L’Inpgi e la caccia ai contributi non versati

vespadi Guido Besana
Da una decina d’anni presiedo la commissione consultiva Vigilanza e Contributi dell’Inpgi. Leggo spesso considerazioni, analisi e proposte in merito all’attività ispettiva dell’Istituto, e mi rendo conto di quanto ci si aspetti dal lavoro dei nostri ispettori. Probabilmente però molti non si rendono conto di cosa comporti l’attività ispettiva, che riguarda sostanzialmente gli aspetti contributivi e comunque non quelli contrattualistici. Dal 2004 al 2014 i nostri ispettori, meno di venti, hanno effettuato 966 ispezioni, mediamente un centinaio all’anno. Sono stati elevati verbali per quasi cento milioni di euro

di contributi non versati, una decina di milioni all’anno, e per quasi 43 milioni di euro di sanzioni.
I verbali hanno riguardato prevalentemente dipendenti di fatto inquadrati come lavoratori autonomi, 2075 persone. Un altro migliaio di posizioni erano assicurate presso altri enti previdenziali o non avevano posizioni contributive.
A questa attività dal 2010 si è aggiunta la vigilanza sulla gestione separata per i cococo.
In questo ambito in cinque anni sono stati elevati 122 verbali per oltre 400 colleghi, per un totale superiore ai due milioni di euro di contributi non versati e circa 750 mila euro di sanzioni.
Le ispezioni possono essere molto complesse, specie nelle grandi aziende, e richiedere tempi lunghi. Bisogna analizzare tutte le voci di conto economico che riguardano il costo del lavoro e ricercare ogni riscontro alle singole posizioni.
In certi casi una singola ispezione può richiedere più di un anno, mentre il contenzioso che ne deriva ha una durata media di quasi dieci anni.
Il tasso di successo nelle cause che l’Inpgi intenta alle aziende che impugnano i verbali si aggira intorno al novanta per cento, con andamenti alterni tra primo grado, appello e Cassazione.
Tuttavia permangono dei problemi di fondo che il sistema di vigilanza dell’Inpgi non può risolvere.
Il più eclatante è quello del contenzioso con la Rai e altre emittenti televisive che considerano una parte rilevante della programmazione informativa al di fuori delle testate giornalistiche e quindi inquadrano il personale come autori, programmisti, registi, addetti al programma, anche se questi svolgono attività giornalistica a tutti gli effetti. “Porta a porta” o “La vita in diretta” sono due esempi classici, e che non si riesca a far pagare i contributi per Bruno Vespa è scandaloso, esattamente come per altre decine o centinaia di colleghi meno famosi, indipendentemente da dove lavorano e quanto guadagnano. Ma qui entrano in gioco anche artifici consentiti dalla legge, società fittizie o contratti “ben congegnati”.
Anche a La7, per alcuni programmi, la posizione del direttore/conduttore era costruita in modo tale da evadere, in sostanza, gli obblighi contributivi. Ed è enorme il numero di colleghi, spesso pensionati, che grazie a società di comodo riescono a fatturare senza ottemperare agli obblighi contributivi.
Il secondo problema, forse più rilevante da un punto di vista economico, è la frequenza con cui le imprese editoriali si dissolvono. Decine e decine di aziende spariscono, vengono chiuse o liquidate, cessano semplicemente l’attività, oppure vanno in procedure concorsuali fino al fallimento. Sono aziende che quasi sempre, prima di dissolversi, smettono di pagare i contributi previdenziali. E con queste l’apertura di un contenzioso raramente porta al recupero dei contributi dovuti, anche se le comunicazioni contributive mensili sono regolari; mancano i versamenti e i versamenti non si recuperano, se non in parte.
Sono ammanchi che nel sistema Inps possono anche essere coperti dalla fiscalità generale, all’Inpgi no. E quindi i contributi accertati, non versati dall’azienda e validati in giudizio finiscono a carico dell’Istituto.
Il terzo problema è l’incertezza. Chi ha avuto il coraggio di fare una denuncia, una richiesta di recupero dei contributi, una testimonianza a favore dei colleghi, non ha idea di cosa possa succedere fino a quando si arriva a una sentenza definitiva.
La possibile via di uscita da questi problemi, probabilmente, sta nella ricerca di un sistema di garanzia a tutela dei lavoratori che, per sua natura, non può che essere in capo allo Stato.
Possiamo provarci.

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