Editoria, tragico bollettino. Uniti si vince?

giornali
di Oreste Pivetta
Licenziamenti, prepensionamenti, cassa integrazione, accordi di solidarietà per ridurre gli stipendi. E poi ricatti, minacce, illegalità, abusi, sfruttamento, precarietà…. Sono queste le parole che descrivono la condizione di molti (molti che diventano sempre più numerosi) tra i molti che lavorano nei giornali, nelle televisioni, tra la carta e l’etere, tra la tradizione e l’innovazione, talvolta solo apparente, della comunicazione e della informazione lungo le catene del web. Sono le parole che descrivono una crisi iniziata almeno un ventennio fa, ma che si è inasprita negli ultimi anni, negli ultimi mesi, una crisi che trova, in Italia, spiegazioni diverse: la caduta dell’economia, il degrado culturale e della politica, la rivoluzione tecnologica, la sudditanza ai “poteri forti” della pubblicità e del marketing.
Come hanno risposto gli editori? Chiudendo, comprimendo, svendendo i contenuti in cambio di detersivi o di creme di bellezza, ricorrendo in modo massiccio agli ammortizzatori

(talvolta con pretese che fanno a pugni con la legge e con il contratto, “suggerendo” ad esempio la cancellazione delle “corte” per compensare le ore di lavoro perse o proponendo retribuzioni in nero ancora per recuperare ore lavorate indispensabili alla fattura di un giornale).
Come reagire?
E’ la domanda che si sono posti quanti sono intervenuti alla assemblea dei comitati di redazione e dei fiduciari, convocata dalla Associazione lombarda dei giornalisti, l’altro giorno al cinema Anteo.
I ventitré licenziamenti annunciati dell’agenzia Askanews; il nuovo piano presentato del gruppo Poligrafici Editoriale (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione, QN, Q.net) con l’indicazione di 112 esuberi su 283 giornalisti; l’operazione di cessione delle testate Starbene, Tustyle, Confidenze, Sale&Pepe, Cucina Moderna quale prosecuzione della politica di dismissioni adottata da Mondadori; il piano di riorganizzazione del quotidiano La Provincia di Como con l’ipotizzata chiusura delle redazioni di Sondrio e Lecco: il progressivo logoramento di Metro con la pretesa di nuova “solidarietà” sotto la minaccia della chiusura…
Sono questi solo alcuni dei “titoli” della crisi in Lombardia e non solo in Lombardia citati dal presidente della Alg nella sua relazione. Paolo Perucchini ha accusato gli editori di latitanza, di vuoto di strategie e quindi di assenza di progetti e di investimenti, di ricorso esclusivo ad una politica di tagli per abbassare i costi (con l’aggiunta di intimidazioni, di tentativi, numerosi, di ostacolare la stessa attività sindacale, persino la partecipazione dei Cdr all’assemblea). Con una giusta sottolineatura, che si rivolge a tutti i cittadini, perché la crisi delle testate giornalistiche non ha solo risvolti economici, ma pone infatti a rischio un bene imprescindibile e tutelato dalla Costituzione, quello del pluralismo dell’informazione.
Il dibattito che è seguito ha segnalato altri casi, altre vicende.
Ad esempio la storia dell’Ansa, pronta a fabbricare pagine confezionate a disposizione di qualsiasi testata: una o due pagine di “esteri”, ad esempio, pronte all’uso e alla stampa e buone per liquidare la redazione esteri di qualsiasi giornale. Dunque l’Ansa, agenzia di stampa, “cooperativa” di editori sorretta dai fondi pubblici, offre al mercato un prodotto che consente agli editori stessi di mortificare gli organici delle loro redazioni, di licenziare, di pensionare.
Ad esempio, ancora, la “svendita” di testate, anche di testate storiche, al miglior offerente (o magari solo acquirente a costi azzerati), garantendone la sopravvivenza solo a patto che vengano dimezzati forza lavoro e salari.
In un caso e nell’altro la conseguenza è il ricorso sempre più massiccio alle collaborazioni esterne, alle collaborazioni cioè di giovani sotto pagati, non contrattualizzati, non tutelati, esposti a qualsiasi forma di ricatto (da quello economico a quello politico).
Tutto questo ovviamente significa perdita di qualità e di identità dei giornali, significa cancellare la loro “necessità”, significa allontanare sempre di più i lettori, ormai consegnati alla lettura delle news (o delle fake news) sul piccolo schermo di un iphone.
La caduta delle vendite sembra inarrestabile e nulla sembra si faccia per fermarla. Sempre più immiserita l’informazione, sempre più consegnata alla marginalità.
L’assemblea si è chiusa con l’intervento di Raffaele Lorusso, segretario della Fnsi. Che intanto ha segnalato un cambiamento positivo: ad un governo che ci vedeva come il nemico pubblico è subentrato un esecutivo che ha manifestato attenzione di fronte alle questioni che abbiamo presentato. Un clima diverso, dunque, discontinuità rispetto al recente passato, anche se ancora atti concreti non sono stati compiuti. Intanto abbiamo sventato l’omicidio di testate storiche, ha ricordato Lorusso, come Avvenire, come il Manifesto, si è garantita la sopravvivenza di Radio Radicale, perché l’eliminazione del contributo pubblico è stata congelata.
Per il resto l’unica via, peraltro in esaurimento salvo rinnovi di legge, che gli editori prospettano ancora è quella dei prepensionamenti o della cassa integrazione. E’ da un decennio almeno che vi si ricorre, nella convinzione che così si facilitassero ristrutturazioni e rilanci. Ma le difficoltà del sistema si sono aggravate, non sono regredite: significa che lo strumento non funzionava e non funziona.
In compenso la legge pone l’obbligo di mettere in sicurezza i conti dell’Inpgi: come si può, se dobbiamo sostenere i prepensionamenti e il sistema dei media non assume nuovi giornalisti, che devono continuare invece a lavorare in strada, senza alcun tipo di contratto, in difesa dei quali dovremmo costruire nuovi percorsi di inclusione. Qui l’accusa: anche di fronte a questi temi, gli editori sono scappati…
E’ tempo di dare battaglia, ha concluso Lorusso. Di nuovo in una assemblea di giornalisti sono riecheggiate le parole “lotta” e “sciopero”. Ma, come ha ricordato una collega, qui davvero occorre “solidarietà”, quella buona tra lavoratori che si trovano tutti sulla stessa navicella sgangherata, quando si dovrebbe capire che non vale più la regola della morte tua e della vita mia: la scena di oggi è quella di una cascata che non sembra finir mai in secca, chi si salva oggi rischia di precipitare domani, chi vede i colleghi di una testata andarsene non può brindare serenamente alla propria sicurezza, solo apparente e solo a tempo determinato.
Per questo si dovrebbe chiedere a tutti, editori, sindacati, giornalisti, governo (lascerei per ultimo il governo, governo di un paese che fatica ad uscire dalla sua “crisi”, politica ed economica), ingegno e responsabilità per cambiare strada: tutti si sono mossi finora lungo un cammino di difesa, gli editori tagliando, il sindacato tamponando le ferite. Immaginare un orizzonte è possibile? Probabilmente sì, se ciascuno si mette onestamente in gioco. Ma forse è un’utopia.

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