Da piazza Fontana a Checco Zalone

L’anno nuovo a Milano è iniziato anche voltando una pagina della tragica inimicizia fra Stato e Vittime. Con il simbolicissimo incontro, 46 anni dopo la morte di di Giuseppe Pinelli, della vedova Licia e delle figlie con il prefetto Alessandro Marangoni. L’anno si è aperto anche con un’altra morte, nel suo letto a 91 anni, di Antonino Allegra che sempre 46 anni fa era capo dell’ufficio politico della Questura di Milano e che, dice il figlio, ha lasciato un libro di memorie da pubblicare rigorosamente postume. Le vedremo. Ma quello che vorrei segnalare è un episodio a margine, ma non marginale: un inciso nel bel pezzo pubblicato a piena pagina da Andrea Galli sul Corriere della Sera. Il figlio Salvatore, ricordando gli ultimi anni di Allegra, conclude: “Ha pianificato tutto.

Come il “secondo” matrimonio, da vedovo, con una donna albanese che s’era occupata di mia mamma malata e che successivamente ha seguito papà… L’ha sposata per garantirle un futuro sereno“.
Ecco. Tradotto: l’ha sposata perchè in tal modo potesse ricevere la reversibilità d’una pensione, da lui già goduta sino all’età di 91 anni. Ma quella pensione è forse una sua proprietà privata, come un appartamento o un servizio di argenteria? Oppure viene pagata “in solidarietà” da altri italiani attraverso appunto il nostro Stato (di cui, ricordiamo en passant, Allegra era “servitore”)? La signora albanese in questi lunghi anni di lavoro avrà ben ricevuto stipendio, contributi, tfr e liquidazione, si suppone, come tutte le lavoratrici ed i lavoratori. Perchè allora per essere serena ha dovuto sposare il datore di lavoro?
Eppure a me, qui, non importa capire se loro fossero “in regola”, ma sottolineare il tenacissimo permanere di questa visione opportunistica ed individualista – quanto inconsapevole, altrimenti neanche lo direbbero – ben radicata in un’antropologia italica ancora maggioritaria. Passano i decenni, passa Alberto Sordi, passa di tutto, ma come ben rappresentato dall’ultimo Checco Zalone non passa il convincimento che la comunità organizzata, la res publica, i suoi beni siano altro da me e dai “miei” (parenti, amici, famigli). Sono danni antichi, altro che da Prima repubblica; saranno pure legittime difese e opportunismi e furbizie nate prima dell’Unità contro governi borbonici e non solo, anzi probabilmente avranno radici latine (Plauto dixit)… Ma sono radici da svellere. Altrimenti qua siamo e qua ottimamente restiamo.
Marina Cosi
maschere.

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