Emilia De Biasi, una di noi, una con noi

E’ morta stanotte Emilia De Biasi. Per un mese ha mancato di compiere 63 anni. Due volte alla Camera, una al Senato, all’avanguardia da presidente della Commissione sanità. A Milano è stata a Palazzo Marino quando il partito si chiamava Pds. E da sempre, prima dopo e durante, si è appassionata ai temi delle donne. Perché ne parlo qui? Mica solo perché s’era amiche. Ma per la sua sensibilità ai temi del giornalismo. Ci s’era conosciute ai tempi della Commissione Informazione, costituita dall’allora Pci con l’intento di coinvolgere “la società civile” come si diceva allora, ovvero quei colleghi “senza collare” ma impegnatissimi nello svecchiare il mestiere e nell’impegno sindacale. L’aggiornavo e mi aggiornava, mischiando pubblico e privato, lotte speranze racconti di ex mariti, andavo alle riunioni portandomi il bambino e lei lo imbottiva di dolcini e io m’incazzavo e insomma… Quando era nata Nuova Informazione ha seguito passo passo, ha chiesto di essere messa nel newsgroup: ok, ma le ho fatto giurare che sarebbe stata silente, una “guardona”. Mi sento in colpa perché lei ci avrebbe tenuto tanto a diventare pubblicista, ma ero rigida “non basta che scrivi, devi essere pagata, questo è un mestiere mica un hobby!”.  Più avanti si era tolta il sassolino dalla scarpa entrando nella Commissione vigilanza della Rai. E da Roma ha cominciato a scrivere le note dal Palazzo per Rolling Stone, bravissima davvero, tanto a dicembre era ad un passo dall’entrare nell’albo; ma si vede che non era destino. Altra cosa che ci univa era l’impegno con le donne. Da quando era segretaria del suo Circolo (prima: Sezione) ovvero Pci, Pds, Ds, Pd… Tonata a Milano ovviamente faceva parte della Conferenza delle donne del Pd. A questa cronaca manca il “perché”. Perché è morta? Leggi tutto »

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Inpgi – Parole chiare dal presidente del Consiglio

Inpgi e non solo: ok all’ampliamento della platea contributiva ai comunicatori, ok al varo dell’accordo sull’equo compenso contro il crescente precariato, impossibile invece un “soccorso” finanziario pubblico di garanzia poiché la legge non lo contempla. Così oggi, sui nostri temi caldi, Giuseppe Conte ha risposto ai colleghi durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno della presidenza del Consiglio dei ministri. Dalla sua viva voce, nel brevissimo quanto chiaro estratto dalla diretta mandata in onda da RaiNews:

Giornalisti, Conte: “Allargare platea Inpgi ai comunicatori” – Video – Rai News

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Inpgi- Ma davvero credi ancora alle favole?

E’ in corso un negoziato molto delicato e difficile tra Inpgi e Governo, ma invece di studiare e capire c’è chi preferisce raccontare favole e creare confusione. Circolano in questi giorni documenti e appelli, al Governo, al Parlamento, al Presidente della Repubblica, che invocano per l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani l’intervento salvifico della mano pubblica che dovrebbe attingere ai bilanci dello stato per riequilibrare i conti dell’INPGI.
E’ la cosiddetta garanzia pubblica sulle pensioni. Ed è una favola, perché gli enti previdenziali privatizzati, tutti non solo il nostro, per legge devono operare senza oneri per lo Stato, e il Governo non intende modificare quella legge. Quindi lo slogan della garanzia pubblica in realtà maschera una cosa più semplice, il trasferimento dell’INPGI dentro l’Inps, dove diventerebbe una gestione separata nella quale si farebbero tornare i conti tagliando le prestazioni di circa un terzo.
Circolano anche strampalate ipotesi di tagli e risparmi che, su proposta del Governo o di qualche collega, risanerebbero i conti. E’ il cosiddetto Piano B. Ed è una favola, perché i tagli e i risparmi sono già stati fatti, resta forse da raschiare il fondo del barile, mentre il vero problema sta nel numero dei contribuenti che è sceso di oltre un quarto negli anni della crisi.
La legge ci impedisce di alzare i contributi, che sono già alla pari con l’Inps, e se pensiamo di chiuderci nel fortino delle redazioni e limare ogni anno le prestazioni forse dovremmo guardare a cosa è successo al Fondo Casella, commissariato nonostante avesse tagliato le pensioni in essere ormai dell’80% e più; semplicemente nel fortino dei poligrafici sono rimasti 2700 lavoratori in attività e 17000 pensionati. Un problema di platea contributiva, in stadio molto più avanzato del nostro.
Siamo chiusi dentro il fortino dalla legge sulla stampa del 48, dalla legge sull’ordine del 63, dalla legge sull’editoria dell’81. Oggi l’informazione è uscita da quei confini, e anche i nostri enti economici devono uscirne, come pure i nostri contratti e i nostri principi. Giornalista è chi lo fa, regole contratti e previdenza non possono rimanere rinchiusi in una legge di metà del secolo scorso.
Lo stato dell’arte è ben spiegato nel comunicato dei consiglieri d’amministrazione giornalisti di maggioranza dell’INPGI e nel comunicato della FNSI. Fanno entrambi il punto dopo le ultime interlocuzioni col Governo.
Tutto il resto sono favole. Questo Leggi tutto »

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Inpgi, sei mesi d’ossigeno. Per salvare il futuro

Il Governo ha chiarito che sono ancora validi gli impegni assunti al tavolo con Inpgi ed Fnsi sul futuro dell’Istituto di Previdenza dei Giornalisti Italiani. La ministra Nunzia Catalfo e il sottosegretario Andrea Martella hanno assicurato un’azione da parte dell’esecutivo in sede di Legge di Bilancio che si concretizzerà in una primo intervento per avviare il percorso di messa in sicurezza dell’Istituto e in uno slittamento di sei mesi dello scudo anticommissariamento. Sei mesi che, ha specificato la ministra Catalfo, dovranno servire a costruire un percorso «condiviso e integrato» per arrivare a una soluzione strutturale per l’Inpgi. Questa soluzione, ha chiarito il sottosegretario Martella, non contempla l’ipotesi della garanzia pubblica nella misura di quanto chiesto dai membri di minoranza del Cda e, cioè, il ritorno a un ente pubblico con il completo ristoro dell’ente da parte delle finanze pubbliche, peraltro vietato dalla legge. Il sottosegretario ha ricordato come il comma 3 dell’articolo 1 del decreto legislativo 509 del 1994 che ha privatizzato le casse previdenziali professionali non consente «finanziamenti pubblici diretti o indiretti, con esclusione di quelli concessi con gli sgravi e la fiscalizzazione degli oneri sociali». Tale decreto legislativo interessa tutte le casse previdenziali private e il Governo non ha intenzione di modificarlo. Il sottosegretario Martella ha, quindi, sottolineato che l’unica garanzia pubblica che il Governo contempla è quella dell’assorbimento da parte dell’Inps, con quel che ne consegue. A questo proposito i consiglieri di maggioranza ritengono che sia inutile e irresponsabile continuare a chiedere soluzioni sulle quali non c’è alcuna disponibilità di apertura da parte del Governo.
La presidente Macelloni, viceversa, ha ribadito che il Cda, nella sua autonomia, è responsabilmente pronto ad analizzare un piano di tagli alle spese e di aumento delle entrate, ma ha anche ribadito Leggi tutto »

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Addio Maurizio Michelini, impossibile non volerti bene

È morto Michelini, classe ’43, amico e compagno, carattere dolce  e forte senso della giustizia. Mica per niente era da sempre stato vicino alle battaglie delle donne (merito anche di Luce, la moglie conosciuta al liceo, a Como). Classico percorso: funzionario del Pci, poi giornalista per il periodico della Cgil, infine cronista di giudiziaria all’Unità nei tosti anni Settanta. E come tale l’avevamo conosciuto, anche grazie alla nostra Bianca Mazzoni, allora responsabile del sindacale del quotidiano (e capocronista, in tempi in cui donne ai vertici giornalistici ce n’erano pochine…). L’impegno per la categoria l’aveva visto presente con noi nel dibattito sindacale, poi anche nel cdr del Sole24Ore, infine eletto nell’Ordine regionale. Una volta in pensione se n’erano tornati a Como, ma purtroppo Luce è morta poco dopo. A Como aveva (avevano) creato l’associazione Genio Donna, un fuoco di fila di impegni, e partecipato alla rete democratica della città lariana, da sempre ricca di iniziative culturali e sociali, fra cui Il Senato delle Donne, iniziative “allargate” a includere anche il vicino Canton Ticino… Tutte associazioni Leggi tutto »

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“Sì, ma dopo”. Sull’Inpgi il governo prende tempo

L’atteso incontro col governo c’è stato, ma ops! il governo ha tolto dal tavolo proprio quell’allargamento della platea retributiva che era la ragione della convocazione. O meglio, bizantinamente, ha detto che sì, ma certo, l’integrazione si fa, purtroppo non per tutti, solo per chi già lavora nel comparto pubblico,… MA bisogna aspettare il rinnovo del contratto della pubblica amministrazione, per il quale peraltro la ministra Dadone ha dichiarato che non ci sono risorse. Nota: nella PA i rinnovi sono più rari che nell’editoria… E allora? Conte non ha niente da aggiungere? Intanto contro gli impegni disattesi dal governo è partito dal CdA Inpgi un primo comunicato, Leggi tutto »

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Se il padrone si fa il sindacato su misura. Condannato

La giudice del lavoro del Tribunale di Napoli, Maria Pia Mazzocca, ha condannato per comportamento antisindacale l’amministratore delegato di Citynews Spa, Luca Lani. In una mail indirizzata ai giornalisti del gruppo il 15 luglio 2020, Lani aveva attribuito alla Fnsi, che pochi mesi prima aveva dato formale disdetta al contratto di lavoro sottoscritto con l’Uspi – di cui lo stesso Lani è vicepresidente – la responsabilità di una serie di «effetti nefasti per l’azienda», scrivendo, fra l’altro, che l’azienda «per colpa del sindacato non potrà più assumere, non potrà dare aumenti salariali e sarà costretta a tagliare il budget». Accusando, inoltre, la Fnsi di danneggiare la categoria e inducendo alla costituzione di un’associazione sindacale di comodo da contrapporre al sindacato dei giornalisti. Leggi tutto »

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Inpgi, il punto

Inpgi. Sì, la situazione è preoccupante e proprio per questo occorre restare lucidi, analizzare le soluzioni (alcune delle quali sono nelle nostre disponibilità, mentre per altre dipendiamo da iniziative, forse e chissà quando, del governo). Proprio per questo fare disinformazione è autolesionista. Arrivano nelle caselle dei colleghi bordate di messaggi allarmistici, che invocano l’Inps, che confondono ex fissa e ratei, che accusano l’ente erogatore di responsabilità che sono invece degli editori. Disinformazione che si intreccia a preoccupazioni reali: il calo dell’occupazione giornalistica tradizionale, l’aumento dei pensionati, mentre si trasformano e moltiplicano gli strumenti della comunicazione. Occorre un’analisi fondata su fatti. L’abbiamo chiesta al “nostro” Guido Besana:

In primo luogo, non è vero che ci troviamo improvvisamente di fronte a una situazione imprevedibile. Nel 2010 nel bilancio della gestione principale dell’Inpgi si dava conto della diminuzione, per la prima volta, del numero degli attivi; erano i primi effetti della crisi finanziaria del 2008, che era poi diventata crisi economica e cominciava a diventare crisi occupazionale. L’istituto aveva fatto una riforma che da pochi anni rivedeva il sistema di calcolo delle pensioni, i requisiti anagrafici per il pensionamento, le aliquote contributive e altri elementi del suo sistema, ma quello scricchiolio aveva fatto drizzare le orecchie all’Istituto, al sindacato, all’attuario incaricato di predisporre un bilancio tecnico proiettato fino al 2059 e alla Corte dei conti, che nella sua relazione confermava l’indispensabilità di interventi di correzione della dinamica tra entrate e uscite. Cominciò allora il coro, che continua ancora oggi, di chi dice che la crisi non è stata prevista, che le riforme sono inutili e che chi governa l’Istituto non fa nulla.

In questi dieci anni gli attivi sono diminuiti di uno su quattro, i pensionati sono aumentati di un terzo, eravamo venti a sette siamo passati a quindici a dieci. E siccome tutti noi conosciamo persone che perdono il lavoro o che vanno in pensione o che sono in cassa integrazione, tutti elementi che riducono le entrate contributive e aumentano le uscite per prestazioni, basterebbe chiedersi quante persone conosciamo che sono state assunte regolarmente per capire che il fenomeno non è nuovo e non è imputabile all’Inpgi. Leggi tutto »

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Piazza Fontana, la memoria non passa

piazza fontanaPiazza Fontana, l’anno scorso ci eravamo detti stupiti “ma è già passato mezzo secolo” e abbiamo prima affollato il corteo da piazza Scala e ci siamo poi pigiati ad ascoltare gli interventi. Quest’anno, sabato 12 dicembre, al 51° anniversario della strage nella Banca dell’Agricoltura (e della morte di Pinelli in Questura), il covid ha cambiato le quinte. Non si terrà il corteo, poca gente a salutare distanza, fra la fontana e la banca, interventi brevi del sindaco Sala e di Roberto Cenati per il Comitato Permanente, poi un minuto di silenzio e Carlo Arnoldi a nome dell’Associazione che raccoglie i parenti delle vittime ne leggerà i nomi ad alta voce. Detto per esteso il Comitato, così come lo volle Tino Casali giustappunto nel 1969 – l’abbiamo ricordato qui pochi giorni fa –, suona “Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’Ordine Repubblicano”, riunisce rappresentanti di Anpi, Fiap e Fivl nonché di partiti, associazioni e sindacati democratici, per statuto è guidato dal presidente dell’Anpi. In ciò a marcare la continuità fra la lotta partigiana di ieri e la vigilanza antifascista contro la destra stragista. E contro chi l’avrebbe poi manovrata lungo un lungo decennio di piombo; grande lungimiranza di Casali. Chi per legittimo timore del virus non sarà in piazza sabato 12 dicembre potrà tuttavia fare in qualsiasi momento la propria cerimonia privata andandosi a leggere i nomi delle vittime, ora iscritti in sampietrini d’ottone posati un anno fa tra gli altri nel lastricato attorno alla fontana. A perenne memoria. Loro e nostra.

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Sesto, la città fabbrica e il sol dell’avvenire

foto x chi suona la sirenaOtto anni dopo Viaggio al centro del lavoro Saverio Paffumi dà alle stampe Per chi suona la sirena (Ediesse ed), secondo libro su/con Antonio Pizzinato e sul destino di Sesto San Giovanni. “Il Pizzi”, sindacalista e senatore, friulano milanesizzato – chissà da dove ci viene questo vezzo di troncare i nomi, dall’ape come aperitivo al Berlu per Berlusconi, absit iniuria verbis; forse per non perdere tempo – ha compiuto il mese scorso 88 anni e può ben raccontare da protagonista ma non da solista la storia di una città-fabbrica da cui son partite tutte le prime scintille per i diritti del lavoro, della salute, della contrattualizzazione. Altro che Fiat. Solo che la Fiat – cambiati nome e comproprietà e pure sportello fiscale – esiste ancora, mentre il tessuto industriale di Sesto si è smarrito al punto che, all’incontrario di quanto accaduto nella via Gluck di Celentano, dove c’erano le fabbriche ora c’è l’erba, ovvero i parchi (giardino urbano, parco della ricerca, parco della salute).

Finita da poco la guerra, il Pizzi a 15 anni viene assunto dalla Borletti di Sesto, città già con un bel clima combattivo che affondava le radici nelle lotte operaie del primo Novecento, nell’antifascismo, nella lotta partigiana. E qui affiancato, in quanto apprendista, ad un operaio esperto, come usava, per conoscere i rudimenti della meccanica e dei tempi di fabbrica, …giacché impara anche i primi rudimenti politici e velocemente diventa sindacalista e comunista. La storia del Pizzi segue tutte le tappe canoniche, la Fiom, il partito (no scusate, va scritto così: il Partito), Leggi tutto »

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