Pro, contro e oltre il prelievo di solidarietà

duellantiPrelievo di solidarietà, pensioni d’oro, sostenibilità dell’Istituto, difetti genetici del sistema a ripartizione, giovani contro vecchi, anzi no vecchi contro giovani… Sull’Inpgi è stata fatta molta demagogia e pure sparsa altrettanta malafede, col risultato di confondere quei colleghi che, a loro volta peccando di superficialità, non sono andati a informarsi nel merito. Come dire, per restare nella nostra bottega, colleghi che han letto solo i titoli e non gli articoli. Ci è sembrato allora utile pubblicare qui, col consenso un po’ stupito degli interessati, uno scambio privatissimo fra due colleghi il cui unico errore era stato quello di mettermi in copia: Vieri Poggiali già presidente dell’Inpgi dal 1987 al 1991 e prima ancora, dal ’64 nel suo cda, e Guido Besana per tre mandati all’Inpgi come presidente della commissione Contributi e vigilanza. Oltre che entrambi passato e presente del nostro sindacato. Il confronto, banalizzando al massimo, è fra chi ritiene che non si debba ledere quel bene primario che sono i diritti acquisiti, perché i patti vanno rispettati e perché sulla loro base ciascuno ha pianificato il proprio futuro, e chi invece ritiene che questo diritto andrebbe ridefinito alla luce dei mutati tempi e risorse tanto più se costruito su disparità o regalìe.

Mi permetto di sottolineare le scarse risorse, ricordando con Bulgakov ma prima ancora con Lenin che i fatti sono ostinati… (m.c.)
VIERI POGGIALI – Caro Besana, mi riferisco alla tua opinione (non è affatto scandaloso, hai scritto) recentemente espressa circa il contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate, che peraltro esiterei assai a definire sempre d’oro come fin troppo spesso accade di dover leggere nella ahimè consueta confusione che viene fatta tra importi lordi e importi netti. Credo quel contributo improprio -idem la cancellazione delle rivalutazioni periodiche- per una fondamentale ragione: il contributo contravviene ad un basilare principio etico, più che tecnico.
Per principio ogni pensionato dovrebbe poter conservare nel tempo attraverso il trattamento di quiescenza lo stesso tenore di vita del primo giorno nel quale il trattamento ha avuto inizio. Ciò a prescindere dal livello che per lo stesso si sia configurato, fosse di 100 o di 1000 o di 10.000 (e sempre purché legittimamente conseguito in forza di normative vigenti negli anni).
Al momento del ritiro un pensionato modellerà la propria quotidianità -per quanto concerne le esigenze della sua declinante vita- sulla continuità delle risorse sulle quali gli è stato inizialmente garantito che potesse contare. Ridimensionando prima o azzerando poi le rivalutazioni (un tempo usuali) e introducendo un prelievo definito solidaristico ma in sostanza di aggiuntiva incidenza fiscale, obiettivamente lo si depaupera. Per giunta in una fase terminale dell’esistenza nella quale le sue spese tenderanno inevitabilmente a crescere (un solo banale riferimento: qualche taxì in più rispetto a consuetudinaria frequentazione dei soli mezzi pubblici, l’occorrenza via via crescente di ausilio di badanti non sempre rimborsabili, ecc. ecc. Si possono formulare dozzine di esempi).
Discutibile è anche -e ciò non più sotto un profilo etico bensì giuridico- che inasprimenti di natura sostanzialmente impositiva anziché rientrare in riassetti della fiscalità generale vengano introdotti a pelle di leopardo, su talune persone e categorie sì, su altre no, su alcuni livelli sì e su altri no.
Ritengo sacrosanto che in tempi nei quali un Paese si dibatte in perdurante crisi economica e la maggior parte dei cittadini patisce contrazioni di reddito le leggi possano e anzi debbano inasprire la fiscalità generale (che peraltro, non dimentichiamo, già è fortemente progressiva anche al servizio di esigenze solidaristiche). Buttare però a mare le rivalutazioni di molti trattamenti di quiescenza e anzi appesantirli con mirate imposizioni ulteriori non pare rientri nel novero di iniziative politico-legislative corrette.
Un obiettivo politico-sociale di lungo periodo potrebb’essere in un Paese persino quello (onirico!) di trasformare un trattamento di pensione in mero assegno alimentare uguale per tutti: una rivoluzione di portata tale da non potersi considerare fattibile perché richiederebbe ristrutturazioni ab imis fundamentis di contribuzioni, fisco eccetera. Improponibile, insomma, in Europa come in Italia. Nondimeno qualche correzione di tiro di fondo non dovrebb’essere da escludere: per esempio una che sganciasse il reddito pensionistico dalla equiparazione tout court sotto il profilo fiscale, come è da noi, ad ordinario reddito da lavoro. E in tempi nei quali si marcia verso definitivo passaggio dal sistema retributivo di calcolo delle quiescenze a quello più ragionevole ed equo del contributivo, non dovrebb’essere un traguardo assurdo neppure quello di un livello massimo insuperabile di prelievo fiscale sulle quiescenze medesime: posizionato, poniamo, alla stessa altezza dell’imposizione su quelle che ci siamo ormai abituati per brevità e pigrizia a definire (peraltro erroneamente, tecnicamente non lo sono) come rendite finanziarie. Ricordo di averne parlato alcune volte oltre un quarto di secolo fa con Giuliano Cazzola, e di averlo trovato allora sensibile nonché consenziente circa la validità di ipotesi del genere, per arduo che se ne delineasse un possibile avvìo: ma poi, forse perché distratto da un ruolo di parlamentare nel frattempo conseguito, e anche dalla ingravescens aetas montante, non assunse iniziative (ciò che ancora mi accade di garbatamente contestargli quando talora si fa vedere alle colazioni del romano Club dell’Economia del quale siamo entrambi soci).
Coi migliori auguri e saluti, Vieri

GUIDO BESANA – Caro Poggiali, ti ringrazio per le tue considerazioni che hanno il pregio della chiarezza unita alla pacatezza, merci rare di questi tempi. Concordo pienamente con te sul fatto che parlare di pensioni d’oro e esporre le cifre al lordo è la base di dissertazioni demagogiche e serve solo ad aizzare i superficiali. Quel mio giudizio, o opinione, sul cosiddetto prelievo di solidarietà nasce da altro.
Permettimi di individuare due premesse che per me sono determinanti.
Qualunque ragionamento sulla materia pensionistica deve prendere le mosse dal secondo comma dell’articolo 38 della Costituzione. Parlando della gestione principale dell’Inpgi non si può prescindere dal fatto che si tratta di un sistema a ripartizione.
Quell’articolo della Carta contiene in sé qualcosa di molto simile all’obiettivo onirico di cui parli, e concordo con l’avvocato Bruno Del Vecchio, che da tempo sostiene l’esistenza di un profilo di incostituzionalità del sistema contributivo, che non potrebbe garantire in molti casi quei mezzi adeguati alle esigenze di vita.
Facciamo però conto di parlare di quei giornalisti “normali”, con rapporti di lavoro dipendente più o meno stabili nel corso di una ragionevole vita lavorativa, quelli come me, almeno finora. Per questi il sistema Inpgi non regge da tempo, e se non erro siamo in vista della quinta riforma dal 1993, una in media ogni quattro/cinque anni.
Vista dal mio personalissimo punto di osservazione l’evoluzione è stata abbastanza lineare: quando sono stato assunto nel ’91 l’Inpgi mi diceva che avrei avuto una pensione calcolata sulla base degli ultimi cinque anni di retribuzione, con una rivalutazione del 2,66% dello scaglione inferiore alla media retributiva di categoria.
Dal ’93 è stata calcolata sulla media retributiva dell’intera vita lavorativa con una rivalutazione del 2,66% fino alla retribuzione del redattore ordinario maggiorata del 20%, ora solo fino alla retribuzione del redattore ordinario. Dal primo gennaio di quest’anno non si aumenta più di un punto percentuale il tasso di incremento del costo della vita utilizzato per la rivalutazione delle retribuzioni. Nel ’91 l’Inpgi mi diceva che i contributi previdenziali sulla mia retribuzione erano più bassi di quelli dei lavoratori iscritti all’Inps di oltre sette punti percentuali, ora non ho più questo vantaggio sul mercato del lavoro. Non solo, dal 2009 ho una trattenuta aggiuntiva in busta paga per il fondo di perequazione, e da quest’anno i contributi a mio carico sono aumentati dell’uno per cento. Ora mi aspetta una ulteriore prospettiva di riduzione del calcolo della mia pensione futura, il tasso base di rivalutazione scenderà al due per cento o verranno introdotti nuovi fattori di conversione ispirati al contributivo.
Diciamo che nel ’91 avevo una prospettiva, stabilita da un regolamento, e che le regole sono drasticamente cambiate, e diciamo che io e tutta una generazione di giornalisti, anzi più d’una, abbiamo accettato tutto ciò in nome della sostenibilità dei conti dell’Istituto, constatiamo che migliaia di colleghi hanno accettato una modifica unilaterale delle condizioni del contratto, o in altre parole che abbiamo accettato preventivamente numerose riduzioni del trattamento pensionistico.
Lo abbiamo fatto in nome di due valori; mantenere la sostenibilità dei conti dell’Inpgi e mantenere un trattamento particolare, migliore del regime generale grazie ai principi di solidarietà di categoria.
Abbiamo cioè accettato un trattamento peggiore rispetto ai colleghi che prima di noi sono andati in pensione, rinunciando alla parità di trattamento rispetto ad altri lavoratori, che è un altro principio costituzionale che dovrebbe valere per tutti i trattamenti, anche quelli differiti, e lo abbiamo fatto in nome di un bene superiore.
I giornalisti in attività negli ultimi 25 anni hanno rinunciato a una fetta delle loro pensioni future, a una fetta del loro salario, a una fetta della loro competitività sul mercato del lavoro per due motivi, permettere all’Istituto di pagare i trattamenti in essere e permettere all’Istituto di dimostrare una sostenibilità dei conti sul lungo periodo in base alle regole astratte della matematica attuariale.
Una parte consistente delle riforme di questi anni ha riguardato le entrate immediate, il resto le uscite future, ovvero chi ha lavorato in questi anni ha rinunciato a qualcosa per permettere di pagare le pensioni in essere e a qualcos’altro per convincere i Ministeri vigilanti che l’Inpgi potrà continuare a farlo.
Quando andrò in pensione, se ci arriverò, fra dodici o quindici anni, riceverò un assegno pagato coi miei contributi, forse due, ma dal terzo mese in poi il mio assegno sarà pagato coi contributi di chi sarà al lavoro allora e con gli ultimi spiccioli di patrimonio dell’Istituto.
Vedi, Poggiali, anche uno come me, che ha un lavoro, un buon reddito, qualche soddisfazione dalla vita, interessi al di fuori della professione, qualche certezza per il futuro, può dire che in fondo gli accordi non erano questi, che nel ’91 mi era stato promesso altro. E può anche dire che ha subito tagli e decurtazioni a macchia di leopardo, per garantire pensioni in essere e pensioni future.
Queste risorse, che vengono da chi è al lavoro oggi, è stato al lavoro ieri e lo sarà domani, vanno all’Istituto, non alla fiscalità generale, ed è proprio perché sono finalizzate a uno scopo preciso che gli “attivi” di ieri oggi e domani non hanno mai pensato di considerarlo ingiusto o anticostituzionale o poco etico.
Potrei proseguire proponendoti il punto di vista di un ventottenne precario, uno da cui mi separi la stessa differenza di età che credo ci sia tra noi, ma che comunque penso non sia necessario insistere con quello che sarebbe solo un esercizio di stile.
Dal mio punto di vista questi sono i motivi per non considerare il cosiddetto prelievo di solidarietà uno scandalo. Ti dico però cosa avrei fatto al posto di Camporese prima e Macelloni oggi: avrei proposto una trattenuta sulle pensioni destinata al fondo di perequazione, la avrei proposta progressiva e avrei chiesto alla FNSI e alla FIEG di rendere progressiva anche quella introdotta contrattualmente a carico degli attivi.
Permettimi comunque una postilla; il problema non è la scelta tra retributivo e contributivo, basta cambiare qualche fattore di conversione e il risultato finale è lo stesso, il vero problema è il sistema a ripartizione che non riuscirà mai a trasformarsi in sistema ad accantonamento individuale. A meno di fare la rivoluzione. Ti faccio i miei migliori auguri per tutto, Guido.

VIERI POGGIALI – Caro Besana, ti ringrazio per il tuo riscontro, pronto ed esaustivo, testimonianza d’una civiltà comportamentale che peraltro già avevo ritenuto di individuare con sicurezza nel leggere frequenti interventi tuoi diffusi attraverso Nuova Informazione. Mi complimento con te per la conoscenza approfondita delle tecnicalità della materia contributiva e per le tue argomentazioni che -bada bene- condivido, nella serrata loro consequenzialità. Ma è stato ed è diverso il mio ragionamento in forza del quale ritenevo e ritenevo che un prelievo solidaristico sulle pensioni difetti di equità.
D’accordo dunque circa la insostenibilità dei meccanismi che l’Inpgi ha introdotto e gestito in tanti anni (e ne reco anch’io dunque responsabilità, posto che sono stato componente del CdA ininterrottamente per 27 anni: ma corrispondevano a tempi nei quali non era ancora intravvedibile la crisi profondissima che sul versante delle entrate contributive si sarebbe ad un certo momento delineata. L’ente allora era in grado oggettivamente di largheggiare, peraltro quasi sempre costrettovi. Accadeva che si facesse anche della vera quanto impropria assistenza. Ricordo a titolo di esempio la cassa integrazione elargita per quasi due anni agli ex-redattori del Roma di Napoli, dead man walking editoriale già da un sacco di tempo -e sparito dalle edicole- quando improvvidi decreti governativi imponevano però all’Inpgi di seguitare a corrispondere una retribuzione e a calcolare inesistenti contributi a favore degli ex-redattori del defunto e irrecuperabile quotidiano. Si mantenevano sempre su input governativi inesistenti professionisti creati ad arte -l’Italia è lunga- che sparivano al pari delle loro agenziucole dopo pochi mesi, tempo sufficiente a far acquisire il diritto a prolungata disoccupazione. Eccetera).
Primi problemi di ridimensionamento dei trattamenti s’erano peraltro già posti anche decenni or sono. S’abolì per esempio la possibilità di pensione anticipata (a 55 anni, con versamenti contributivi di pochi lustri). Si cercò di escludere dalla reversibilità le giovanissime vedove che avessero convolato a nozze con ottantenni colleghi già pensionati, cercando di pretendere almeno un biennio di matrimonio effettivo. Ma il sistema nell’insieme reggeva, senza avvisaglie di tsunami quali poi verificatisi: talché si poteva ancora procedere anche a ottimi e crescenti investimenti patrimoniali. Il che non impediva per esempio al caro indimenticabile Angiolone Berti di combattere battaglie in sede politica per far ritenere la nostra professione particolarmente usurante.
Nell’esprimere contrarietà al contributo di solidarietà ho fatto appello ad un diverso argomento, e cioè all’etico dovere (nell’opinione mia) di conservare a quanti già siano andati in quiescenza il livello potenziale del tenore di vita per essi disponibile ab initio, peraltro insidiato comunque per via di progressività fiscale anche quando esistevano le rivalutazioni periodiche e latitavano i contributi solidaristici. Questo il mio tema di fondo, che seguito a supporre non manchi di legittimità: aggiungo che si esaurisce re ipsa e in non molto tempo la categoria dei già pensionati oggi indicati come privilegiati: ma a suo tempo costoro con le ritenute sulle retribuzioni che all’Inpgi affluivano copiose hanno decisivamente partecipato alla ricostituzione di un patrimonio polverizzatosi negli anni ’40 perché in prevalente misura investito allora in Buoni del Tesoro e soprattutto in consolidato. (Il buon Paloscia -che barcamenandosi durante Salò riuscì a non trasferire l’Istituto al Nord- si trovò per le mani per più anni soltanto carta straccia, nonché un grande appartamento in Via Cicerone 28 a Roma dove con quattro gatti funzionava l’Istituto). E’ la generazione successiva, alla quale anch’io appartengo, che ha ricostituito un buon patrimonio (quando morì nel 1955 mio padre -che aveva trascorso al CorSera nel cuore della sua carriera oltre 20 anni da inviato speciale sull’estero così ben retribuiti da potersi acquistare un grande appartamento in centro a Milano e una tenuta in campagna- alla vedova, mia madre, toccarono lire 27.500 di pensione di reversibilità, per perdurante latitanza di risorse alla cui ricostituzione ha concorso invece assai appunto la generazione del figlio).
Insomma: ritengo che non debbano valutarsi in parallelo l’insostenibilità dei meccanismi di calcolo a lungo utilizzati e anzi destinati a ridimensionarsi ulteriormente (e con ciò l’incerto futuro pensionistico di quanti sono in attività) e il discorso sul diritto morale alla intangibilità (per i pensionati che tali siano da tempo) di livelli capaci di consentire -soltanto quasi, comunque- la conservazione del tenore di vita del primo giorno di pensionamento. Sono aspetti diversi, e su quelli ho richiamato la tua attenzione pur se mi rendo conto che la mia, ormai spenta, può essere soltanto una vox clamantis in deserto.
Un saluto con molta simpatia nonché – sì! – solidarietà, Vieri.

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