Inpgi, il punto

Inpgi. Sì, la situazione è preoccupante e proprio per questo occorre restare lucidi, analizzare le soluzioni (alcune delle quali sono nelle nostre disponibilità, mentre per altre dipendiamo da iniziative, forse e chissà quando, del governo). Proprio per questo fare disinformazione è autolesionista. Arrivano nelle caselle dei colleghi bordate di messaggi allarmistici, che invocano l’Inps, che confondono ex fissa e ratei, che accusano l’ente erogatore di responsabilità che sono invece degli editori. Disinformazione che si intreccia a preoccupazioni reali: il calo dell’occupazione giornalistica tradizionale, l’aumento dei pensionati, mentre si trasformano e moltiplicano gli strumenti della comunicazione. Occorre un’analisi fondata su fatti. L’abbiamo chiesta al “nostro” Guido Besana:

In primo luogo, non è vero che ci troviamo improvvisamente di fronte a una situazione imprevedibile. Nel 2010 nel bilancio della gestione principale dell’Inpgi si dava conto della diminuzione, per la prima volta, del numero degli attivi; erano i primi effetti della crisi finanziaria del 2008, che era poi diventata crisi economica e cominciava a diventare crisi occupazionale. L’istituto aveva fatto una riforma che da pochi anni rivedeva il sistema di calcolo delle pensioni, i requisiti anagrafici per il pensionamento, le aliquote contributive e altri elementi del suo sistema, ma quello scricchiolio aveva fatto drizzare le orecchie all’Istituto, al sindacato, all’attuario incaricato di predisporre un bilancio tecnico proiettato fino al 2059 e alla Corte dei conti, che nella sua relazione confermava l’indispensabilità di interventi di correzione della dinamica tra entrate e uscite. Cominciò allora il coro, che continua ancora oggi, di chi dice che la crisi non è stata prevista, che le riforme sono inutili e che chi governa l’Istituto non fa nulla.

In questi dieci anni gli attivi sono diminuiti di uno su quattro, i pensionati sono aumentati di un terzo, eravamo venti a sette siamo passati a quindici a dieci. E siccome tutti noi conosciamo persone che perdono il lavoro o che vanno in pensione o che sono in cassa integrazione, tutti elementi che riducono le entrate contributive e aumentano le uscite per prestazioni, basterebbe chiedersi quante persone conosciamo che sono state assunte regolarmente per capire che il fenomeno non è nuovo e non è imputabile all’Inpgi.

Sono più di dieci anni che i bilanci tecnico-attuariali ci dicono che nel futuro dell’Inpgi c’è una gobba, un momento in cui il patrimonio si riduce ai minimi termini a causa dell’aumento della spesa rispetto alle entrate, e in questi anni abbiamo fatto tutte le riforme ipotizzabili, ma il crollo del mercato del lavoro è stato travolgente. I bilanci attuariali dicevano anche un’altra cosa, che dopo il minimo ci sarà una ripresa perché le riforme fatte andranno a regime e i conti torneranno sostenibili. Però i bilanci attuariali vengono fatti secondo le indicazioni dei ministeri che li richiedono, e tra i parametri da inserire obbligatoriamente c’era sempre una crescita lenta ma costante dell’occupazione. Oggi le opposizioni sostengono che l’unica cosa che sappiamo immaginare è l’ingresso dei comunicatori.

Non è così. In primo luogo, perché le altre cose le abbiamo già immaginate e fatte, e gli effetti delle riforme fatte si vedono nelle dinamiche profonde, se si depurano gli andamenti dal tracollo occupazionale, e in secondo luogo perché non si tratta dei comunicatori, ma di un concetto più articolato che va sotto il nome di ampliamento della platea. In passato abbiamo già incluso platee precedentemente non iscritte all’Inpgi, basti pensare ai praticanti, ai pubblicisti, agli uffici stampa, ai telecineoperatori. Oggi ragioniamo su altre categorie, in base al fatto che l’informazione viene sempre più spesso “prodotta” fuori dal recinto tradizionale dei quotidiani, periodici e radiotv, che nel settore della comunicazione in senso ampio ci sono soggetti che fanno lavoro giornalistico senza essere iscritti all’albo, che l’attività di molti lavoratori si divide tra informazione pura e comunicazione in senso lato, che a fare informazione sono sempre più spesso soggetti che non si chiamano giornalisti, ma social/media/content/video/multimedia manager/editor/producer/maker e chi più ne ha più ne metta. E parliamo di lavoratori dipendenti, in primo luogo. Per esempio mancano all’appello centinaia di addetti agli uffici stampa pubblici e privati, spesso perché, in spregio alla legge nel settore pubblico e per caso nel privato, non sono giornalisti.

Non è poi vero che i comunicatori attraverso i loro sindacati abbiano già detto di no al passaggio all’Inpgi. Prima di tutto i sindacati dei comunicatori nella pubblica amministrazione, che sono i confederali, sono tendenzialmente favorevoli, poi le associazioni che si sono espresse contro sono solo alcune associazioni professionali prevalentemente tra liberi professionisti che raccolgono anche o prevalentemente soggetti che non vorremmo nell’Inpgi, come i pubblicitari o gli addetti al marketing o in generale i persuasori occulti. Solo una parte delle centinaia di migliaia di laureati in scienze della comunicazione fa lavori assimilabili al giornalismo, per affinità o contiguità, ed è a loro che pensiamo quando parliamo di comunicatori. Che, ripeto, sono solo un pezzo del ragionamento. Teniamo anche presente che è il legislatore ad aver indicato questa soluzione, e che oggi stiamo solo chiedendo di anticipare al 2021 una operazione prevista per il 2023. Intanto abbiamo varato un condono sulle sanzioni per ridurre il contenzioso con le aziende sui verbali ispettivi e accelerare il recupero dei contributi dovuti.

Quanto al taglio del 30% delle pensioni in essere non è una proposta o una ipotesi su cui stiamo ragionando, non abbiamo alcuna intenzione di farlo. È invece una delle possibili conseguenze del passaggio all’INPS, che come tale è stata illustrata, e un esempio fatto nel ragionamento per assurdo su quale operazione alternativa dovremmo fare. Significa che se ci parlano di interventi alternativi all’allargamento dovrebbero avere questa dimensione, questo impatto, mentre quello che c’è sul tavolo è semplicemente raschiare il fondo del barile per recuperare meno del 5% del necessario.

Infine la questione della riserva tecnica: i nostri colleghi delle opposizioni sostengono che ci sono risorse per pagare le pensioni per due anni o meno. Questo sarebbe vero solo se improvvisamente le entrate contributive si azzerassero. Cioè se tutti i giornalisti italiani lavoratori dipendenti venissero licenziati domattina. Alla riserva si attinge per colmare il divario tra entrate e uscite, è un patrimonio in via di riduzione ma non siamo ancora a quel punto.

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