Inpgi/ A palle incatenate

palle incatenatedi Guido Besana
Concludo il mio terzo mandato da consigliere dell’Inpgi e non mi ricandido, come non si ricandidano, per fare due esempi, Andrea Camporese e Maurizio Andriolo. Andrea ha svolto due mandati, da Presidente, Maurizio credo sette, ma potrei sbagliarmi, ed è stato Vicepresidente. Due persone e due storie diverse tra loro, e diverse dalla mia. Loro hanno scelto il silenzio, io, dopo questa campagna elettorale infinita, violenta e velenosa, dico qualcosa.In queste settimane abbiamo letto un po’ tutti che i salvatori dell’Inpgi hanno dei progetti. La proposta programmatica più evidente è quella di certi colleghi che pretendono un solo chiaro ed esplicito provvedimento: salvare la propria pensione succeda quel che deve succedere. E spiegano che se la sono guadagnata con i loro contributi. Non è vero! Se i loro contributi

avessero pagato la loro pensione i conti dell’Inpgi sarebbero a posto. I loro contributi hanno pagato le pensioni dei pochi che erano in pensione prima di loro; le loro pensioni le pagano i nostri contributi, quelli di chi lavora oggi. Si chiama sistema a ripartizione, e quando come oggi i contribuenti diminuiscono si fa fatica a pagare le pensioni di chi è già pensionato, non di chi lo sarà, auspicabilmente, nel futuro.

La seconda proposta innovativa per salvare i conti dell’Inpgi viene da chi, e sono molti, sostiene che il servizio ispettivo dell’Istituto dovrebbe finalmente cominciare a guardare al di fuori del comparto editoriale e recuperare i contributi di tutti quei giornalisti che lavorano fuori da quotidiani agenzie e periodici. Avendo presieduto per dodici anni la Commissione Contributi e Vigilanza posso osservare che dal 2004 al 2015 sono state effettuate 970 ispezioni: 118 in quotidiani, 199 in periodici, 43 in agenzie di stampa. Le altre 610, il 63%, hanno riguardato emittenti radiotelevisive, testate on line, uffici stampa pubblici e privati, service e aziende pubbliche e private di ogni settore, dalle case automobilistiche alle società sportive, dalle università alle aziende sanitarie locali. Verrebbe da ringraziare per il tempestivo suggerimento, che curiosamente viene anche da colleghi che sono stati consiglieri generali o addirittura membri del CdA dell’Inpgi.

Un altro cavallo di battaglia degli autonominati salvatori dell’Inpgi è l’idea che il nostro Istituto di previdenza deve intraprendere azioni per la regolarizzazione degli abusivi. Mi viene spontaneo ricordare, ma forse non a loro che non hanno molta voglia di studiare e ascoltare, che negli stessi anni le ispezioni hanno comportato verbali che richiedevano alle aziende contributi previdenziali per 2169 giornalisti spacciati per lavoratori autonomi quando erano da inquadrare come subordinati. Di fronte alla magistratura, nella sezione chiamata a giudicare della qualificazione dei rapporti di lavoro, dipendente o autonomo, l’Inpgi ha un tasso di pronunce favorevoli superiore al 90%.

È interessante notare che da quando, alcuni anni fa, ci si è applicati ai settori non editoriali abbiamo riscontrato una sempre più elevata propensione alla regolarizzazione delle posizioni e una ridotta propensione al ricorso contro i verbali ispettivi.
Viene poi sostenuto che l’Inpgi deve pretendere i contributi previdenziali delle star dell’infotainment televisivo, e si cita spesso il caso di Bruno Vespa che secondo la Rai non farebbe lavoro giornalistico. Scusandomi con Vespa, solo perché mi consento di fare il suo nome quale esempio illustre, la Rai sostiene che le sue trasmissioni sono al di fuori delle testate giornalistiche e che quindi, per politica aziendale, non versa contribuzione all’Inpgi: l’Inpgi è così arrendevole che è in causa con la Rai da più di dieci anni e sta per arrivare il dibattimento in Cassazione. Forse però i salvatori dell’Inpgi hanno un’idea migliore rispetto ai vecchi metodi, e invece di adire alle vie legali pensano che ci sia qualcosa di più rapido e efficace, anzi infallibile. Lo dicessero mi toglierebbero dei dubbi sulla condotta da seguire in un Paese che credo sia ancora governato da leggi.

Una variante di questa tesi è che in televisione si vedono molte persone che parlano, commentano, conducono programmi, intervistano. Calciatori, soubrette, intrattenitori a vario titolo. E dicono che l’Inpgi dovrebbe farsi pagare i contributi previdenziali per cantanti, ballerine, terzini. È interessante l’idea, per carità, ma nessuno di loro mi ha mai saputo spiegare come fa l’Inpgi a iscrivere qualcuno all’albo dei giornalisti. E nessuno di loro ha mai fatto una denuncia per esercizio abusivo della professione giornalistica a carico di questi suoi beniamini televisivi. E nessuno di loro pare aver capito che la logica del buon vecchio quotidiano cartaceo mal si adatta a questi nuovi strumenti di comunicazione come la radio, la televisione, la rete.

Un altro tasto su cui molti battono è la vicenda Sopaf e il processo che coinvolgerà Andrea Camporese. Ho detto la mia, senza che questo coinvolgesse nessuno, ma solo a titolo personale, in Consiglio Generale e in tempi non sospetti, era il novembre del 2014. Ho chiesto a Andrea, anche da amico come lui sa, di fare un passo di lato, se non un passo indietro. Le scelte di Camporese e del CdA, che hanno valutato insieme ai legali incaricati la vicenda processuale, sono state diverse e ne ho preso atto. Andrea è rinviato a giudizio per una presunta azione che potrebbe essere consistita anche in un danno per l’Istituto. Si è caricato il peso di questa vicenda sulle spalle, ha scelto il silenzio, andrà in giudizio, non ha precluso alcuna azione di tutela all’Inpgi. Sono due modi diversi di agire, entrambi difficili. A giudicare dai toni che sono prevalsi in campagna elettorale credo di poter dire con certezza che se Andrea si fosse dimesso sarebbe lo stesso al centro del mirino nelle bordate propagandistiche di questi giorni.

Trovo invece molto interessante quanto viene detto sulla riforma varata a luglio scorso dal CdA. In sintesi i cavalieri in bianca armatura che salveranno l’Inpgi ci dicono che per prima cosa bisogna guardare bene i conti e fare dei conti per far tornare i conti. Ora non vorrei essere pedante, ma i conti dell’Inpgi sono pubblici, approvati dal CdA, approvati dal Consiglio generale, approvati dal Collegio dei Sindaci che è presieduto da una figura di nomina ministeriale, controllati dai Ministeri vigilanti, controllati dalla Corte dei Conti e dalla Covip. Quindi? Dovete essere eletti e entrare in CdA e esprimere il Presidente, anche lui o lei in bianca armatura, per poter finalmente posare lo sguardo sui conti e sentenziare l’arcana soluzione ai problemi che affliggono la categoria? Oppure come dite a volte bisognerà andare a una riforma lacrime e sangue, con interventi molto più pesanti, riducendo le prestazioni anche al di sotto del regime generale INPS? Allora che difensori dell’Inpgi siete?

Ndr. Nella marineria d’un tempo si usava la tecnica di sparare due palle di cannone, da cannoni appaiati, legate da una catena. Sparare a palle incatenate poteva servire a tranciare meglio le alberature delle navi nemiche. È poi diventato un termine paragonabile a spargere il sale sulle rovine, fare terra bruciata, avvelenare i pozzi. Insomma, agire per la vittoria al prezzo di tutto quanto ci circonda.

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