Le manopole dell’Inpgi

inpgiPrevidenza, assistenza, welfare, redistribuzione delle risorse, solidarietà, indipendenza economica.  Questo e non solo significa l’esistenza e la solidità dell’Inpgi, e per tutelare questi cardini della categoria oggi è giusto e doveroso intervenire di fronte agli effetti che la drammatica crisi occupazionale ha avuto sui bilanci del nostro Istituto di previdenza.  Un intervento che deve essere chiaro, equo, ponderato, e che non deve prescindere da una considerazione di fondo: le riforme previdenziali di vent’anni fa hanno dato al nostro sistema previdenziale una struttura equilibrata, il problema che fronteggiamo oggi è altro, è un tracollo occupazionale che modifica le condizioni di partenza, non le dinamiche evolutive.

Proviamo quindi a metterci di fronte all’Inpgi, a guardarne le funzioni e i meccanismi, a capire come agiscono le manopole che comandano il funzionamento di questo complesso apparato. Perché se oggi ci interroghiamo su cosa ci può portare la riforma ormai prossima per darci delle risposte dobbiamo prima capire cosa possono determinare i giri delle manopole e i movimenti delle leve di un complesso sistema.

La prima leva si chiama aliquota contributiva. E si muove con più manopole.

  1. Il primo di gennaio i contributi per Invalidità Vecchiaia e Superstiti, in sigla IVS, aumenteranno dell’1% a carico delle aziende.  Lo hanno già stabilito Inpgi FNSI e FIEG, è l’ultimo passaggio previsto di una progressione concordata. Questo comporta un incremento delle entrate contributive di circa 11 milioni di euro all’anno. Purtroppo come sappiamo non è una misura risolutiva, perché lo squilibrio causato dalla perdita di quattromila posti di lavoro avvenuta negli ultimi anni è di circa 81 milioni, e quindi ne servono altri 70.
  2. Il primo pensiero corre quindi alle aliquote contributive: possiamo alzarle? E di quanto? In effetti i contributi dovuti all’Inpgi sono inferiori rispetto a quelli che si pagano all’Inps, sia pure di poco, e si potrebbero alzare ancora di qualche frazione; per la precisione i datori di lavoro pagano ancora, considerando anche l’1% di cui sopra, lo 0,53 % in meno rispetto a quanto si paga nel sistema INPS, e i lavoratori lo 0,50 % in meno. Queste due manopole, se girate al massimo, comporterebbero un incremento dei contributi di circa 5,8 e 5,5 milioni di euro. Questo è un margine di azione, si può decidere di agire su una o entrambe le manopole per un risultato tra 0 e 11,3 milioni di euro.
  3. Pensando al sistema generale c’è un’altra differenza su cui si potrebbe agire, la contribuzione sui contratti a termine che per i lavoratori iscritti all’Inps è superiore dell’1,4% a quella sui contratti a tempo indeterminato. Se introducessimo questo principio, sacrosanto, per cui il lavoro precario deve costare di più di quello stabile le entrate contributive dell’Inpgi, girando completamente la manopola, salirebbero di circa 1 milione di euro; oppure salirebbero di meno perché alle aziende costerebbe meno stabilizzare i contratti, che sarebbe comunque un risultato positivo. Anche questa manopola potrebbe essere ruotata solo in parte, a seconda dell’equilibrio complessivo che ancora nessuno ritiene di aver individuato.
  4. Un elemento caratteristico delle prestazioni Inpgi di cui pochi hanno voglia di occuparsi è il sistema che regola le pensioni di reversibilità, ovvero quelle che tecnicamente si definiscono “ai superstiti”. Chi volesse dedicare qualche tempo allo studio troverebbe tutti gli elementi necessari sui siti del nostro Istituto e dell’Inps, a me basta dire che se il titolare di pensione INPS viene a mancare e la sua pensione passa al coniuge superstite la pensione viene ridotta in funzione del reddito del superstite stesso. Ad esempio oggi con un reddito annuo sopra i 44mila euro la pensione viene ridotta del 40%. Se prevedessimo una riduzione del 50% sopra un reddito di 32mila euro il risparmio per l’Istituto sarebbe di circa 3,2 milioni di euro all’anno.

Quest’ultimo punto in realtà prevede azioni diverse, su diverse manopole. Si può agire sulla percentuale di pensione che spetta agli eredi, che all’Inpgi è più alta che all’Inps è in entrambi i regimi dipende dal numero degli eredi stessi, si può agire come nell’esempio su cifre di reddito da una parte e percentuali di cumulo dall’altra. È evidente che prima di metterci a girare le manopole a casaccio dobbiamo avere un’idea di cosa sia equo, di cosa sia solidale, di cosa sia sostenibile; e di cosa deve portare la modifica dei parametri.

Come si vede si passa rapidamente dal considerare una manovra semplice con un effetto già determinato a manovre via via sempre più complesse e quindi flessibili, su cui diventa determinante il ragionamento su quanto siano compatibili con i principi di solidarietà e solidità che devono caratterizzare il sistema.

Procedendo sulla strada dei possibili ragionamenti proposti dai colleghi del CdA dell’Inpgi andiamo verso una maggiore complessità delle decisioni e delle stime, e la misura degli effetti economici diventa abbastanza difficile mano mano che entriamo nel campo delle prestazioni per gli iscritti.

  1. Paradossalmente, o forse no, l’Inpgi può agire solo su uno degli ammortizzatori sociali di cui si fa carico, la disoccupazione. Prepensionamenti, Cassa Integrazione, Contratti di Solidarietà e contribuzione figurativa sono determinati da leggi dello Stato e su di essi sono possibili solo interventi di FNSI e FIEG per la parte di competenza della contrattazione collettiva o del Parlamento per l’impostazione generale. Quindi parliamo del trattamento di disoccupazione i cui costi sono a carico dell’Istituto di categoria. Anche qui si parte da un’ipotesi, ovvero che la misura del trattamento di disoccupazione, invece di essere fissa per 15 mesi e poi ridursi nei 9 successivi con uno scalone possa ridursi in maniera graduale. Mantenendo una durata di due anni e una misura superiore anch’essa a quella del sistema INPS si sta ragionando su una riduzione del 5% al mese a partire dal settimo mese. Questo porterebbe a una minore spesa per circa un milione di euro. Quale percentuale di riduzione, a partire da quando, con quale minimo garantito, sono almeno tre le manopole su cui agire, e bisogna comunque capire quale tipo di trattamento di disoccupazione ha più senso e piu efficacia. Il milione di euro, in questo caso, serve a capire di cosa stiamo parlando.
  2. C’è poi da considerare l’aliquota supplementare dell’1% a carico delle aziende per il finanziamento degli ammortizzatori sociali introdotta dagli accordi del giugno 2014 fino al 31 dicembre del 2016; vale circa 6 milioni di euro, e si può ragionare sulla sua conferma o meno.
  3. Visto che stiamo parlando di risorse economiche e di chi dovrebbe fornirle faccio una breve digressione.   La pensione di vecchiaia, 126 anni dopo la sua introduzione nel sistema delle relazioni economiche ad opera del cancelliere Bismarck, sta tornando ad essere erogata ad un’età sempre più vicina ai 70 anni per la quale era stata immaginata. Quando venne introdotta negli Stati Uniti negli anni 30 del secolo scorso si riteneva che una contribuzione del 2% fosse sufficiente a garantirla. Oggi simpatici soloni che sono andati in pensione fra i 45 e i 53 anni qualche lustro fa, che campano delle nostre contribuzioni superiori ad un terzo del reddito, ci spiegano che non dobbiamo toccare niente. E siccome dai punti precedenti emerge che aziende e lavoratori attivi ci devono mettere qualcosa forse è opportuno anticipare che inevitabilmente ci dovranno mettere qualcosa anche i futuri pensionati. In termini di anni in più di lavoro o di euro in meno di pensione. Se questa categoria deve fare i conti con la storia e con il conto economico che ci presenta deve quindi essere chiaro che l’unico modo eticamente accettabile di pagare i conti è quello in cui ciascuno contribuisce proporzionalmente alle sue disponibilità. Anche se è già in pensione. Perché se chi percepisce una pensione si ritiene esonerato dai principi di solidarietà di categoria forse non merita pensione ne solidarietà. Al termine di questo doveroso paragrafo sono in difficoltà nell’enumerare manopole e trarre numeri, è ovvio, ma diciamo che se il giornalista medio di oggi e domani, in attività, deve contribuire con un centesimo, per un decennio o per sempre, è giusto che il giornalista medio in pensione contribuisca ugualmente con un centesimo.

Veniamo poi alle pensioni.

Da una ventina d’anni abbiamo attuato alcune manovre che ci hanno permesso di costruire un sistema pensionistico che supera e risolve i problemi generati dal sistema a ripartizione e dagli evidenti privilegi che anche la normativa generale garantiva in anni ormai lontano di vacche obese. Quindi siamo in condizione di fare delle modifiche che partono da un substrato solido, possono probabilmente avere, in parte, carattere temporaneo e sono gestibili attraverso una fase di transizione. Tutto ciò a condizione che il crollo occupazionale si arresti, è ovvio, altrimenti difficilmente ci sarà partita.

  • La pensione di vecchiaia è chiaramente l’istituto pensionistico base, quello con cui fare i conti e dal quale poi derivano le eventuali altre possibili finestre di uscita. Oggi nel sistema generale viaggia, legata alla speranza di vita, oltre i 67 anni e verso i 70 per tutti i dipendenti tranne noi, che siamo assestati sui 65 anni per gli uomini e i 62 per le donne, che diventeranno 65 fra sei anni. Il Presidente dell’Inpgi ha dichiarato in modo assai esplicito che lui e il CdA non intendono in alcun modo legare le future pensioni all’aumento della speranza di vita media. Questo significa che l’unico intervento possibile sulla leva della pensione di vecchiaia è l’eventuale decisione di innalzare l’età in misura fissa e determinata, e l’ipotesi su cui ragionare sembra essere quella di passare da 65 a 66. Ad oggi non sappiamo, perché non sono ancora state fatte proiezioni, quale effetto questo passaggio potrebbe avere. Siamo ulteriormente avanti sul terreno delle pure ipotesi. Serve? Serve ai conti o serve alla credibilità della manovra di fronte ai Ministeri vigilanti? E quali effetti può portare? Evidentemente un intervento di questo tipo dispiegherebbe i suoi effetti più nel futuro che non nell’immediato.
  • Anche il mantenimento della possibilità di andare in pensione, a qualunque età, al raggiungimento dei quarant’anni di contributi è uno degli impegni presi dal CdA dell’Inpgi, e quindi anche questo requisito rimarrà fisso e non verrà legato all’aumento della speranza di vita media.

Oltre ai 65 anni di età e i 40 di contributi il nostro sistema prevede tre altri accessi alla pensione; anzianità, anzianità anticipata con penalizzazione e prepensionamento. Su questi si concentrano i ragionamenti in vista della riforma. Oggi con 35 anni di contributi si può andare in pensione a 57 anni, con una penalizzazione del 20%, o a 62. In caso di riorganizzazione aziendale in presenza di crisi è possibile il prepensionamento a partire dai 58 anni con un minimo di 18 anni di anzianità contributiva, se previsto da un accordo sindacale. Se per modificare la disciplina dei prepensionamenti, intervento assolutamente necessario, o abrogarla serve un intervento di legge sulla pensione di anzianità è possibile per l’Istituto intervenire autonomamente, in accordo con le parti sociali.          Si può ipotizzare di variare in aumento l’età, oppure l’anzianità contributiva. L’ipotesi più accreditata è però un’altra, superare definitivamente il concetto di pensione di anzianità e introdurre un sistema di anticipazione flessibile rispetto alla pensione di vecchiaia, che consenta di accedere al trattamento pensionistico, ovviamente ridotto con un anticipo rispetto ai requisiti che potrebbe arrivare a 4/5 anni. Potrebbe esserci un sistema di quote, in cui la somma di età anagrafica e anzianità contributiva deve essere superiore a un certo valore e il calcolo della pensione dipende dalla differenza con un altro valore, quello di riferimento per la pensione piena.

C’è un’altra leva su cui è possibile agire per ridurre in prospettiva il costo complessivo della spesa pensionistica,  l’aliquota di rendimento. Per calcolare l’ammontare della pensione bisogna calcolare la media delle retribuzioni, rivalutate secondo l’indice Istat, secondo una formula differenziata su quattro periodi, e la retribuzione media risultante va moltiplicata per una aliquota che dipende da fasce retributive crescenti. La parte fino a 44.888 euro va moltiplicata per 2,66%, la parte tra 44.888 e 59.701 per 2,00%, la parte tra 59.701 e 74.514 per 1,66%, la parte tra 74.514 e 85.287 per 1,33% e la parte oltre 85.287 euro per 0,90%. Il risultato si moltiplica poi per l’anzianità contributiva. Questo sistema è il cuore dell’impianto solidaristico del nostro Istituto previdenziale. Ridurre le aliquote significa ridurre le pensioni, questa leva quindi andrà usata con il massimo equilibrio e mantenendo l’impianto solidaristico. Anche su questo possibile intervento non si può ancora dire quale possa essere l’effetto sui conti dell’Inpgi, come sulle modifiche ai requisiti di età e anzianità. I conti, certamente complessi, si faranno nelle prossime settimane.

L’ultimo elemento in discussione in questi giorni è quello semplicisticamente definito contributo di solidarietà a carico dei pensionati. Presenta sicuramente dei problemi di carattere legale, ma è praticabile. Un intervento finalizzato, limitato nel tempo, rispettoso del criterio di proporzionalità e coerente può essere proposto alla collettività e difficilmente potrebbe essere rifiutato da spinte quasi solo egoistiche in un quadro di riforma che prevede, quasi certamente, l’accettazione di chi oggi e domani, al lavoro, vedrà le retribuzioni ridotte dall’aumento delle aliquote, le pensioni future ridotte e allontanate e continuerà a pagare il contributo introdotto sei anni fa nel contratto con la finalità di garantire la perequazione delle pensioni più basse.

Non sarà un dibattito facile, vista la complessità del ragionamento avviato, ma dovrà essere svolto con la consapevolezza dell’importanza di una riforma doverosa.

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