Lo sbadiglio di Moro e il suicidio del giornalismo

di Guido Besana
Il 15 marzo 2018 Enrico Mentana, come tanti, si ritrova a parlare del sequestro Moro di cui il giorno dopo si sarebbe ricordato il quarantennale. Trova un modo intelligente di farlo, mostrare due foto inedite scattate proprio il giorno prima del sequestro: nella prima si vedono tre dei cinque uomini della scorta insieme a Moro che scende le scale di una chiesa diretto verso l’auto, dopo la messa. Mentana la presenta dicendo che in questi giorni tutti ricordano Moro, le grandi questioni del compromesso storico e del confronto fra trattativa e fermezza, un po’ meno il rapimento, la prigionia, l’uccisione, ma nessuno ricorda che quel 16 marzo quei cinque uomini persero la vita, in via Fani.
Potrebbe chiuderla lì, invece fa vedere una seconda foto,

l’ultima immagine di Moro in chiesa, scattata poco prima. Il Presidente della Democrazia Cristiana è inquadrato da lontano, solo in un banco verso il fondo, l’immagine è poco nitida ma l’uomo è riconoscibile, anche se sbadiglia.
Già, uno sbadiglio; un grumo di nero in una vecchia foto sfocata e sgranata, magari non se ne sono accorti, magari l’ho visto solo grazie al televisore nuovo. Però basta a farmi spegnere la tv, qualche minuto dopo, e riflettere: è rispettoso mostrare quell’immagine? il suo contenuto informativo è tale da superare il ritegno? oppure sono io che mi sbaglio, vedo lucciole per lanterne?
Viene naturale, a questo punto, la verifica. Su YouTube cercando banalmente “la7 tg” il primo risultato è “edizione delle 20.00 del 15/03/2018”, la seconda foto si vede a 26’45”. Moro sbadiglia. Gli altri fedeli hanno la bocca chiusa, non sta quindi intonando una risposta o un canto.
Potrebbe essere una svista, e comunque siamo ormai da tempo abituati a vedere immagini inutilmente spudorate, sconce, ributtanti, quindi la mia ha tutta l’aria di essere la fisima di uno che sta chiuso in casa da mesi e brontola su tutto.
Mentre saltello avanti e indietro però riascolto e rivedo, con più attenzione, quello che era andato in onda poco prima e mi colpisce il riferimento alla chiesa da cui usciva Moro quella mattina: la chiesa di San Francesco al quartiere Trionfale, in cui si recava ogni mattina a pregare. Non serve molto oggi per togliersi un dubbio fastidioso, torna a aiutarmi la verifica e no, non mi sbagliavo, Moro tutte le mattine andava a pregare nella chiesa di Santa Chiara, sui cui banchi più volte si sedette Adriana Faranda, e proprio lì Franco Bonisoli potè verificare che la Fiat 130 non era blindata.
Ci può stare, Chiara e Francesco sono uniti nella mente di ognuno di noi che abbia un po’ studiato, e poi una chiesa di San Francesco c’è nel racconto del 16 marzo ‘78, è la chiesa in cui si trovava a fare volontariato sua moglie, Eleonora, quando venne avvertita proprio dal parroco di San Francesco del rapimento di Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della scorta.
Va bene, sono troppo pignolo.
Me lo riguardo un’ultima volta e finalmente mi rendo conto del motivo vero della mia irritazione, che era rimasto sotto traccia, un passaggio del discorso che precede l’illustrazione delle foto: “viene rapito un uomo … che poi sarà trovato, come sapete benissimo, dopo due mesi, nel cofano di un auto …”.
Uno sbadiglio, due chiese, un corpo in un cofano. Tutto in meno di due minuti di telegiornale.
Si potrebbe dire che il demonio sta nei particolari. Non fosse che tutti i particolari possono essere dovuti, in una buona informazione, e a volte anche le sottrazioni stonano. Negli stessi giorni sulle pagine de L’Espresso si può leggere un documentato articolo intitolato: “Sequestro Moro, cosa ci faceva il boss in via Fani? Una foto può riaprire il caso”. Lo firma Paolo Biondani, la sera del 16 marzo è online nella stessa forma e sostanza della versione stampata. Nell’articolo si racconta della presenza in via Fani di una persona, visibile in una foto, identificabile come il boss di ‘ndrangheta Antonio Nirta ( anche se nella didascalia di una foto segnaletica viene chiamato Alfonso). Fra le varie argomentazioni a sostegno dell’ipotesi che nella vicenda possano essere coinvolti uomini della criminalità organizzata calabrese Biondani scrive: “La pista della ’ndrangheta è accreditata anche dall’ex procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, e dal suo aggiunto Giuseppe Lombardo. Sentiti dalla commissione il 28 settembre scorso …” .
Anche qui leggo, rileggo, e più che verificare vado a farmi un giro in rete, mi procuro quell’infarinatura che mi permette di capire cosa mi sia suonato strano. Il CSM ha nominato Federico Cafiero De Raho procuratore di Reggio Calabria il 13 marzo del 2013, tre giorni prima del trentacinquesimo anniversario di via Fani. Quello che rende più autorevole il magistrato è forse il complesso della sua biografia professionale: entra in magistratura nel 77, l’anno precedente al caso Moro, e lo fa come pm a Milano, poi nell’84 passa alla procura di Napoli dove ha lavorato per 29 anni, facendo parte del pool anticamorra e sostenendo la pubblica accusa nel processo Spartacus, a carico del clan dei Casalesi. Quando viene audito dalla commissione parlamentare d’inchiesta è ancora procuratore di Reggio Calabria ( quindi meglio di “ex” sarebbe “l’allora procuratore”), ma cessa dall’incarico il 16 novembre, 47 giorni dopo, quando viene nominato procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Dettagli, certo. In fondo sono solo un vecchio caposervizio rancoroso nei confronti di colleghi illustri.
Però a me questi inciampi, piccoli intendiamoci, sembrano importanti, e ancora più importanti se capitano a colleghi autorevoli.
Alle 11.00 del 16 marzo una collega del gr1 rai ha detto che con il rapimento di Aldo Moro “è iniziata la notte della Repubblica”, saltando bellamente almeno otto anni e tre mesi abbondanti. Poco dopo nello stesso notiziario si dava per scontato che l’ex agente russo Skripal, vittima dell’attentato a base di gas nervino, sia morto, mentre è ancora ricoverato in ospedale.
Nelle settimane scorse più colleghi hanno definito Roberto Pirrone, l’omicida fiorentino, “ex tipografo pensionato”. (Io l’ho sentito per la prima volta da Massimo Gramellini e se lo si sente dire è ancora più strano che a leggerlo: ex qualcosa vuol dire che prima eri quel qualcosa e adesso non lo sei più, cioè prima eri un tipografo pensionato e adesso sei qualcos’altro).
Quello che voglio dire è che le parole sono importanti.
Il primo febbraio la notizia “calda”è stata per molti versi quella del braccialetto elettronico che Amazon avrebbe deciso di far mettere ai propri dipendenti. Bianca Berlinguer ospita nel suo programma preserale due candidati alle elezioni politiche, Nunzia De Girolamo di Forza Italia e Nicola Morra del Movimento 5Stelle. A metà della trasmissione richiama la notizia del “braccialetto” per presentare un servizio che non ne parla, preparato nei giorni precedenti, intitolato “i precari dell’e-commerce”. Il pezzo della collega Dina Lauricella parla più precisamente dei lavoratori di uno dei tanti poli della logistica che costellano la penisola. Evidenzia come sia possibile per le grandi imprese, anche multinazionali, imporre condizioni di lavoro molto al di sotto degli standard minimi sia economici sia normativi facendo lavorare personale che formalmente è assunto da cooperative ( fittizie o meno ). In sostanza contratti capestro in un quadro di indebita interposizione di mano d’opera, a voler usare termini quasi precisi del gergo del diritto del lavoro.
Per motivi a me ignoti l’inghippo viene definito dalla collega in un altro modo, evidentemente più semplice: esternalizzazione. Per cui alla fine del servizio una stimata collega e due stimabili politici discetteranno di esternalizzazioni, sottolineando che si tratta di una pratica legittima. Peccato che sia un’altra cosa, e un giornalista dovrebbe conoscere la differenza che passa tra il dipendente di un service esterno contrattualizzato correttamente e un finto interinale seduto in redazione.

L’ho fatta lunga, e potrei andare avanti parlando dei brividi che mi corrono lungo la schiena quando sento, o leggo, “la tav” (cioè la Treno ad Alta Velocità), o “quattrocento euro nette” ( come parlare di yen nette, o scrivere un’euro con l’apostrofo ) o “l’Inpgi è indebolita” (già, povera Istituto di Previdenza dei Giornalisti Italiani).
Quasi mai la giustificazione dei tempi stretti ci assolve veramente.
La chiudo qui dicendo come, temo, da uno sbadiglio non notato si possa arrivare al suicidio di una professione, professionisti compresi.
Come fa un cittadino a affidarsi a una categoria professionale e a un sistema organizzato dedicati all’informazione se ad ogni piè sospinto questo sistema e questi professionisti danno prova di superficialità, ignoranza, incompletezza, se non passa giorno senza che noi si dimentichi di verificare, correggere, integrare le informazioni, se non siamo più capaci di dire che tra due posizioni contrapposte una è corretta e l’altra no?
Come pensiamo di essere diversi dal sistema micidiale di convergenza tra la disinformazione e la babele degli algoritmi che continuiamo a chiamare semplicisticamente fake news?
E se non siamo in grado di affermare una diversità basata sull’affidabilità, se nessuno alla fine crede più ai giornalisti, a chi vogliamo dare la colpa?
Anche per noi giornalisti si pone il problema della selezione naturale, il nostro ecosistema, quello dell’informazione, si è improvvisamente riempito di altri soggetti e toccherà al più adatto sopravvivere.

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