Il mondo è cambiato, ma al governo non se ne sono accorti…

di Marina Cosi

Mooolto interessante il webinar sindacale Fnsi di oggi 1° Maggio sullo stato (= sul disastro) dell’arte, nel mondo dell’informazione. Chi non l’avesse potuto seguire in diretta lo trova registrato sulla pagina Fb della Fnsi ovvero ci arriva dal sito federale:    https://www.facebook.com/watch/live/?v=303625968049373&ref=watch_permalink  . Testimonianze di colleghi attivisti, di vertenze drammatiche, di precari eterni, di colleghi ai quali si comunica alle 11 del mattino che “Oggi questo è il vostro ultimo giorno di lavoro”, di editori pirata che intascano le provvidenze governative e poi chiudono giornali in attivo, di colleghi con la scorta perché per il loro lavoro (pagato 5 euro al pezzo) la malavita li minaccia di morte. E testimonianza anche della latitanza del governo … Che volta la testa dall’altra parte e micragna su norme superate, su strumenti e bilanci di parte, senza capire che è cambiata non “l’editoria”, ma ormai l’intero mondo dell’informazione. Poiché l’informazione arriva in modi diversi, da canali diversi, con strumenti diversi… Tutti (ingenui!) a fare la ola quando al Ministero del lavoro è arrivato un democratico, ma poi l’unica apparizione di Orlando alle genti è stata di mollare il tavolo ai funzionari e subito concedere agli editori l’ennesimo pacco di prepensionamenti. Rovinoso per le casse dell’Inpgi (che poi, come brutalmente sintetizza uno che stimo molto Se l’Inpgi va a gambe all’aria l’unica cosa garantita veramente è la pensione sociale …). Come non ha detto, ma avrebbe ben potuto dire nell’intervento finale la presidente Inpgi: drammatico perché ci ha riportato a terra. In estrema sintesi: il tempo stringe (2 mesi)! Il problema, ha ricordato Macelloni, riguarda tutti: attivi e pensionati. Anche quei colleghi “grandi firme” che avevano sottoscritto una lettera demagogica chiedendo la “garanzia pubblica”. Illudendosi cioè che l’eventuale trasloco all’Inps avrebbe lasciato il sistema immutato, con lo Stato che graziosamente ripianava a fine anno … E così tu, a latere, ti fai pure delle domande, non tanto sulla presunta soluzione “tanto comoda quanto impraticabile”, quanto su tali colleghi.

Vabbè. Tornando all’incontro online detto anche webinar, voluto e presieduto dal segretario generale Lorusso, van segnalati due interventi anonimi e in onda a schermo nero. Giusto dal loro accento si poteva immaginare da dove parlassero. E difatti poi Vittorio Di Trapani (Usigrai) ha commentato: “Se i colleghi sono costretti a scegliere l’anonimato significa che c’è qualcosa di molto malato nel Paese”… Anche lui poi è tornato sul quadro d’insieme, sul fatto che un tema così non possa venire affrontato in maniera settoriale: “Occorre un patto per l’articolo 21, perché se la Costituzione indica dei valori e s’impegna a rimuovere gli ostacoli alla loro applicazione, questo vale anche per il diritto ad essere informati”. Come? Con interventi sull’autorità di garanzia, ponendo limiti antitrust, assicurando le libertà (dal carcere, da liti temerarie, per l’equo compenso, sulla sicurezza, contro le minacce d’odio …). Altro che pietire un tavolo ministeriale, bisogna puntare alto, arrivare direttamente al tavolo di Draghi. Certo, anche la categoria deve fare la propria parte, battendosi per le garanzie di chi è costretto a restare indietro. E a proposito della tanto conclamata conversione ecologica, be’ esiste anche quella contro il junk job, il lavoro spazzatura (copyright Di Trapani).

Al cuore del problema ci è andato Guido Besana, con la consueta chiarezza: “Il problema fondamentale è la fragilità. Quella del lavoro illustrata da colleghi, quella delle imprese e quella del sistema”. A sentire il racconto di come oggi si svolgono le trattative sindacali c’è da mettersi le mani nei capelli: “Sempre più spesso ci troviamo di fronte a rappresentanti aziendali impreparati, a interpretazioni fantasiose, a procedure fallimentari …”. Perché la legge sull’editoria ha 40anni, è vecchia, essendo a sua volta figlia d’una descrizione del campo che risale alla legge sulla stampa emanata dall’Assemblea costituente e che parla di “quotidiani, periodici e giornali murali” (trent’anni dopo gli s’aggiungono le agenzie di stampa e finita lì).

E pensare che questo attuale governo ha una maggioranza talmente ampia da potersi permettere, se solo lo volesse, una vera riforma. Altro che straparlare di “editoria 5.0”: basta editoria, bisogna parlare di informazione. Qui abbiamo un Ordine in cui la metà degli iscritti non ha mai prodotto reddito derivante da informazione giornalistica. Oggi – ricorda Besana – il “recinto”, il nuovo spazio, è il digitale, le piattaforme, lo streaming: “Ed è qui che dobbiamo pretendere di portare obblighi, diritti e risorse. Fra cui il lavoro pagato il giusto, l’inquadramento corretto”. E citando Facebook: “Quel che accade in Australia dovrebbe farci riflettere: Governo, intervieni ora!”.

Rincara Macelloni: “Ecco perché l’Inpgi chiude con oltre 200 milioni di perdite”. Se si pensa cioè che ogni anno, da un decennio ormai, nell’editoria svaniscono da 800 a mille persone, il paradosso è che da una parte aumenta il numero di iscritti all’Inpgi e dall’altra diminuisce il numero di contributori…

Eppure al tavolo, anzi ai tavolini, governativi non riescono proprio ad avere uno sguardo d’insieme; cambiano i governi e le casacche ma resta la miopia ed il reiterato leitmotiv “Voi pagate pensioni troppo alte rispetto ai contributi versati”. Ma certo bella gioia, se non mi fai una riforma che prenda atto dei mutati confini del mondo del nostro lavoro, delle nuove figure professionali, di come son cambiati strumenti e tempi e tecniche … Nel frattempo però che il governo è sordo (ma ci sente benissimo alle richieste degli editori di finanziare i prepensionamenti …) l’Inpgi ha continuato a pagare tutti gli ammortizzatori sociali. Nota: cosa che l’Inps non fa. Nota bis: cosa che ha fatto risparmiare 500 milioni di euro allo Stato. Come commenta Macelloni: “Senza Inpgi questo paese sarebbe un deserto dell’editoria. Invece noi abbiamo una soluzione inclusiva: il mondo sta andando da un’altra parte, prendiamocela”.

Ecco, mi son lasciata prendere dall’entusiasmo e ho riassunto un po’ più “roba” di quanto volessi. Ma ci sono stati altri interventi, tutti interessanti, per cui non sentitevi esentati dall’andare ad ascoltare l’intero webinar (ma quanto mi sta antipatico questo termine?) …

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