Inpgi, il lavoro nero e le lacrime dei coccodrilli

Direttori e pensionati che, a loro dire, rappresentano “una fetta significativa della storia recente del giornalismo italiano” si appellano al Presidente della Repubblica per chiedere improbabili garanzie pubbliche per l’Inpgi e non per chiedere la tutela delle migliaia di giornalisti, ingabbiati in un precariato che, quello sì, sta pregiudicando il futuro della professione.
Ma, forse, farlo avrebbe imposto a molti di loro una doverosa autocritica dato che nelle testate, giorno dopo giorno, redazione per redazione, sotto i loro occhi e con il loro sostanziale beneplacito la macchina dello sfruttamento macina e azzera i diritti più basilari. Il comitato Precariato e sfruttamento: dignità del lavoro per salvare l’Inpgi, che in poco meno di due giorni è riuscito a raccogliere 1.000 firme di giornalisti – soprattutto precari e freelance, ma anche di precari diventati direttori, come Luciano Ceschia, o colleghe e colleghi, dipendenti o meno, in prima fila nella lotta alle mafie e alla criminalità da Amalia De Simone a Paolo Berizzi, da Sandro Ruotolo a Paolo Borrometi – ribadisce che sfruttamento, precariato ed egoismi stanno affossando la categoria. Non c’è previdenza senza lavoro regolare. Non ci saranno pensioni dignitose senza lavoro dignitoso.
Chiediamo ai Direttori che vogliono vedersi assicurata la pensione di pretendere dagli Editori la regolarizzazione dei giornalisti sfruttati: che si chiamino cococo, false partite Iva o cronisti “a pezzo” già oggi sono alle loro dipendenze ma “mascherati” da lavoratori autonomi, con un danno sociale e previdenziale per tutti. Siamo costretti di nuovo oggi, nel 2021, a denunciare la gravità della situazione in cui versa il lavoro nel mondo dell’informazione. E questo, duole dirlo, anche grazie a colleghi che oggi firmano appelli a tutela della loro pensione, mentre ieri erano ai vertici degli Enti di categoria dimostrandosi troppo egoisti per pensare a chi sarebbe arrivato dopo di loro. E’ inutile fare nomi, ma non passano inosservati Direttori e colleghi che, ai vertici degli Enti di categoria, hanno goduto dei tempi di vacche grasse, continuando a godere di  istituti iniqui e superati, a prescindere dalla sostenibilità economica. Non hanno lasciato nemmeno le briciole, soltanto macerie sociali.
E’, inoltre, in un certo senso ridicolo che a firmare certi appelli siano anche ex parlamentari giornalisti che hanno maturato la pensione Inpgi senza mai aver di fatto lavorato un giorno solo in redazione. Politici che, invece di indignarsi ora versando lacrime di coccodrillo, avrebbero potuto occuparsi del problema quando sedevano in Parlamento e avevano tutti i mezzi per intervenire e trovare soluzioni adeguate. Oltre che preoccupazione, dai sottoscrittori di quella petizione ci aspettiamo anche coerenza e un po’ di autocritica. Qui, lo ribadiamo: non si tratta di alimentare inutili divisioni. Si tratta di capire che senza lavoro regolare non ci sarà alcuna previdenza. Si tratta di tenere alta l’attenzione su questioni urgenti del mondo dell’informazione, a partire dall’Equo compenso.
Il nostro obiettivo è la difesa dell’autonomia e la messa in sicurezza dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, ma prima di avanzare ipotesi suggestive o impraticabili, come la seducente “garanzia pubblica”, occupiamoci della dignità del lavoro. Se non ora, quando

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