Che sia smart, non mutilato. L’informazione resta opera collettiva

di Guido Besana
Credo che intorno al tema dello smart working in ambito giornalistico si sia realizzato un gigantesco coacervo di equivoci derivanti dai diversi aspetti della questione, dal vissuto dei singoli, dalle diverse traiettorie professionali, dalle diverse tecnologie disponibili, dalle diverse politiche aziendali.
Quello che è successo, e ancora sta succedendo, non era pensato o costruito per noi.guido manif 2019
La situazione emergenziale, con il suo portato di regole e deroghe alle regole, ha di fatto privilegiato il confinamento a domicilio di milioni di lavoratori, ognuno dei quali ha dovuto adattare la propria attività agli strumenti disponibili, aziendali o propri, e alla banda disponibile, pagata in proprio o dal datore di lavoro.
Fra i lavoratori si è verificato un drammatico digital divide, analogo a quello registrato tra gli scolari e studenti; una quota rilevante è stata tagliata fuori dai processi produttivi, anche se formalmente si trovava in lavoro agile. Intanto una parte del mondo del lavoro continuava nella vita precedente,

in fabbriche e uffici spesso semi deserti, mal igienizzati, in cui si svolgevano le attività essenziali in condizioni di sicurezza ignote.
L’esperienza dei giornalisti non è stata diversa. Mi sia consentito di generalizzare.
Tralascio la questione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro, della cura dei figli e dei parenti anziani perché è troppo legata alla emergenza sanitaria. Finita l’emergenza, per semplificare, i figli tornano a scuola e tu di chi ti occupi? O, per dirla in altri termini, finita l’emergenza avrebbe senso continuare così? Io credo di no.
Parliamo dell’esperienza lavorativa.
Per chi già prima lavorava in solitudine, per chi non usciva mai dalla redazione e faceva cucina, per i lavoratori dei desk l’esperienza è stata più o meno riconducibile alla normalità; a chi aveva un sistema editoriale all’altezza e connessioni veloci le giornate di lavoro non hanno dato problemi. Magari chi non aveva banda, il computer lo doveva condividere coi figli e si doveva collegare a server scadenti ha invece visto tutti i lati irritanti, le limitazioni, le insensatezze e le perdite infinite di tempo.
Anche altri giornalisti erano abituati da sempre a lavorare isolati e spesso da casa, pensiamo ai collaboratori fissi o ai cococo veri, ai recensori di libri o ai passatori di comunicati stampa: per loro forse non è cambiato nulla, sotto il profilo professionale.
Per chi invece pur lavorando da solo ha sempre lavorato interagendo con il mondo esterno, sul terreno della cronaca, nei tribunali, nelle sedi della politica, sulle strade e nei teatri evidentemente il rapporto con i fatti e le fonti e la capacità di interlocuzione sono risultati troncati. E sono forse proprio i colleghi che invece nello smart working dovrebbero trovarsi pienamente a proprio agio. Dopo una giornata di lavoro sui marciapiedi, per usare una vecchia formula, sarebbe perfetto chiuderla in collegamento smart dal primo tavolino o dalla panchina più vicina collegandosi col portatile aziendale alla rete aziendale e poi esercitare il proprio diritto alla disconnessione. Ma se sei costretto a casa per il lockdown, politici magistrati e amministratori delegati parlano in streaming senza ascoltare e rispondere, non puoi uscire di casa e tutti i portoni sono chiusi per pandemia il tuo lavoro non è per niente smart o agile, è mutilato.
Molti dei giornalisti che magari già prima lavoravano in solitudine hanno subito limitazioni professionali e riduzioni della qualità del lavoro, non per il fatto di lavorare da remoto ma per il fatto di essere chiusi in casa o di non poter entrare in altri luoghi, fossero aule di giustizia o di consigli comunali, e non poter interloquire o comunque interagire.
Chi forse ha compreso meglio la contraddizione di fondo è quella parte della categoria che vive la professione e il lavoro come sistema di relazioni all’interno della testata o dell’azienda. Per loro la sostanziale impreparazione tecnologica del Paese e del settore ha determinato una grave mutilazione professionale. Certo, in alcune aziende le tecnologie sono state all’altezza, ma in centinaia di redazioni la sparizione di un luogo fisico ha determinato la sparizione del lavoro collettivo. Riunioni di redazione a cui non si poteva partecipare, riduzione dello scambio di idee, proposte alla cui bocciatura non si poteva obiettare, incarichi che non si potevano discutere.
Credo che le conseguenze di tutto ciò siano state molteplici:
1. si è lavorato di più, alla faccia del diritto alla disconnessione, e c’è chi ha lavorato anche quando sarebbe stato in corta, riposo o addirittura in cig.
2. si è lavorato nel complesso peggio, l’informazione che è arrivata ai cittadini è stata inferiore, sia per quantità che per qualità, a causa del distanziamento non sociale ma reale ( in una discussione tra colleghi ho volutamente esasperato il concetto parlando di arresti domiciliari ).
3. si è diventati meno necessari, chi lavorava negli uffici centrali ha cominciato a vedere i redattori in smart working come sempre più simili ai collaboratori a pezzo.
4. molti, comprensibilmente, si sono “seduti”, qualcuno ha cominciato a immaginarsi un futuro in cui invece di uscire di casa e attraversare una città per andare in redazione potrà con lo stesso stipendio fare lo stesso lavoro da una casetta al mare o in montagna.
Penso che la fase emergenziale vada accompagnata, ma che al suo termine una grande operazione di ripensamento del modello organizzativo e produttivo vada affrontata senza indugi o pudori.
Le tecnologie e le norme di legge ci permettono di pensare a un mondo in cui una parte di noi lavora in mobilità, se permettete il paragone passatista gli inviati, una parte di noi lavora da casa, come gli articoli 2, e una parte lavora sedendo in redazione, come gli uffici centrali e i desk di una volta. Cosa cambia? Forse che i cococo e le partite iva escono di scena, e i giornalisti vanno assunti. E se sono inviati o articoli 2 devono stare in redazione, con gli altri, almeno un po’. E i redattori in servizio esterno possono chiudere il servizio senza tornare in redazione o chiamare gli ormai inesistenti dimafonisti.
Perché in fondo nel nostro lavoro, nei nostri contratti, nella nostra organizzazione lo smart working c’era già. Non c’era e non ci deve essere il lavoro coatto a domicilio. Se sapremo cogliere gli aspetti positivi di questa occasione la ridiscussione dello smart working potrà essere anche un momento di rilancio della professione e, perché no, dell’occupazione, ma a patto di mirare in alto e di non puntare alla comodità.
Alle aziende editoriali interesseranno i risparmi, in termini di spazi e strutture, a noi possono interessare garanzie occupazionali, regolarizzazioni, investimenti tecnologici e l’integrazione nella figura del giornalista, come suggerisce Michele Mezza, di nuovi profili.
In sostanza se in futuro, fuori dall’emergenza, ci dovrà essere uno smart working è necessario che sia a norma di legge e di contratto, come ci hanno ricordato Giancarlo Tartaglia, Bruno Del Vecchio e Giuseppe Catelli, ma è anche necessario che sia una modalità di lavoro, organizzativa e tecnologica, in grado di migliorare la qualità dell’informazione e mantenerne il carattere di opera collettiva.
Non ha senso rifiutare lo sviluppo tecnologico, a patto che non distrugga parti utili o essenziali del lavoro; tra non molto potremmo anche trovarci a lavorare insieme grazie alla realtà virtuale e alla realtà aumentata, ma oggi sembra ancora una parodia fatta di pupazzetti e ambientazioni new age, mentre la fisicità dell’ambiente redazionale ha anche la funzione fondamentale di mantenerci ancorati alla realtà.
Quella realtà che siamo chiamati a raccontare ai cittadini.

Guido Besana

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