo, servizio, elaborazione, redazione e impaginazione, produzione giornalistica; nel corso degli anni, e dei rinnovi contrattuali, la definizione si è un po’ ampliata e un po’ sparpagliata.
Tuttavia rimane fermo che si tratti di un’opera informativa di mediazione intellettuale che fornisce al cittadino una rappresentazione veritiera della realtà. Il termine “informativa” viene preferito, se possibile nel contesto, a “giornalistica” e a “editoriale” in quanto si riferisce più al cittadino che non a giornalista e editore.
I mille modi in cui questa rappresentazione può essere formata, costruita, declinata, e in cui può giungere al destinatario attraverso mezzi e linguaggi diversi, sono parte delle capacità del lavoratore e della disponibilità di strumenti.

La natura dell’opera definisce sia il lavoratore sia il committente: entrambi debbono riconoscere l’interesse del cittadino a una informazione veritiera come elemento fondante e imprescindibile della loro relazione, sia nel caso in cui in un’impresa organizzata si realizza il potere duale con la figura del Direttore responsabile sia nei casi sempre più numerosi in cui questa figura non esiste, perchè non esiste una testata registrata con i conseguenti obblighi, e basti pensare alle società di servizi, o a buona parte degli uffici stampa, sia in quelli in cui esiste la figura del direttore ma non costituisce un contrappeso deontologico della proprietà, ovvero nei casi di piccole e medie imprese in cui il direttore e la proprietà coincidono nella stessa persona.
Il caso limite, quello in cui il committente è un’impresa non editoriale e il lavoratore è un comune libero professionista, mette alla prova la solidità della garanzia di veridicità offerta al cittadino. In questo senso l’idea che sia necessario in Italia uno Statuto dell’impresa editoriale diventa quella che serva qualcosa di più, uno Statuto dell’attività giornalistica che permetta di equilibrare il potere negoziale di giornalista e committente.

Si viene così, inevitabilmente, al terzo tratto caratterizzante, quello economico.
Mettiamo da parte, in maniera esplicita e definitiva, l’idea che si possa continuativamente produrre distribuire e vendere un prodotto informativo e con i soldi della vendita pagare chi ci lavora e trarre un profitto. Non è un’impresa sostenibile, a meno che si considerino i tanti fattori che nel tempo hanno invece permesso l’esistenza di un mondo editoriale.

Il primo fattore, quello che ad ogni ondata innovatrice si ripresenta, è il rapporto di fidelizzazione, quello che permette, dato un livello qualitativo elevato o la affidabilità nella copertura di determinati interessi, di avere una platea di abbonati. Gli abbonati digital del New York Times o del Guardian non sono diversi dagli abbonati di Netflix o di Sky cinema, e in fondo non sono diversi neanche dagli abbonati del Messaggero di S. Antonio o di Radio Popolare. Sono anche, per altri versi, accomunabili agli iscritti ai social network, ma dimentichiamocene per un po’. Svolgono una funzione analoga al canone per il servizio pubblico radiotelevisivo, ma senza l’intermediazione dello Stato. Corrispondono cioè a un valore che il pubblico, la comunità, attribuisce al prodotto; e nel caso del prodotto informativo costituiscono la conseguenza più concreta dell’importanza dell’informazione per i cittadini, una sorta di rappresentazione dell’Articolo 21 della Costituzione.

Il secondo fattore, quello della tradizionale vendita in edicola e del suo moderno omologo dei modelli a pagamento dei contenuti digitali, dagli e-book alle Olimpiadi in streaming ai podcast più incredibili, è un’alea che da sola non regge; fondamentale, da non dimenticare in alcun piano industriale, ma storicamente insufficiente. Il break-even non lo si vede mai, salvo smentite.

Il terzo fattore economico è quello della mano pubblica, su cui nel nostro Paese sembra sempre impossibile trovare un punto di equilibrio tra la necessità e l’efficacia, con le conseguenze che ben conosciamo.

E si arriva infine, ovviamente, agli aspetti più commerciali, la pubblicità e le attività collaterali. Se un editore è anche produttore di sciarpe, allega sciarpe ai suoi settimanali sui quali pubblica pubblicità di sciarpe e in questo modo fa girare abbastanza soldi per assumere un giornalista cosa succede quando a quel giornalista viene chiesta una approfondita inchiesta sulle sciarpe?
Proviamo a diluire la soluzione, immaginiamo che le sciarpe siano prodotte dal fratello dell’editore. Cosa cambia?
O che le sciarpe siano prodotte da uno che è socio del fratello dell’editore in un’agenzia di viaggi.
Cosa cambia?
O che il fratello dell’editore sia un parlamentare eletto nel distretto produttivo delle sciarpe.
Cosa cambia?
Possiamo diluire l’imbarazzo fino a dosi omeopatiche, per chi ci crede, ma la questione rimane la stessa: se l’identità del produttore di sciarpe può influenzare il redattore dell’approfondita inchiesta sulle sciarpe crolla l’archivolto della veridica rappresentazione dei fatti, cioè non c’è più giornalismo.

La forma dell’opera

Oggi, e in realtà da lunga pezza, la forma dell’opera informativa è diventata determinante per le dinamiche che consente e crea.
La forma digitale già esiste nell’ultimo quarto del secolo scorso, in alcuni ambiti, col nuovo secolo diviene imperante ma mai vincolata ad uno standard. Ad ogni tentativo di codificarla nei flussi di lavoro organizzato segue inevitabimente un capovolgimento. Masse incredibili di denaro sono state investite in sistemi editoriali avanzatissimi che il mattino dopo venivano superati da prodotti più leggeri, più gestibili e a volte gratuiti. Oggi aziende di grande rilievo svolgono i medesimi cicli produttivi con due o tre “suite” diverse per diffondere prodotti informativi analoghi che i loro collaboratori esterni realizzano con software completamente diversi ma compatibili.

Si può comunque dare per acquisito che ormai hardware e software sono giunti a livelli di costo, usabilità e compatibilità tali che i mezzi di produzione dell’opera informativa digitale non costituiscono più una barriera all’entrata nel mercato.
Contrariamente al costo di una tipografia, di una rete di distribuzione fisica con propulsione prevalente a gasolio che tenga conto dei resi dalle poche edicole sopravvissute al decennio della grande crisi.
E’ però chiaro che anche le altre modalità di distribuzione del prodotto hanno costi elevati.
Le infrastrutture di rete e la banda trasmissiva non sono gratuite, e se l’informatizzazione delle edicole è un problema lo è anche la net neutrality, con tutto quel che queste problematiche comportano come costo nel rapporto con il legislatore e il potere esecutivo.
Il basso costo di ingresso è quello che sperimenta l’imprenditore di se stesso o la pmi, che non si pongono il problema del rapporto con gli “over the top” o con i gestori di rete e accesso perchè possono operare sul mercato con poca ampiezza di banda; oppure perchè lavorano come fornitori di chi questi problemi se li gestisce già. Il guaio è che anche grandi aziende tradizionali considerano la conversione al digitale partendo dai parametri del basso costo di ingresso, per cui da un lato non investono e dall’altro, producendo a livello quasi amatoriale, non ricaveranno mai un fatturato significativo.
Un grande editore deve porsi dei problemi di sostenibilità della diffusione che un blogger non avrà mai. Ma un blogger può essere un giornalista o un non giornalista, può interessare al grosso imprenditore per la sua produzione informativa veritiera e di qualità o per la sua capacità di generare traffico “a prescindere”, col video del proprio tatuaggio uguale al marchio delle scarpe del divo che gli ha autografato il libro del suo amico produttore di sciarpe. E questa è l’altra situazione in cui crolla l’archivolto della veridica rappresentazione dei fatti, cioè non c’è più giornalismo.
La permeabilità tecnologica del settore informativo è, alla pari della sua permeabilità economica, un confine da ridisegnare.
E’ evidente che non si possono porre barriere di ingresso, un abitante del pianeta su tre (ricordiamoci che non esiste solo Facebook, che ne conterebbe uno su cinque ) è già oggi in grado di definirsi come “persona che informa altre persone”.
Tuttavia che la forma digitale sia ormai standard non significa che l’informazione abbia la forma dell’acqua, e possa stare in qualsiasi coppa, tazza, bicchiere o pentolino.

Mi consento un esempio.
Il prodotto informativo frutto del mio lavoro può essere un servizio televisivo di un minuto che racconta di un incidente stradale. Da questo prodotto digitale, non materiale, si può evidentemente trarre un segmento di un notiziario televisivo, un segmento visibile in streaming con un terminale mobile, un video con attaccato uno spot su Youtube o simili che passa sulla consolle per videogiochi, un file audio per un notiziario radiofonico, un testo da pubblicare su un sito o su carta o in un’app di una testata; però già a questo livello si dovrebbe obiettare che il testo scritto non ha le mie declinazioni significanti usate nella lettura, che manca il rapporto con le immagini, che senza l’effetto dell’audio di fondo, presente nel servizio tv ma non nel testo stampato, viene meno una informazione significativa. Se cioè io avessi scritto un breve pezzo per la carta avrei usato in modo diverso le informazioni che avevo, informazioni che nel linguaggio televisivo ho affidato alle immagini e ai suoni.

Il controllo sull’opera informativa, nella sua forma finale destinata al cittadino, deve essere di chi ha l’obbligo di fornire una rappresentazione veritiera della realtà.

Anche se l’opera è diventata “liquida”, e quindi ipoteticamente riutilizzabile in mille modi da chi ne acquisisce una qualche forma di “proprietà”.

La proprietà dell’opera, e il suo controllo

Il principio sancito nel “vetusto” CNLG Fnsi-Fieg secondo il quale un articolo modificato senza il consenso dell’autore deve essere pubblicato senza firma assume oggi un’importanza cruciale. E’ certamente necessario che tutte le parti in causa nella regolamentazione dell’informazione, regolamentazione in senso lato, ne condividano la declinazione attualizzata.
Se un’opera informativa viene modificata da chi non ha il ruolo di garante della sua veritiera corrispondenza alla realtà il cittadino che la riceve deve esserne informato, esattamente come deve essere informato del modo in cui sono vissute le galline che gli forniscono le uova, chiuse in gabbia e riempite di farmaci o libere di razzolare in un’aia non inquinata.
Questo significa che l’opera informativa deve contenere al proprio interno un resoconto della sua formazione, che dia conto di autori originali e autori di successive modifiche e che sia leggibile per il cittadino. In altri termini qualunque prodotto giornalistico o editoriale dovrebbe contenere dei metadati che ne attestino l’origine e l’affidabilità.
Questo non significa che il singolo “lettore” deve andare ogni volta a leggere l’etichetta come se si trattasse del foglio illustrativo di un farmaco. Significa invece che l’interfaccia, l’applicazione che viene usata per leggere, può tingere di un colore il prodotto DOCG e di un altro colore il prodotto figlio di nessuno. E se poi il prodotto DOCG dovesse risultare adulterato? Il cittadino dovrebbe avere la garanzia che chi ha adulterato il prodotto venga messo fuori gioco, sanzionato, sospeso o escluso dall’attività, e dovrebbe quindi avere il diritto a ricorrere ad una autorità garante della correttezza dell’informazione che, se possibile, agisca in 24 ore. Non dovrebbe essere difficile riformare in tal senso le norme sulla Stampa e quelle ordinistiche. Ma su quanto queste norme siano vecchie e bisognose di una rinfrescata ci sarebbe da scrivere tanto quanto è stato scritto negli ultimi cinquant’anni.

Il ricorso sistematico ai metadati ha un altro motivo di interesse, quello economico. La tracciabilità dell’opera permette ai detentori dei diritti di sfruttamento economico di esigere il dovuto compenso, e questo riguarda sia gli autori sia i committenti. Fermo restando che nel settore dell’informazione diritto d’autore e copyright sono concetti molto ambigui, che spesso vengono sfruttati proprio per la loro inappropriatezza, accoppiare l’implementazione della tracciabilità, che non può ridursi all’informatizzazione delle edicole cara da lustri agli associati Fieg, a una modulazione delle licenze d’uso che riconosca la differenza tra un cronista e un romanziere, o un compositore, sarebbe opera necessaria e probabilmente molto utile a tutti gli interessi in gioco. Possibilmente senza farsi trascinare in ridicole polemiche sul Grande Fratello che tutto vuol controllare. In fondo l’interesse della recente tentata riforma europea del copyright stava nell’esigibilità di una retribuzione per gli editori da parte degli over the top che potrebbe coincidere nell’egual diritto dei giornalisti di fronte agli editori stessi. La tracciabilità dell’opera informativa è stata una richiesta del sindacato dei giornalisti italiani che è andata di pari passo con la battaglia per l’equo compenso per il lavoro autonomo.

l’interesse pubblico a tutelare un singolo indifeso

Dovrebbe bastare l’elenco dei giornalisti minacciati dalla criminalità organizzata e un riassunto delle informazioni che forniscono al Paese per capire che chi svolge una funzione informativa non può e non deve essere lasciato solo, indifeso, esposto; e ormai, proprio per la ridotta soglia di accesso economica e tecnologica sopra ricordate è sempre più frequente che a “coprire” determinati settori, a informare su specifici territori e su specifici interessi sia un singolo, una giornalista freelance, un telereporter indipendente.
Anche perchè le realtà editoriali organizzate sono sempre più striminzite, sbandierando la crisi economica o patendola veramente hanno ridotto gli organici, stretto la cinghia e sempre più spesso sono ridotte a sola gerarchia, a semplice cucina che sforna pietanze provenienti da fuori, o dalle agenzie o dai collaboratori, dalle persone che vivono da sole questo lavoro invece di viverlo come impresa collettiva.
La Redazione, il luogo in cui si imparava, si cresceva e si vedeva prender vita l’opera collettiva dell’ingegno ormai è un ricordo, una rarità.
E’ quindi necessario ridefinire il perimetro, spostare le bariere e ridisegnare i confini dell’intero ragionamento sull’informazione: l’opera informativa è prevalentemente un’opera individuale , e questo vale in fondo anche per chi sta dentro alle redazioni, sempre più spopolate, con scrivanie vuote e con rarissimi compagni di banco, di strada, di lavoro.
Ripensare il settore dell’informazione in questo Paese, in questo tempo, ha senso solo se si considera la fondamentale solitudine delle giornaliste e dei giornalisti.

la necessità di un sistema libero e regolato al contempo

Vale sempre la pena, che in realtà è un piacere, di riportare il testo della Costituzione (tralasciando la parte sul buoncostume.
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la
parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria
nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo
autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva
per l’indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo
intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può
essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente,
e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria.
Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro
s’intende revocato e privo d’ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti
i mezzi di finanziamento della stampa periodica.”

La carta prevede dei limiti al sequestro che sono analoghi a quelli di cui all’articolo 13 sulla reclusione del cittadino, ma per la stampa si deve operare nelle 24 ore più 24 ore, per il cittadino nelle 48 più 48.
L’opera informativa può essere fermata meno del cittadino.
Tuttavia la nostra Costituzione prevede che ci sia una legge sulla stampa.
Sarebbe tempo di porre mano, invece, ad una legge sull’informazione che vada oltre il confine limitato delle tipografie, e a una normativa sul settore della comunicazione che tenga conto dell’intero ecosistema delle connessioni umane.
Il Sistema Integrato delle Comunicazioni partorito dalla legge cosiddetta Gasparri, che doveva far risultare piccolo il fatturato delle televisioni commerciali, in realtà è oggi un piccolo settore dell’intera partita in cui le oscillazioni di borsa tra Time Warner e Comcast spostano in qualche ora più del fatturato pubblicitario annuo di tutti i periodici italiani.
E quindi bisognerebbe portare in alto le barriere a difesa della concorrenza e le responsabilità per i contenuti, perchè nessuno deve essere spazzato via dal mercato per il ghiribizzo di un Bezos, ma contemporaneamente non è accettabile che Facebook faccia utili sfruttando opere informative prodotte a una scala più bassa, quale quella di una testata italiana, senza pagare per l’opera svolta da chi le ha realizzate e senza assumersi le responsabilità di un diffusore di contenuti, cioè di un editore.
L’idea che le grandi piattaforme digitali internazionali debbano essere sottoposte a vincoli analoghi a quelli previsti per l’editoria, nei singoli Paesi e in futuro a livello internazionale, dovrebbe marciare di pari passo con la loro assoggettazione ai regimi fiscali dei paesi in cui operano e guadagnano, o per lo meno ricavano.

la mano pubblica, tra regole e risorse

Se si leggono le relazioni dell’Agcom ( quella sul 2016 nell’esempio ) ci si imbatte in frasi come questa: “..le risorse economiche del settore delle comunicazioni … ammontano complessivamente a circa 53,6 miliardi di euro.” E poi:”telecomunicazioni … circa 31,9 miliardi … media ( televisione radio editoria e internet ) circa 14,7 miliardi di euro … e servizi postali, circa 7 miliardi di euro”.
Andando avanti a scorporare si arriva a un fatturato di 3,822 miliardi per l’editoria ( quotidiani e periodici ). Poco più del 7% del mercato osservato dall’agcom. E è quella fetta di mercato per cui esiste una normativa sull’editoria che tiene conto dell’esistenza del giornalismo e dell’articolo 21 della Costituzione. Un paragone efficace è quello con il fatturato dei servizi di corriere espresso, 4,061 miliardi. La ridefinizione del comparto, settore o ambito risulta urgente, se per editoria si continua a intendere quel pezzo e solo quello dell’attività economica del Paese si arriva necessariamente a definirla residuale. Ragionando invece su quali ambiti siano interessati dalla diffusione di opere informative si deve prendere in considerazione sia banalmente l’emittenza radiotelevisiva, con un fatturato che sfiora i 9 miliardi, sia la gran parte di quel che genericamente viene chiamato Internet, con i suoi due miliardi di fatturato, sia una fetta difficilmente quantificabile ma sicuramente rilevante dei 16 miliardi di fatturato delle telecomunicazioni in mobilità, che dei contenuti informativi fanno una rilevante fonte di traffico.

diritti e doveri

Il diritto di cronaca, il diritto ad essere informati, il dovere di informare in maniera veritiera e completa. Sono i tre cardini su cui va basata l’informazione. Sono gli elementi in base ai quali la prevalenza della immediata pubblicazione o diffusione, malattia congenita dei social media in particolare, ma del digitale in generale, non deve essere rilevante nel lavoro giornalistico, non deve quindi essere un prerequisito dell’opera informativa. Se teniamo fermo il requisito che il controllo finale dell’opera informativa deve ricadere sul giornalista definiamo delle regole operative che, indipendentemente dal medium, attuano l’articolo 21 della Costituzione e, sia detto solo per inciso, risolvono alla radice il problema delle fake news trasformando le bufale in non-notizie, opere di fantasia. ( in effetti bisognerebbe anche perdere l’abitudine di considerare i social network come fonti di notizie in se ). Insieme all’autorità garante della correttezza dell’informazione questi principi possono essere la base dello Statuto dell’attività giornalistica.

Conclusioni pratiche e azioni conseguenti

In base a questi ragionamenti ritengo che le Strutture in cui si è organizzato il giornalismo italiano, in primis la FNSI, debbano muoversi secondo alcune linee:
• Riaprire il confronto con il legislatore per una nuova normativa sulle risorse del sistema informativo nel suo insieme, non per settori (editoria, emittenza locale, emittenza nazionale e telecomunicazioni), ponendo il discrimine dell’informazione professionale quale distinzione dal settore delle comunicazioni in senso lato.
• Chiedere che il legislatore ponga dei tetti alle concentrazioni di fatturato e diffusione, anche qui superando le vecchie categorie mediatiche, e ridefinisca l’intervento pubblico di sostegno al pluralismo, in nome dell’articolo 21, risolvendo anche una volta per tutte il problema delle false cooperative editoriali.
• Giungere attraverso l’azione coordinata degli Enti di categoria, a una nuova definizione di Giornalismo e di giornalista, che abbia valore di legge e che contempli la via universitaria.
• Superare lo stallo sull’equo compenso, riunificando il percorso della legge di settore con quella generale per le professioni e la norma sui compensi delle pubbliche amministrazioni; i pronunciamenti del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato vanno a sostegno della proposta originaria della Commissione Nazionale Lavoro Autonomo della FNSI, il compenso a giornata, e non v’è motivo per perdere ulteriore tempo.
• Proseguire il lavoro per giungere all’attuazione della legge 150, tenendo fermo il valore del CNLG FNSI FIEG come approdo di trattative che non potranno essere smontate unilateralmente dalle amministrazioni firmatarie.
• Definire un nuovo contratto tipo che sia alla base del rapporto di lavoro autonomo, andando oltre la lettera d’incarico.
• Riprendere il confronto con la Fieg per un rinnovo contrattuale che sia davvero al passo coi tempi e non sia più ostaggio di una crisi ormai superata.
• Avviare un ampio progetto di formazione sindacale per tutta la categoria, che torni a valorizzare i diritti e a condividere gli strumenti per fare fronte ad Aziende troppo miopi.
• Avviare, in una sede ampia, una riflessione politica sui valori costituzionali che ispirano l’attività dei giornalisti e dei loro Enti sul terreno ideologico e valoriale del nuovo secolo.

Guido Besana,
Luglio 2018

Questo inserimento è stato pubblicato in Senza categoria. Metti un segnalibro su permalink. Sia i commenti che i trackback sono chiusi.
  • L’editoriale

  • News


    Visualizza tutte le news