Rcs, ma chi l’ha condotta sull’orlo del baratro?

baratroRcs dunque. La discussione sul massacro dei Periodici ha impiegato un po’ a carburare, poi è esplosa. La si trova quasi per intero fra i commenti al pezzo che segue (“Il dito… la luna”). Ora ed in particolare dopo l’intervento di Piero Pantucci – storico Cdr, in una grande stagione dell’editoria italiana -, Guido Besana prova a tirare le fila. Ma, come si dice, non finisce qui… Né la discussione né le iniziative al fianco dei colleghi e delle regole calpestate. 

di Guido Besana  

 Permettetemi di dire due o tre cose da un punto di vista diverso, quello di un sindacalista che non sta in prima linea su questa strana vertenza, visto che sono altri colleghi ad occuparsene.  Quella di RCS è oggi, in questo tempo e in questo spazio, una vicenda folle.

C’è un’azienda che di fronte a un baratro finanziario corre ai ripari predisponendo un piano industriale ( che sarebbe curioso leggere ) che possa convincere i soci a ricapitalizzare. E siccome tra i soci ci sono le banche che devono tirare fuori le linee di credito per sopravvivere quel che chiedono le banche è legge. Sembra, ed è, una semplificazione; ma secondo me non si allontana molto dalla verità.
Cosa dice questo piano lo sappiamo: signori, si taglia.
A questo punto questa azienda si permette di fare una cosa a mio modo di vedere inaccettabile: divide i lavoratori.
Teniamo presente che l’ultima grande operazione di architettura societaria è stata quella di portare tutto nella stessa azienda, quotidiani e periodici, le varie aziende dei periodici. Però RCS in questo momento si comporta come se esistessero ancora società separate.
E parlando solo di tagli inizia a trattare con alcuni e non con altri. Come al solito apre un canale di privilegio con il cdr del Corriere, un altro canale con il cdr della Gazzetta, un martellamento di stampo terroristico nei confronti dei periodici.
Agli uni dice che devono mollare qualcosa, agli altri che conviene allinearsi, agli ultimi che se nessuno li vuole verranno chiusi. E in questo la divisione operata sui giornalisti dei periodici è doppia, ad alcuni viene detto che si salveranno, ad altri che non contano più nulla tanto che le loro testate devono morire, e sei mesi prima della data dell’esecuzione sono già date per spacciate. Con gli effetti prevedibili del loro crollo sul mercato a valori nulli, sia come veicoli pubblicitari sia come investimento per un qualsiasi riciclatore di cadaveri editoriali.
E se i giornalisti dei periodici dicono che non possono essere venduti in base a un precedente accordo quelli del Corriere dicono che non se ne possono andare via da via Solferino.
Arrivati a oggi, al giro di boa dell’aumento di capitale, morti e feriti si contano ovunque.
Al Corriere il cdr ha accettato un accordo nel quale ha sottoscritto la definizione di settanta esuberi. Sono andati per la loro strada, si sono impegnati a riconoscere lo stato di crisi per quattro anni, a quanto pare, ma si sono ritrovati improvvisamente davanti a un piccolo ostacolo: nessuno dei settanta esuberi potrà usufruire del prepensionamento, i fondi sono esauriti. E adesso? Come li gestisci i settanta esuberi? Licenziando chi ha meno anzianità aziendale e minori carichi familiari, come dice la legge? Oppure discuti, come sta facendo il cdr, del contratto di collaborazione di Tamburini?
Alla divisione periodici hanno uno stato di crisi in corso, con una decina di prepensionamenti ancora da portare a termine sulla base di un accordo di inizio 2012. Pare che si vada verso una modifica di quell’accordo, allargando a dismisura l’intervento di cassa integrazione, magari a zero ore per battezzare chiaramente gli esuberi. Poi i cassaintegrati venduti potranno tornare al lavoro per un altro editore, quelli invenduti se ne staranno a casa, buoni buoni, in attesa che a inizio dell’anno prossimo si decida che fare di loro.
Perché ora la priorità è sfruttare quei dieci posti prenotati per i prepensionamenti.
Ma in tutto questo qualcuno ha capito cosa intenda fare RCS domani, tra un anno o tra dieci?
Il mondo dell’editoria non sta cambiando, come diciamo sempre, ma è già cambiato. E gli editori italiani sono paralizzati.
Se RCS è capace solo di tagliare, chiudere, vendere, in nome dei dividendi e dei bonus dei manager, forse il modo in cui guardiamo agli azionisti è profondamente sbagliato. Da Della Valle a Fiat, da Mediobanca a chi volete voi, forse stiamo parlando di gente che non ha più nulla a vedere con la realtà dell’editoria, dell’economia, del paese. Giocano coi soldi del Monopoli, ma non meritano più di ripassare dal via.
Io credo che a queste persone si debba imporre il rispetto dei diritti, e anche delle regole volendo, ma credo anche che si debba riconoscere che il loro credito di immagine è finito.

 

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