Bastardi a chi? Il primato della ragione e le libertà

liberodi Piero Pantucci
Sul “Bastardi islamici” di Belpietro si sta discutendo anche troppo. Non è spropositata l’indignazione per la gravità dell’offesa a una religione nella sua interezza. È spropositata l’attenzione che si presta al minuscolo blasfemo, un giornalista non del tutto sprovveduto, ma culturalmente esiguo, che si erge a spartitore di civiltà. Sul piano grammaticale il “bastardi islamici” è tecnicamente plausibile: basta stabilire che il sostantivo è bastardi e l’aggettivo è islamici. Ma nessuno ignora, più delle riflessioni scolastiche, il significato politico

di quel “bastardi islamici”.
Stanno prendendo corpo, sulla scia di quel titolo, iniziative, variamente targate, che tendono a comporre la discussione sull’Islamismo in termini civilmente accettabili. Ma non nascondo il mio fastidio per la semplice possibilità che bastardi di varia estrazione (anche quelli senza gloria che non sparano sulle folle ma sventolano gli stendardi dell’odio) divengano protagonisti (o almeno l’oggetto in evidenza) in un dibattito che verte sulla natura del terrorismo, sul ruolo della religione, sulle leggi, sulla deontologia professionale, sulla tenuta della convivenza civile.
Oggi abbiamo tutti letto, commuovendoci (almeno io mi sono commosso), la lettera che Antoine, un parigino che ha perso la moglie negli attentati di venerdì sera, ha indirizzato ai terroristi. Una testimonianza di nobiltà d’animo, di civiltà, di amore per la libertà, che da sola vale, a mio avviso, come tonico per i nostri sconfortati spiriti, più di mille celebrazioni retoriche o di grida guerresche.
Quella lettera è la prova che forse le molte parole che spendiamo per vantare le nostre tradizioni, la nostra storia, la nostra civiltà occidentale hanno un qualche reale fondamento nelle nostre coscienze.
Quella lettera ci ricorda che la civiltà occidentale è tale anche perché è passata per il secolo dei Lumi, per il Settecento francese, per quel prolungato grido di libertà che parte dalle pagine di Montesquieu e di Diderot, di Voltaire e di D’Alembert e diventa carne e storia con la Rivoluzione francese: il primato della ragione e della ragionevolezza, la libera espressione degli spiriti, il superamento delle sudditanze culturali al potere politico, la conoscenza come strumento di crescita e di maturazione civile. Da lì, malgrado gli sforzi, soprattutto della chiesa, di negare la portata di quegli eventi, non si torna indietro.
Dobbiamo moltissimo a quel secolo, a quella rivoluzione, alla Francia.
Stentavo (forse sbagliando), dopo l’11 settembre, a riconoscermi nel “siamo tutti americani”. Non ho alcuna esitazione a dire oggi “siamo tutti francesi”.
Agli attentati terroristici del 13 novembre si può reagire come Belpietro (e molti lo fanno). Ma si può anche reagire come Antoine, un uomo che avrebbe, assai più dei razzisti, titolo per gridare la sua rabbia. Non è facile reagire come Antoine, ma questo è il primato della civiltà.
In questi giorni più che mai avverto il senso di appartenenza a una civiltà di spiriti liberi. In questi giorni più che mai amo la “Marsigliese”.
C’è una pagina del film “Casablanca” (un grande film, girato quando il Nazismo sembrava potesse vincere militarmente: non c’erano ancora stati El Alamein e Stalingrado) che io ricordo in modo particolare: una delle più belle pagine, secondo me, nella storia del cinema. Nel locale di Rick (Bogart) arriva un nutrito gruppo di ufficiali tedeschi, che intonano un loro canto militare. Appena lo sente, Laszlo, il capo della resistenza, si dirige con passo sicuro verso l’orchestra e dice imperiosamente “Suonate la Marsigliese”: gli orchestrali sono perplessi e volgono la testa verso Rick (un americano che aveva combattuto per la libertà della Spagna), e questi fa cenno di sì. L’orchestra esegue la Marsigliese, e tutti nel locale – clienti, camerieri, poliziotti di Vichy, entraineuses, giocatori – intonano con forza l’inno, soverchiando le voci dei nazisti. Un minuto di vibrante patriottismo che si conclude con l’inevitabile “viva la libertà”.
Quale canto, quale inno ha la stessa forza eroica?
Oggi più che mai.

Così Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie:
«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

Grazie a MilanoSud: http://www.milanosud.it/i-bastardi-qualche-bastardo-e-la-marsigliese/

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