Dov’è il giornalismo? Catalogo degli errori e delle possibilità

(“Che cosa significa avere più giornalisti a raccontare la realtà” si è domandato ed ha chiesto Raffaele Fiengo intervenendo al recente convegno della Fondazione Murialdi. Un’analisi severa e di denuncia che tuttavia apre alla speranza di rilancio del nostro “mestiere” e della sua fondamentale funzione democratica).                                                      di Raffaele Fiengo

Le riflessioni che la Fondazione Murialdi sta promuovendo danno fondamento a un allarme sulla piena funzione del giornalismo in tutte le forme esistenti in questa difficile transizione. E’ cambiato il modo delle imprese editoriali, l’equilibrio e il rapporto tra i fattori di produzione Anche nei quotidiani, che – rispetto ai periodici – avevano resistito di più, negli ultimi vent’anni, sono mutati gli equilibri tra marketing, pubblicità e giornalismo. Non solo è caduto the wall, il tradizionale muro di separazione, ma mi sento di fare una affermazione che segna questa transizione: “I giornalisti ci sono, non c’è il giornalismo”. Ma piuttosto che insistere in una sterile e ricorrente denuncia appare più utile elencare fatti critici materiali, effetti gravi, che diventano prova provata dell’attuale stato delle cose: alcune “cattive” (che ci sono e potrebbero non essere irreversibili) e poi quelle “buone” (che sono in genere mancate e mancano, ma potrebbero prendere corpo). Allora procediamo per titoli veloci.

1-Il tema più recente: il fisco unico europeo. Mario Draghi ha detto nei giorni della sua chiamata: vorrei lavorare per muovere verso un unico fisco europeo. Giusto! Importantissimo, storico. Un obiettivo davvero ambizioso, che cambierebbe sul serio la vita delle persone in tutta Europa, in Italia in particolare. Un giornale è andato a raccontare il fisco francese, spagnolo, tedesco, belga, olandese..? No. Eppure interessa, e come! I redattori ci hanno pensato. Lo so. Ma non è stato minimamente fatto.

2-Il vuoto che i media non hanno coperto. Dall’inizio della pandemia, nelle regioni più colpite (esempio la Lombardia) l’autorità pubblica non ha fornito i luoghi e i percorsi del contagio, i nomi, i mestieri delle vittime. Poco o nulla. E’ un fatto che i media (nessuno escluso, non solo la carta stampata salvo alcune testate locali) non abbiano coperto questo vuoto.
Il risultato è stato drammatico: record italiano nelle vittime da Covid. (Al 18 giugno con 4.250.902 contagiati l’Italia ha avuto 127.225 vittime: il 2,99 %)

3-Assenza giornalistica nelle ore più buie. Nel bel libro di Francesca Nava “Il focolaio” è documentato che nel Bergamasco hanno lavorato 400 mila addetti su 500 mila. Col silenzio assenso (sul carattere essenziale della produzione) qualcuno ha voluto che lavorassero nel pieno dell’epidemia le fabbrichette. Era impossibile raccontare le violazioni quasi generali? Scoprire che, nelle fabbriche grandi e piccole, durante il lockdown duro si lavorava quasi a pieno ritmo? Il virus dilagava. Ci attendeva la sfilata notturna dei camion con le bare. Il giornalismo non ha potuto fare il suo dovere minimo verso la comunità

4-Troppi contagiati per poter fare il tracciamento? Nel Regno Unito, dove le cose andavano malissimo, il “Guardian” ha pubblicato nella primavera 2020 una inchiesta in prima con tre pagine all’interno spiegando perché non funzionava il controllo dei contagi. Sarà anche perché Johnson stesso prese il Covid e diventò più sensibile: si corse ai ripari. E le cose lì sono cambiate. Ma in Italia anche su questo fronte c’è stata l’informazione possibile alla comunità? Onestamente no. Si è spiegato poco in che consiste questo tracciamento. Un decreto prevedeva 6000 tracciatori (questo provvedimento era anche sbagliato perché richiedeva competenze medico-sanitarie non necessarie. Erano invece indispensabili molti più operatori, dieci volte tanti. Il tracciamento fu ufficialmente interrotto. I giornalisti avrebbero facilmente scoperto, se messi sul campo, che sarebbe bastato mobilitare gli studenti universitari (due ore di telefonate la sera) nello spirito dell’alluvione di Firenze: si trattava di fare telefonate ai contagiati e inserire in una piattaforma nomi e numeri di telefono di contatti frequenti avuti nei giorni precedenti (in avanti e all’indietro). Potevano essere reclutati facilmente come si fa con gli spalatori nelle grandi nevicate.

5- Nei giorni in cui si è scoperto il vaccino. C’è stata qualche redazione piccola o grande che abbia potuto mettere giornalisti a scoprire come si pensava di organizzare le iniezioni di massa fin nelle più piccole frazioni? A scoprire che non ci sarebbe stata nemmeno una lista nazionale dei vaccinati nelle diverse regioni (che peraltro non c’è ancora)? A raccontare come si pensava di mettere in piedi una operazione mai programmata prima?

6- La ritardata vaccinazione degli anziani. La persistente e nota azione di amministrazioni regionali (Lombardia e Toscana) a posporre la vaccinazione degli ultra 80enni, e anche degli ultra 70enni, a favore di altre scelte in apparenza più utili a non fermare la produzione. I giornali hanno messo giornalisti a raccontare questo? No
La ragione? Incapacità dei giornalisti? Certamente no. In Italia la linea delle imprese editoriali è “pochi giornalisti, sempre meno”. Le condizioni di lavoro anche nei grandi giornali non permette nemmeno di pensare i servizi più elementari e ovvi necessari a informare la comunità.
Invece Martin Baron (quello di Spotlight, ora direttore del Washington Post), nella lettera ai colleghi preannunciando il proprio pensionamento ha potuto vantare che ha trovato 600 giornalisti e ora sono 900!

6- Corriere e Repubblica, politica parallela. Liberi tutti, Moda&Beauty. Due esempi… Sempre più spazi nell’ informazione di confine “dentro il giornale madre”. Prodotti ben fatti. Ma con logiche e su terreni diversi. Occorre vedere queste diversità. E curare, affermare, la propria presenza da giornalista anche se la scelta origina dal marketing o dalla pubblicità. Peraltro il risultato sarà più apprezzato anche dalle aziende.
Qui non vorrei essere equivocato. La pubblicità nativa e le altre nuove opzioni del genere sono una realtà. A me personalmente “CocaCola happiness” piace anche. L’idea di raccontare le difficoltà degli immigrati a Dubai che non hanno nemmeno i soldi per telefonare a casa è giornalismo. E la trovata di costruire distributrici di bevande con annesso telefono che funziona con il tappino della Coca è perfino tenera. Ma conta sempre la trasparenza e la lealtà verso i lettori. Negli ultimi tempi questa lealtà è diventata labile.
Deve essere netto il principio, che è anche un obbligo: il lettore deve sempre sapere se un articolo è pubblicato a pagamento. In qualunque modo questo pagamento avvenga. (Ad esempio con una inserzione nei giorni successivi, o con qualunque altra tecnica).
Il nuovo assetto che mina la credibilità del giornalismo, viene da lontano e non può esser ignorato. Va osservato bene e studiato anche. Perché non si perdano pezzi di giornalismo su questa strada.
Quando fu annunciato l’Expo si sono letti articoli pregevoli sui significati e i valori portati in evidenza. Quando sono arrivati i soldi alle testate gli stessi media (e talvolta gli stessi giornalisti) hanno svoltato verso l’evento perdendo quasi tutti i temi originari.
E poi il famoso “Luna rossa”, quando gli italiani scoprirono la vela restando svegli la notte per le regate nel Pacifico. Prada, lo sponsor della barca italiana, voleva una pubblicità ogni giorno in basso nella pagina. Ma Tods (Della Valle) aveva le scarpette e prenotò in anticipo lo spazio per tutta la durata delle gare. I giornali risolsero raddoppiando le pagine di ogni giorno per averli entrambi. Anche nei giorni senza vento e senza regata! Gli inviati non sapevano che cosa scrivere.
Gli effetti di una situazione di meno giornalisti disponibili talvolta sono anche gravi. Due anni fa Save the Children con una seria ricerca rivelò: Un milione e 300 mila bambini “in povertà assoluta” nel nostro Paese. Un grande giornale pensa di mandare cinque o sei giornalisti a vedere in grandi città, province, montagna, nord, sud in che consista questa povertà. Ma alla fine non si farà. Solito motivo. I giornalisti bastano appena a fare uscire i prodotti nell’ordinario. E poi rende danaro immediato contante in bilancio?

7- Qualcosa di buono. In edicola con la formula basso prezzo-alta qualità. Il caso felice della Lettura, di Robinson e recentemente dello Specchio. 50 centesimi per qualcosa che vale mi piace molto. Non solo perché ricorda la penny press all’origine del giornalismo per tutti. E’ una delle ricerche messe in bilancio nella Fondazione Murialdi, insieme con innovazioni come i Longform di Repubblica e le Buone notizie del Corriere. Cose buone, dunque, accanto a cose cattive. Purtroppo non è proprio così.
I fatti materiali che ho qui elencato, quasi solo per titoli, portano a uno stato delle cose chiaro, evidente.

8-Il caso Superlega cancella la separatezza tra azionisti e informazione giornalistica. Il tentativo maldestro di creare la Superlega del calcio ricco assume valore di simbolo, proprio mentre il lavoro da casa ha accentuato la perdita progressiva del giornale come opera comune, che, quando è attiva, tempera naturalmente le derive di cui abbiamo detto. Esiste ancora la “cultura della newsroom” che ogni redazione ha (e alla quale aderisce in pochi giorni chiunque vi arrivi). Su questo terreno sono stati bravi i colleghi di Repubblica a respingere la dock station, che avrebbe reso episodica la stessa esistenza della newsroom, e che Molinari, forse per eccesso di efficientismo, aveva proposto.
Questa cultura poggia sul principio che separa la gestione economica di un giornale dalla gestione quotidiana dell’informazione giornalistica.
La proposta di una Superlega delle 12 squadre di calcio migliori d’Europa esplode sui giornali il 19 aprile. Per due giorni infuria la “guerra per il calcio europeo”.
Il 21 aprile Repubblica sul progetto abortito nella notte con l’abbandono delle squadre inglesi, dà la parola direttamente ad Andrea Agnelli, cugino di John Elkann presidente della Gedi, editrice del quotidiano (due pagine, 14 e 15)
Il Corriere anche ascolta il proprietario, Urbano Cairo (quasi tutta pagina 13). Fa meno effetto perché è “dalla parte giusta”. Ma ha la stessa natura.
L’identificazione immediata e totale dei giornali con la proprietà è stata clamorosa. Quel che avviene attorno al calcio più ricco d’Europa manda in frantumi il sistema su cui si è retta, dopo la ritrovata democrazia in Italia, la libertà della stampa.
La separatezza tra l’informazione giornalistica e la proprietà dei quotidiani, basata su giornalisti con lo status di “professionisti” (con tanto di Ordine) oltre che di “dipendenti”, ha avuto sempre natura instabile, ma è strutturata in modo forte.
Figura centrale è il direttore, che propone le assunzioni e i licenziamenti, organizza il lavoro, sceglie i capi. E viene nominato soltanto dopo che c’è stata una votazione segreta della redazione sul suo nome e programma.
Si impone una riflessione, andando a rivedere anche le accorate proposte di Stefano Rodotà sullo Statuto speciale dell’impresa giornalistica. Riferimento d’obbligo il modello virtuoso del Board of Trustees nell’Economist (dove la separazione tra l’informazione giornalistica e gli interessi degli azionisti è un vincolante fatto giuridico) che Elkann stesso ha accettato quando è entrato nella proprietà del prestigioso settimanale inglese.
In Italia è una questione “in coma”, anche al Corriere, in verità, dove la Fondazione (nata con quel preciso scopo) è ancora solo una bella realtà culturale.

Servono più giornalisti per più giornalismo. Una sospensione di sei mesi della “politica dei tagli”
Questo convegno, tuttavia, si tiene nel cuore di un inedito stato d’animo della comunità italiana e europea.
Lo definirei un tempo di “attesa attiva”. Intanto la ragionevole aspettativa di tornare a una certa sicurezza degli individui e della società di non essere esposti ogni giorno al pericolo di perdere la vita. Lo dice anche Lorenzo Lotto scappando da Venezia per una epidemia: ”…a cavarse dae bae sta rogna gai vol un Nadal e do Pasque”. Ci siamo, forse.
Attenzione e speranze dunque. Molto oltre l’”andrà tutto bene”. E riguarda ogni ambito: la scuola, il lavoro, la qualità dell’esistenza, la qualità della vita, il futuro proprio e dei propri cari, i diritti per tutti. Ogni ambito ha attenzione, o potrebbe averla. C’è non solo l’idea di riprendersi, ma anche quella (meno espressa) di ridefinirsi.
In questa realtà in movimento il giornalismo non può mancare. E’ credo indispensabile il ruolo, oggi quasi del tutto mancante, di chi aiuti a leggere il reale in movimento e non solo quello che c’è già (che i nuovi mezzi tecnologici anche senza i giornalisti sanno leggere piuttosto bene).
Di conseguenza mi permetto di prospettare agli editori grandi e piccoli una sospensione di sei mesi nella loro “politica dei tagli”. Ci siano più giornalisti (titolo o non titolo) a fare il loro lavoro. Ci sarà più giornalismo con o senza like. Ci saranno certo risultati importanti per l’intera comunità.

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