Addio Mirella Pallotti, collega “scomoda”

Aveva 73 anni, Mirella Pallotti, ed è stata una brava giornalista. Prendeva tutto sul serio, anche troppo secondo certuni. Lavorava duro, controllava ogni passaggio ed esigeva molto. La leggenda dice che da direttrice telefonasse ai collaboratori alle sei del mattino; magari erano le 7 o anche le 8, ma comunque presto di sicuro. Delegava poco e non accettava interferenze. Il risultato sono stati sia giornali che andavano benissimo, sempre un passo avanti rispetto a quelli della concorrenza, sia scazzi memorabili con le rappresentanze sindacali. Fondamentale la battaglia che ingaggiò per modificare la legge sullo stupro (ne scrive qui a seguire Valentina Strada). Poi denunciò all’Ordine – che istruì un procedimento, in cui lei testimoniò – le interferenze della pubblicità sulle scelte dei temi giornalistici,

delle scalette, delle copertine. Altri ne seguirono contro direttori e capiredattori: Pallotti aveva acceso una luce. Ma questo la rese scomoda.
Cadde il rapporto fiduciario; “mi hanno licenziata”, disse; sta di fatto che non le vennero più offerte altre direzioni. Ieri, venerdì 27 dicembre se n’è andata, lasciando un figlio e, a tutti noi, l’obbligo di ricordare la sua battaglia. Perché il problema delle pesanti interferenze degli Uffici Pubblicità è tutt’altro che risolto.
Ancora nei giorni scorsi l’Ordine della Lombardia ha dovuto rinnovare il richiamo al dovere di un’informazione “sganciata da qualsiasi interesse parallelo e confliggente, a cominciare dalla commistione pubblicitaria“. A seguire un bel ricordo di chi, come Valentina Strada, la conobbe bene.

di Valentina Strada
Redattrice a Panorama e inviata di Grazia negli anni ’70, nel 1978 divenne direttrice del mensile Rcs Insieme. Negli anni ’80 e ’90 curò il rilancio delle testate rizzoliane Più Bella e Anna. Molte colleghe che hanno lavorato con lei la ricordano “brava e tremenda”. In effetti, sapendo che le veniva attribuito un brutto carattere, lei amava dire di sé che “aveva carattere”. Soffriva la presenza del sindacato, forte in quegli anni, perché rallentava il suo modo di agire diretto, senza intermediazioni e col Cdr della RCS Periodici i rapporti furono spesso problematici. Le testate da lei dirette, in quegli anni ancora lontani dalla crisi, spesso per diffusione e vendita davano risultati migliori di quelli della concorrenza.
A mia memoria fu la prima direttrice di riviste femminili che denunciò in una clamorosa intervista a Prima Comunicazione e in una successiva audizione (1996) presso il Consiglio dell’Ordine del Giornalisti della Lombardia i danni all’informazione, quindi alla credibilità e all’autorevolezza dei giornalisti, dati dall’ingerenza e dalle forti pressioni della pubblicità e per questo subì un ostracismo che, dopo qualche anno al Gruppo Sfera, la portò a lasciare definitivamente la professione.
00054DD9-la-copertina-di-anna-del-2-febbraio-1995E’ giusto però anche ricordarla per un’importante iniziativa che lanciò dalle pagine di Anna nel 1995, una raccolta di firme tra le lettrici per chiedere che nella proposta di legge contro la violenza sessuale (che stava subendo un cammino lento e tortuoso in Parlamento) lo stupro fosse considerato un reato contro la persona e non contro la morale. Portò a Montecitorio 220 mila firme a supporto della legge che fu poi promulgata nel 1996.

PER SAPERE DI PIÙ questo è il verbale della sua deposizione all’Ordine lombardo, il primo luglio 1996, sui “diktat degli Uffici Pubblicità ai direttori dei periodici femminili”, all’interno del verbale del 16 settembre dello stesso anno, contro Paolo Occhipinti e Caterina Vezzani: http://www.odg.mi.it/node/31239

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5 Commenti

  1. Nuova Informazione
    Pubblicato il 31 dicembre 1919 alle 23:00 | Permalink

    di Saverio Paffumi
    Una battaglia quasi vinta e una quasi persa
    Due battaglie, ricorda Marina. La prima (legge sullo stupro) ha ottenuto un risultato concreto e le questioni di genere, complessivamente vivono un momento di grande e promettente sviluppo, che fa ben sperare. La seconda battaglia, invece, è stata forse irrimediabilmente perduta. O ci siamo molto vicini.
    Il recente richiamo dell’Ordine al dovere di un’informazione “sganciata da qualsiasi interesse parallelo e confliggente, a cominciare dalla commistione pubblicitaria” è infatti sacrosanto quanto probabilmente destinato a non intaccare minimamente il problema.
    L’Ordine non ha alcuna visibilità sulla più grave ed estesa commistione, un diffuso mercimonio “occulto” che senza alcun potere inquirente e in assenza di testimonianze non può essere minimamente dimostrato, quindi – nel caso – sanzionato. Eppure (non da oggi, ma oggi ancor di più) tale commistione non solo viene praticata, è alla base dell’esistenza stessa di molte testate e non solo (o non più solo) femminili. Nelle maglie dei procedimenti disciplinari incorrono casi in cui l’ingenuità e l’evidenza, l’ignoranza, la supponenza provocano situazioni così sfacciate da non poter passare inosservate. Ma ritengo siano molto meno della punta dell’iceberg.
    L’iceberg consiste nel fatto che senza una buona dose di contaminazione pubblicitaria (favori a clienti, sponsor, pagine in un modo o nell’altro “pagate”) svariate testate non starebbero più in piedi. Parte degli stipendi dei colleghi, forse, non sarebbero pagati: che è poi una delle ragioni per cui le testimonianze, le denunce all’Ordine, non abbondano. E sinceramente posso capire.
    Forse le regole sono troppo rigide? O si tratta di un malcostume dilagante, di concorrenza sleale e scorretta fra editori, alimentati dalla consapevolezza che le regole ci sono “ma tanto nessuno le rispetta”? Esattamente quella condizione per cui l’onestà diventa una virtù impraticabile, una sorta di disabilità, di handicap incompatibile con il mercato editoriale dei vari media, on line compresi.

    Un nuovo patto per la pubblicità
    Che fare in una situazione del genere? Sono convinto, e non da oggi, che sia necessario rifondare il patto che nel 1988 consentì di arrivare alla carta deontologica sul tema pubblicità e informazione, recepita in premessa dal Testo Unico dei doveri del giornalista, quindi ancora vigente.
    Qui il testo:
    https://www.odg.it/la-carta-informazione-e-pubblicità
    La carta fu sottoscritta dai soggetti protagonisti dei due mondi, la pubblicità e l’informazione:
    – Federazione della Stampa Italiana
    – Ordine dei Giornalisti
    – AssAP (Associazione italiana agenzie pubblicità a servizio completo)
    – AISSCOM (Associazione italiana studi di comunicazione)
    – ASSOREL (Associazione agenzie di relazioni pubbliche a servizio completo)
    – FERPI (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana)
    – OTEP (Associazione Italiana delle organizzazioni professionali di tecnica pubblicitaria)
    – TP (Associazione italiana tecnici pubblicitari)
    Oggi ve ne sono altri, come i comunicatori, gli influencer, né si possono sottrarre dal confronto le organizzazioni degli editori.
    E’ utopistico, prendendosi il tempo che occorre, ma iniziando il più presto possibile, riprendere le fila di quel discorso e aggiornarlo, 32 anni dopo, alla luce della rivoluzione digitale, dei nuovi media da un lato e dalla crisi feroce dell’editoria dall’altro? Se c’è da spostare qualche paletto spostiamolo (io per esempio credo che sponsorizzazioni trasparenti e non in conflitto di interesse siano ammissibili se non addirittura auspicabili). Ma è possibile vivere – finché l’Ordine vive – in una tale palude di ipocrisia? Sabbie mobili in cui l’editoria affonda anziché prosperare. Almeno prosperasse!

    Attualità della battaglia e della testimonianza di Mirella Pallotti

    Non sapevo che Mirella Pallotti avesse combattuto quella battaglia. Mea culpa, forse. Dovrebbe essere scolpita nella memoria della categoria. Esagero?
    Provate a leggere il verbale sopra proposto: se avete fretta, scorrete e arrivate alla testimonianza di Mirella Pallotti, oppure leggetela nello stralcio integrale che mi è saltato fuori da Google, postato a suo tempo da Franco Abruzzo https://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=2632. Fatelo colleghi, perché ne vale la pena. Un piccolo assaggio per invogliarvi:

    «Naturalmente non c’era poi neanche modo di controllare con la stessa
    divisione pubblicità, che pur faceva parte della nostra azienda, perché
    tante e tali pagine al tale, al tale e al tal’altro tipo: . Questa era un’informazione non ottenibile. La risposta
    era: ».
    Forse varrebbe la pena di riprendere anche la sua intervista a Prima Comunicazione dell’aprile 1993, rilasciata per ribellarsi al muro di ostile indifferenza dei geniali capitani d’azienda allora ai vertici della Rizzoli. Leggerla e rifletterci su. Anche perché il direttore, la direttrice Mirella Pallotti chiudeva così la sua audizione, un gesto che appunto, le fecero pagare duramente:
    «Vorrei almeno che questa testimo­nianza servisse a qualcosa per la professione…»
    Un saluto, e…data la data
    auguri a tutti, professione inclusa.

  2. Nuova Informazione
    Pubblicato il 31 dicembre 2019 alle 23:52 | Permalink

    di Gegia Celotti
    Bravo Saverio, come al solito. Pallotti non era una persona facile ma sicuramente una professionista capace e, su questi temi, corretta. Leggete il libro e-voluzione donna, pubblicato nel 2018 dall’Ordine Lombardo che parla dei settimanali femminili. Pietroni, nella sua intervista, dice chiaramente che se Armani comprava 20 pagine di pubblicità altrettante doveva averne di redazionali… Un tema spinoso che va affrontato e ha fatto bene Galimberti a ricordarlo ai colleghi. Purtroppo i metodi usati da direttori e colleghi sono sempre più subdoli. Per esempio l’utilizzo di immagini della campagna pubblicitaria per illustrare articoli di economia su quel prodotto. E l’hanno fatto quasi tutti. Bisognerebbe che il Cnog, voce più autorevole, riprendesse in esame il Testo unico deontologico che ha già bisogno di aggiornamenti sia sul tema della pubblicità che su quello delle donne. Un lavoro delicato ma indispensabile.
    E sperando che succeda faccio a tutte e tutti i migliori auguri per un anno migliore. E ci vorrebbe poco…

  3. Nuova Informazione
    Pubblicato il 1 gennaio 2020 alle 17:58 | Permalink

    di Michele Urbano
    condivido tutte le vostre considerazioni e naturalmente condivido l’appello di Galimberti. Tutto giusto.
    Però rimango molto pessimista sull’esito di una battaglia a mio parere completamente persa e non da oggi.
    Persa perché in nessuna professione esiste una carta deontologica che di per sé impedisce un abuso. L’abuso si può impedire e punire solo se c’è qualcuno che in quella carta crede e ha voglia e tempo per impugnarla.
    Non credo sia la situazione di oggi.
    Perché? Perché siamo tutti diventati indifferenti? Perché gli organi di controllo non funzionano? In questa due domande si può trovare certo una traccia della risposta. Non è un caso che un fatto epocale come la vendita di uno dei più grande gruppi editoriali del Paese, sia passato praticamente sotto silenzio. Infatti, penso che il problema sia molto più grande, strutturale, complessivo. Insomma, la verità è che con la rivoluzione digitale si sono moltiplicate le modalità per fare informazione, ma anche fare disinformazione, per fare informazione più tempestiva ma anche per fare informazione inquinata.
    Ancora, con il web i costi di produzione si sono drasticamente abbassati, ma al contrario si sono moltiplicati i costi di investimento necessari per creare gigantesche piattaforme multimediali. E questo provoca inevitabilmente concentrazione che a sua volta moltiplica i rischi di una informazione sempre più controllata e manipolabile. E poi, per quanto ci riguarda, con il web sono nate nuove figure professionali che certo dal giornalismo discendono ma che sarebbe illusorio considerarle tecnicamente simili o più esattamente inquadrabili nei vecchi schemi.
    E’ meglio? E peggio? In realtà queste domande ricorrenti soprattutto in vecchi giornalisti miei coetanei, sono sostanzialmente stupide.
    Negli ultimi cinquant’anni tutte le professioni sono cambiate per effetto delle innovazioni tecnologiche. Per credere chiedere a un meccanico o a un impiegato di banca piuttosto che a un medico. Insomma, semplicemente, è cambiato il giornalismo.
    Per contro, in questi anni, di fronte a questa vera rivoluzione che ha sconquassato modalità produttive, culture e tecniche professionali (e quindi sensibilità professionali), noi abbiamo continuato ad applicare le stesso logiche di un secolo fa. Non parlo solo dell’Ordine che tuttora si basa si una normativa che è figlia diretta della cultura novecentesca.
    Parlo anche delle istituzioni che avevamo creato per difendere la nostro autonomia. Quei paletti certamente ancora esistono se pure in grande crisi come l’Inpgi, la Casagit, il Fondo e la stessa Fnsi. Ma sono paletti che ormai difendono un recinto sempre più piccolo, residuale. Il fatto è che la nuova professione non ha nessun interesse o vantaggio a star lì dentro. Il guaio è che fuori c’è una giungla senza regole Dove operano soggetti alla disperata ricerca di un identità professionale che non può essere quella immaginata dal ministro Gonnella o da un sindacato che sembra impegnato più a difendere la sua sopravvivenza che a mettersi in gioco – pur con tutta la comprensibile prudenza – aprendosi o almeno confrontandosi con il nuovo mondo. Questa è in sostanza la mia analisi. Capite allora perché sono pessimista? Consapevolezza che comunque non è di ostacolo a farvi i miei più sinceri auguri per il 2020.

  4. Nuova Informazione
    Pubblicato il 1 gennaio 2020 alle 18:01 | Permalink

    di Oreste Pivetta
    Sono del tutto, o quasi, d’accordo con Michele Urbano, che con lucidità ha descritto lo “stato della nazione”. Il resto è moralismo e velleitarismo e nel resto includo le nostre belle carte deontologiche che non fanno più paura a nessuno. Nel resto comprendo anche gli appelli di Galimberti, che fa il suo mestiere e non può fare altro. A quanto letto nel “saggio” di Michele aggiungerei il peso dello stato di crisi del settore dei media in crisi per le ragioni che Michele ha citato, ma anche per la regressione politica e culturale della nostra società. Credo che le nostre carte abbiano consentito risultati, quando l’aria era diversa ed era aria di crescita e d’arricchimento. Allora era forse consentito concedere qualcosa alle pretese deontologiche di alcuni, sottolineo alcuni, giornalisti. Adesso il problema di Cairo e soci è rastrellare quattrini dove e come possono. Figurarsi se loro e i loro dirigenti si fermano davanti alla deontologia (vedi il grande Corrierone). Vediamo di non essere anacronistici… dopo essere stati in ritardo su tutta la linea. Che cosa possiamo fare, giornalisti, Ordine, sindacato? Forse solo denunciare, a nostro rischio e pericolo…

  5. Nuova Informazione
    Pubblicato il 2 gennaio 2020 alle 16:08 | Permalink

    … faccio ammenda sull’uso del sostantivo “pessimismo”. Mi rendo conto che induce all’equivoco. Ben vengano le carte deontologiche. Che, spero, nessuno tocchi. Ma penso che non sia questa oggi la battaglia prioritaria. La questione di fondo è ridefinire la professione giornalistica per uscire dal recinto del Novecento. E che siano i nuovi soggetti , se ne saranno capaci, a decidere se tenersi le “nostre” carte o a crearne di nuove.
    Michele

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