L’Unità, che gran brutta storia…

unitadi Beppe Ceccato

Io c’ero. Incaricato dalla Lombarda a rappresentare l’Associazione nella vertenza sul trasferimento di ramo d’azienda de l’Unità dalla Nie, società in liquidazione, alla nuova Unità s.r.l., una neocostituita società con socio di riferimento Guido Veneziani (in questa company si registra anche il costruttore lombardo Massimo Pessina, il Pd, oltre a Banca Intesa Sanpaolo, con cui Veneziani ha firmato una fideiussione per 10 milioni di euro, e il sondaggista Adrio De Carolis di Swg). Veneziani è un editore che, chi ha un po’ di dimestichezza sindacale, conosce come spregiudicato.

Il comunicato federale diffuso il 5 marzo scorso, all’indomani di un accordo non voluto né dalla FNSI, né dalle ARS (Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio) è decisamente fin troppo “gentile” rispetto a quanto ci siamo sentiti dire al tavolo negoziale. Condotto, nella miglior tradizione di editori poco avvezzi al dialogo sindacale, da un turbinìo di avvocati (avvocato di Veneziani, avvocato del PD, avvocato del liquidatore, altro avvocato di Veneziani) e con un’unica, pittoresca, selvaggia, eccitata, psichedelica esibizione di Guido Veneziani stesso, in gran spolvero per l’occasione.

La faccenda, che vede 56 colleghi in cassa integrazione straordinaria a zero ore da sette mesi, è presto riassunta. Il giornale che fu di Antonio Gramsci non vende più, strapazzato da scelte incongrue e ça va sans dire, dalla crisi che tutti conosciamo. Il Partito Democratico, in questo caso molto poco democraticamente ma molto democristianamente, decide di farla finita. L’Unità era l’organo del Partito Comunista… cosa c’entra con il Pd? Niente, infatti! Quindi va chiuso. E bisogna assicurarsi che lo sia per sempre. Per farlo, il nuovo corso del Pd ha dovuto lottare duramente, rifiutando persino l’offerta più vantaggiosa di Matteo Arpe (20 milioni di euro e un comitato di saggi che scegliesse il direttore, e dunque, la linea editoriale), accettando, invece, con grande determinazione ed entusiasmo quella di un editore incurante di regole e contratti (ne sanno qualcosa le colleghe di Vera Magazine che, alcuni anni fa, sono state vendute dalla Quadratum a GVE per essere poi licenziate dopo pochi mesi), che ha offerto esattamente la metà dei soldi di Arpe.
Il Pd aveva bisogno di un Mr. Wolf (ricordate il risolutore dei problemi di Pulp Fiction?). L’aveva individuato nella Santanchè (ipotesi saltata) e l’ha trovato in GV.

Inizialmente, il progetto nuova Unità non prevedeva nessuno dei giornalisti in cigs. GV aveva concordato con il Partito Democratico di rilevare solo la testata. I giornalisti li avrebbe messi lui e, ovviamente, alle sue condizioni… Ma la giudice incaricata della liquidazione della Nie a febbraio chiama gli interessati e fa notare che, tecnicamente, questo è un trasferimento di ramo d’azienda e che, quindi, la nuova società deve prendere, ex art. 2112 CC, anche le persone impiegate in quell’azienda. Era necessario, dunque, per legge un accordo sindacale. Di trasferire tutti i dipendenti non se ne parla proprio. “È una start up, non possiamo caricarci di troppi costi”, è il mantra degli avvocati di GV. Ci vuole un accordo sindacale che includa una deroga al codice civile. L’azienda propone il massimo dell’apertura: 4/5 articoli Uno a Roma e altrettanti a Milano. Il Cdr rilancia… e così inizia “il mercato delle vacche”, per usare la cortese formula dell’acquirente.

Arrivati a un punto morto, dopo il primo incontro, decide di scendere in campo proprio lui, Guido Veneziani in persona: “Una giudice mi ha costretto prendermi, non solo la testata ma anche le COSE”, afferma candido e provocatorio, dove “cose” stava per giornalisti, esseri umani in carne e ossa, con famiglie, figli, mutui, problemi.
Altra domanda della FNSI: ci illustrate il piano editoriale per capire quanti giornalisti potrebbero essere impiegati? Altra risposta sopra le righe: “Cosa volete voi? Un piano editoriale? Ma chi siete? Ma come vi permettete di domandarmi questo? Non ve lo darò mai, non vi conosco, ma voi siete matti!”.
A questo punto la delegazione sindacale avrebbe dovuto fare una cosa sola: alzarsi e invitare gentilmente GV a uscire dalla FNSI, dove si stava tenendo il tavolo. Il ricatto del liquidatore, il prof. Emanuele  D’Innella presente alla trattativa, “se salta l’accordo con Veneziani siamo costretti a chiedere il fallimento e voi, benché creditori privilegiati, non vedrete i vostri soldi”, costringe il sindacato di base a trattare ancora. 

Altri tavoli, altro mercato, articoli Uno, 10 a Roma, 5 a Milano, 5 al momento dell’acquisizione se ci sarà; no, 7 articoli Uno a Roma e 11 articoli Due che lavorino anche per le altre testate del gruppo (e cioè, Miracoli, Vero, Top, Stop, Rakam…). No, ricominciamo: 10 di qua, 6 di là e 7 articoli Due senza fissa dimora… Ci si lascia con un ennesimo nulla di fatto. Tutti a casa. Ma il Pd non molla: convoca il cdr senza i fiduciari e, alla presenza dell’avvocato di GV, lo costringe a firmare un accordo che, anche se ratificato dalla maggioranza dell’assemblea dei giornalisti dell’Unità con un Referendum, grida scandalo. FNSI a ARS non possono firmarlo, e non lo fanno, perché in aperta violazione del Contratto di Lavoro vigente.

Ora, quello che succederà, anche se spero di sbagliarmi, sarà assistere a un film già visto: il Pd si fa carico di 5 giornalisti assunti nella nuova società ad art. Uno, gli altri saranno scelti da GV. Chi declina l’assunzione, se ne sta in cigs nella Nie, ma le posizioni non verranno sostituite, e l’organico scenderà ulteriormente. È un prendere o lasciare a senso unico. Chi entrerà nel tourbillon della galassia Veneziani avrà vita dura (e sarà cura dell’editore garantirgliela, statene certi). Il tutto senza avere nemmeno la sicurezza che ci sia una vera pianificazione e che la nuova Unità non sia una meteora, l’ennesima…

Così il progetto sarà compiuto. Il Pd non avrà più un giornale con un nome ingombrante, Mr. Wolf avrà avuto il suo tornaconto per il lavoro svolto… E i colleghi? Beh, loro son cose, quindi non soffriranno. Perché si sa, gli oggetti, non hanno un’anima…

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9 Commenti

  1. Nuova Informazione
    Pubblicato il 7 marzo 2015 alle 21:26 | Permalink

    È il renzismo, baby: quel toccasana sul quale alcuni, che io sappia, stanno ancora riflettendo.

    f.m.

  2. Nuova Informazione
    Pubblicato il 7 marzo 2015 alle 23:53 | Permalink

    Grazie Beppe finalmente un (ottimo) report dalle vertenze. Io però ho la senzazione che senza lottare si può solo finire spianati. E di lotta sindacale non ne vedo. Solo tavoli e tavolate. Spero che la nuova leadership cambi rotta. Quanto a Renzi…è solo l’ultimo atto. Aveva già cominciato il PCI a distruggere il proprio giornale, dopo averlo reso grande.

    paff

  3. Nuova Informazione
    Pubblicato il 8 marzo 2015 alle 10:10 | Permalink

    Nessuno dei partiti in parlamento ha un quotidiano organo di partito.
    Non è un caso: non servono più, sostituiti da altri media e da giornalisti compiacenti.
    Non è una battuta, ma una constatazione.
    danilo

  4. Nuova Informazione
    Pubblicato il 8 marzo 2015 alle 13:41 | Permalink

    Bravo Beppe. E saggio Danilo.
    Forse se l’Unità avesse smesso di essere giornale di partito (o di partiti, man mano che cambiavano nome) e avesse avuto la forza ed il coraggio di diventare un giornale di pensieri, ovvero come si diceva una volta una palestra di idee, magari ce l’avrebbe fatta a sopravvivere a sè stessa con dignità. E soprattutto, che è la cosa più importante, a declinare sui temi dell’oggi l’attualità di Gramsci, di cui avremmo grandissimo bisogno. Oggi che il turbocapitalismo non conosce freni. Però quell’Unità è già morta da decenni. Tanto che purtroppo cogliendo nel segno lo sprezzante D’Alema già alla fine del Novecento diceva che per gli iscritti al partito quello era “casomai” il secondo giornale. Il primo essendo (per lui) Repubblica.
    E’ vero, esiste il Manifesto, ma è un foglio per le élites o per chi si ritiene tale. Se ne può prendere esempio giusto per copiare la sua abilità nel procedere a miracolose trasformazioni societarie. Altri essendo (stati) i temi ed i lettori dell’Unità. Magari qualcuno può sostenere che il proletariato non c’è più e dunque… Un corno. Non c’è più il proletariato organizzato e soprattutto non c’è quell’unità di tempi e di luogo necessari ad organizzarne la presa di coscienza. Ma i bisogni e le sofferenze ci sono ancora, eccome. E prima o poi avranno bisogno di un’arena, che sia l’Unità, se sopravvivesse alla cura Veneziani, o un’altra testata di là da venire, cartacea o web o radio o chissà.
    Marina

  5. Nuova Informazione
    Pubblicato il 8 marzo 2015 alle 23:48 | Permalink

    Nessuno dei partiti in parlamento ha un quotidiano organo di partito.
    Non è un caso: non servono più, sostituiti da altri media e da giornalisti compiacenti.
    Non è una battuta, ma una constatazione.

    danilo

  6. Nuova Informazione
    Pubblicato il 10 marzo 2015 alle 16:55 | Permalink

    Prima che su quelle dell’Unità, piango sulle sorti della stampa italiana, mai così avvilita, intristita, asservita, sostanzialmente inutile. In questa valle di lacrime, ho persino coltivato la speranza di una rinascita dell’Unità che se riprendesse l’insegnamento di Gramsci (vedi la lettera da Mosca) avrebbe oggi quanto mai senso: da persona di sinistra sento il bisogno di qualche analisi seria, di qualche indagine seria, di qualche commento approfondito. Avete mai letto (sui “grandi giornali”) qualche cosa di serio sul jobs act…
    Per i resto sono stati numerosi nel passato lontano e vicino i colpevoli dell’affondamento dell’Unità. E’ fin banale osservare che a Renzi dell’Unità non interessa proprio nulla: gli basta un cinguettio. Segnalo ancora l’eleganza del “Fatto quotidiano” che nel giorno dell’accordo (votato a maggioranza dall’assemblea dei redattori) riesumava la polemica sul finanziamento pubblico ai giornali, contando i soldi (i milioni) incassati dall’Unità, dimenticando quelli incassati dal suo ex direttore, già condirettore e direttore dell’Unità, e quelli incassati dal suo attuale direttore, già smisurato commentatore sulle pagine dell’Unità (che dovrebbe ringraziare in eterno, quale luogo di edificazione della sua attuale celebrità).
    Oreste

  7. Nuova Informazione
    Pubblicato il 11 marzo 2015 alle 11:10 | Permalink

    Concordo con molti. La chiusura dell’Unità è stata come “Assassinio sull’Oriente Express” di Agatha Christie, con numerosi protagonisti che hanno contribuito al delitto, negli anni, dando ciascuno la sua pugnalata al giornale, naturalmente qualcuno con più effetto (i direttori, le direttrici, gli editori, il partito di riferimento). E temo che la riapertura in queste condizioni e in mano a questo personaggio vada rubricata più come un ammortizzatore sociale (un lavoro per almeno metà di quelli che erano rimasti fuori, e francamente di questi tempi non ci sputo sopra) che come una novità editoriale. Sul resto delle condizioni della stampa italica scrive bene Oreste, anzi, pure troppo buono. Ma davvero ci salverà la Rete? E chi? E come? Mah….
    Gabriele

  8. Nuova Informazione
    Pubblicato il 11 marzo 2015 alle 14:53 | Permalink

    Viste le possibilità di successo dell’iniziativa (mi perdonino i colleghi, mi limito a considerare le cose nel contesto attuale dell’informazione e senza ancora sapere chi sarà il direttore), cosa della quale il nuovo chiamiamolo editore si rende certo perfettamente conto, io incomincerei a chiedermi quale sia il vero piano del medesimo.
    Se i danai sono da temere, figuriamoci i Veneziani.
    Franco

  9. Nuova Informazione
    Pubblicato il 11 marzo 2015 alle 15:46 | Permalink

    Purtroppo cominciò D’Alema a scavare la fossa all’Unità, a fine anni Novanta. Ricordo un mio focoso scambio di lettere, su Prima Comunicazione, con Rondolino (allora uno dei portavoce di Baffino), che – da dipendente in aspettativa dell’Unità – definiva i suoi giornalisti “abituati a comportarsi come impiegati del catasto”.
    Marco Brando

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