L’Unità chiude, ma risorgerà. Il CdR dal Pd

Energia-Luce-che-sorge1Oggi l’Unità è uscita con le pagine bianche e i redattori (che da tre mesi non ricevono lo stipendio; quattro mesi calcolando la quattordicesima) ora stanno lavorando all’ultimo numero che sarà in edicola domani. Non una morte, si spera, anzi ne siamo certi, ma un letargo prima della resurrezione. Come già accadde 14 anni fa esatti – era luglio anche in quell’anno 2000 – e l’assenza durò otto mesi. Lo ricorda assieme a molte altre verità Luca Landò, direttore bravo e puntiglioso, che ha tenuto la barra dritta nonostante le difficoltà che al giornale venivano dalla politica, dalle provocazioni (Vi compro io! firmato Santanchè), dal fuoco amico.
Fra poco più d’un’ora, alle 18, il Comitato di redazione incontrerà il presidente del Pd,

Matteo Orfini. Vedremo se ne sortirà qualcosa. Al netto dei maldipancia di Renzi per gli attacchi subìti: ma è la stampa, bellezza!. Nel frattempo resta incomprensibile, o fin troppo comprensibile, in un Paese che vive di dietrologie, il rifiuto dell’offerta avanzata da Fago (già ora il principale socio della compagine azionaria).
Vogliamo, fortissimamente vogliamo, essere propositivi ed ottimisti sull’avvento d’una soluzione a breve. Per i colleghi, per la democrazia plurale, per la memoria della sinistra, per il futuro del Paese. E anche un po’ per la mia generazione alla quale, con alti e bassi, anche molto bassi, ma alcuni altissimi come nei giorni del terrorismo, l’Unità è stata vicina.
Annotazione senza commento, ma ci penserà chi legge: “L’Unità muore? Bene!” afferma Grillo. Intanto i qualunquisti ed i grillini – spesso difficile distinguerli – si scatenano postando commenti scomposti sul sito www.unita.it
Per chi lo voglia e per quel che serve c’è anche una lettera aperta a Napolitano da sottoscrivere su ChangeOn.
A seguire, l’editoriale del direttore Landò.
Marina Cosi

di Luca Landò
L’Unità chiude di nuovo. Era accaduto nel luglio del 2000 e restò via dalle edicole per otto mesi. Ora succede un’altra volta e non sappiamo se e quando ritornerà dai suoi lettori. E già questa incertezza la dice lunga su come viene gestito il presente e il futuro, se ce ne sarà uno, di questo giornale che deve sospendere le pubblicazioni ma non ha nessuna intenzione di morire, come dimostrò durante gli anni del fascismo, quando riuscì a sopravvivere diciassette anni di clandestinità: stampato in fretta e di nascosto, persino scritto a mano pur di continuare a far sentire la propria voce nell’Italia dei manganelli e dell’olio di ricino.
O quando il 24 marzo 2001, contro ogni pronostico e fatto unico al mondo (i giornali che a volte ritornano di solito durano poco) si ripresentò con forza in edicola ritrovando subito la sua voce e il suo spazio.
L’Unità chiude di nuovo perché anche ieri, come da troppo tempo, i soci della Nie, la società che edita il giornale e che da un mese è entrata in liquidazione, si sono riuniti in assemblea ma non sono riusciti a trovare un accordo, anche in virtù di un assurdo statuto che impone una maggioranza del 91% per prendere qualunque decisione, regalando un potere di veto che nemmeno al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Così anche se sul tavolo dei liquidatori c’era un’offerta avanzata dall’attuale socio di maggioranza (e, fatto non secondario, appoggiata dalle rappresentanze sindacali di giornalisti e poligrafici) il veto di qualcuno ha pesato più del progetto imprenditoriale di rilancio.
L’Unità chiude di nuovo, nonostante quei segnali inconfondibili venuti in questi mesi dalle edicole con gli allegati per i novant’anni di questo giornale che, ironia della sorte, sono caduti proprio quest’anno, il 12 febbraio. È il caso dello speciale con le prime pagine più belle e significative, ovviamente novanta, che è andato esaurito in due ore vendendo 120 mila copie. O dell’inserto sulla satira di Tango, Cuore, Staino, ElleKappa e tutti gli altri, o l’album di famiglia con le foto e i racconti di lettori e diffusori. O, ancora, di quello, davvero emozionante, dedicato a Enrico Berlinguer nel trentennale della sua morte.
Qualcuno ha provato a sminuire queste iniziative come frutto di un amarcord legato al passato e non più al presente. Peccato che dieci anni fa, per gli ottant’anni del giornale, non ci furono esauriti e nemmeno le tante lettere di dispiacere, a volte di rabbia, di tutti quei lettori che non sono riusciti a trovare la “loro” copia. Perché queste risposte, così immediate e forti, sono arrivate oggi e non ieri? Un amarcord a scoppio ritardato? No, quei segnali arrivati dalle edicole indicano qualcosa di più profondo e più importante. Il legame con un giornale che è una parte della storia d’Italia, certamente. Ma anche il fatto che, proprio nel pieno di una crisi economica e sociale che morde sempre e che non molla mai, hai ancora più bisogno di un giornale politico e di sinistra.
E anche, perché no, di riprendere una bandiera editoriale che ha sempre sventolato nei momenti più bui e difficili. L’Unità chiude di nuovo perché, come ha sostenuto qualcuno in assemblea, «non ci sono più le garanzie per andare avanti». Ma quali garanzie: economiche o di altro tipo? Perché non si è voluto accogliere un’offerta accettata dai liquidatori e sostenuta dagli stessi lavoratori? E qui si apre una pagina inquietante di quanto è accaduto negli ultimi mesi ed esploso in tutta la sua gravità ieri nell’assemblea dei soci. La verità, inutile girarci intorno, è che il Pd non ha fatto molto per impedire che l’Unità cadesse di nuovo nel buio della chiusura.
Certo, l’Unità ha criticato più volte le scelte di Renzi, ma lo stesso abbiamo fatto con Cuperlo e Civati. È vero, abbiamo ospitato e ospitiamo volentieri le voci dissidenti del Pd, come Chiti e Mucchetti, ma abbiamo fatto lo stesso con quelle di Guerini e Gozi, Boschi e Taddei. E questo, non per una inutile equidistanza (che sia inutile lo dimostrano queste righe) ma perché crediamo che i lettori e gli elettori del Pd abbiano il diritto di conoscere le opinioni e le voci che si agitano all’interno del loro partito.
E se non è l’Unità a farlo, chi dovrebbe essere di grazia? Ma qui spunta insolente una domanda: se voleva una linea politica ed editoriale diversa, non poteva il Pd sostenere una cordata di imprenditori capace di fare un’offerta alternativa a quella messa sul tavolo da Fago? Davvero quello che viene chiamato «Mister 41%» in Europa, non è in grado di parlare con quattro imprenditori in Italia? Difficile crederlo, a meno che l’obbiettivo non fosse quello di utilizzare il potere di veto per portare l’Unità sull’orlo del fallimento o anche oltre. E poi avanzare un’offerta assai più ridotta per rilevare la testata e solo quella. Col senno di poi, e di quanto accaduto ieri, assume un altro senso anche l’uscita di Renzi all’ultima Assemblea nazionale del Pd quando parlò di salvare, non un giornale, ma un brand, un marchio.
Come pure l’idea di unire l’Unità ed Europa, proposta ragionevole in linea astratta, ma che non regge dal punto di vista economico e sindacale (se fondi due giornali in crisi e con esuberi, non fai che accrescere la crisi e sommare gli esuberi). A meno che, ecco il punto, l’obbiettivo non fosse prendere solo i due marchi (i brand) e gettare il contenuto (i lavoratori): ma è questo il disegno? Chiudere l’Unità per cacciare i giornalisti? Prendere il nome per un piatto di lenticchie? Ci auguriamo ovviamente di no, visto che Renzi, non è solo il presidente del Consiglio, ma il segretario di un partito che è il riferimento politico ed editoriale di questo giornale. E vorremmo davvero poter escludere che il Partito democratico abbia preferito arrotolare una bandiera e mandare a casa 80 lavoratori, piuttosto che impegnarsi davvero per garantire un presente e un futuro a questo giornale. Magari aprendo un confronto franco e schietto con lo stesso Matteo Fago. Ieri sera Renzi ha detto che l’Unità non chiuderà perché è un pezzo importante della sinistra. Giusto, ma intanto l’Unità chiude un’altra volta e proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Non sappiamo se e quando questa storia, come in passato, comincerà di nuovo. Forse qualcuno prenderà davvero la testata per pochi soldi, dopo averla svuotata di contenuti, valori e lavoratori.
O forse no. L’unica certezza, nel frattempo, è che quella di ieri è stata una pagina triste, non solo dell’Unità, ma di tutto il Partito democratico. Domani, come hanno scritto i liquidatori nel comunicato che riportiamo in pagina, uscirà l’ultimo numero di questo giornale. Oggi invece troverete soltanto pagine bianche: sono pagine di protesta, ovviamente, ma soprattutto di allarme. Per spiegare, senza troppi giri di parole, come sarà il mondo dell’informazione senza la voce dell’Unità.

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9 Commenti

  1. Nuova Informazione
    Pubblicato il 30 luglio 2014 alle 16:18 | Permalink

    IL COMUNICATO DEL CDR:
    È arrivato il tempo delle offerte serie e del confronto con i lavoratori. Basta indiscrezioni e rumors poco credibili, tra pitonesse, gufi e sciacalli. l’Unità non merita di essere stritolata in un oscuro gioco di tatticismi e operazioni mediatiche. Ieri i liquidatori hanno informato la redazione che sulla supposta offerta dell’onorevole Santanchè non ci sono novità. C’era stata una richiesta di informazioni una settimana fa, che è stata respinta. Oggi non c’è nulla di nuovo. Stop.
    Per quanto riguarda noi lavoratori, abbiamo già chiarito che un’ipotesi di quel genere è incompatibile con la storia della testata e quindi irricevibile. Ancora stop.
    Siamo stati informati che una proposta elaborata da Matteo Fago (primo azionista della Nie in liquidazione) dovrebbe arrivare in settimana. I liquidatori la valuteranno. Se sarà considerata accettabile, chiediamo fin da ora di aprire un tavolo con l’offerente per definire i termini e le condizioni del trattamento dei dipendenti. Se dovessero arrivare altre offerte compatibili con quella, esigeremmo la stessa cosa.
    Chiediamo trasparenza e correttezza nei confronti dei lavoratori. Siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità. Chiediamo di fare lo stesso a tutti i soggetti coinvolti. Se qualcuno pensasse che si può sfuggire a scelte dolorose ma responsabili attraverso passaggi traumatici, come il fallimento, sappia che dovrà farlo a viso aperto, in modo trasparente e non con sotterfugi.
    Noi continueremo a lavorare, anche senza stipendio, fino a quando ce lo consentiranno, perché crediamo nel valore della testata e della comunità che si è sviluppata negli anni attorno ad essa.
    Il Cdr

  2. Nuova Informazione
    Pubblicato il 30 luglio 2014 alle 19:05 | Permalink

    All’Unità non lavoro da ormai 16 anni, però ci sono stato per quasi 17, dal 1982. Le ragioni del suo declino sono tante (e anche le responsabilità). Ma tutto questo ora per me passa in secondo piano: so solo che è il giornale in cui sono cresciuto, come persona e come giornalista, e in cui ho imparato di più, mi sono divertito di più, ho fatto le esperienze più belle. Mi dispiace tantissimo. Spero, anche per gli amici e colleghi rimasti lì, che possa rinascere, un’altra volta.
    Marco Brando

  3. Nuova Informazione
    Pubblicato il 30 luglio 2014 alle 21:40 | Permalink

    Ci ho lavorato, a lungo. Molto a lungo. Forse troppo a lungo. Colombo ottimo, Padellaro così così, poi Concita, dedita solo a pubblicare e pubblicizzare se stessa, fino al sopravvenuto Landò, brava persona ma politicamente inadeguata… Insomma nell’insieme, con tutto il dispiacere perché è un giornale e perché è quel giornale, e sperando che risorga presto più bello e più forte che pria, mi sembra un po’ la cronaca di una morte annunciata. Che tristezza.
    F
    (meglio firmare con la sola iniziale,tanto non importa …)

  4. Nuova Informazione
    Pubblicato il 30 luglio 2014 alle 22:41 | Permalink

    Ma come si è arrivati qui? Il problema è uno statuto demenziale della società Nie, che esige il 91% dei voti per prendere una qualsivoglia decisione (che neanche nel Pcus del periodo d’oro), per cui in Consiglio, nonostante la disponibilità salvifica di Matteo Fago (49%), ha vinto il voto contrario del socio vicino al Pd, ossia Eventi Italiani, unito a quel 12 per cento di Carla Ioannucci. E qui ecco l’hubris. La tipa è un’ex senatrice di Forza Italia, contestata, ma alla fine imbarcata nella società perchè faceva comodo e pecunia non olet.
    Per inciso, avete notato l’en plein di Mattei in questa vicenda? Renzi, Orfini, Fago…

  5. Nuova Informazione
    Pubblicato il 30 luglio 2014 alle 23:48 | Permalink

    RENZI: UN NOME, UNA GARANZIA

    Renzi: “Letta, stai sereno”
    Renzi: “Io sto con l’Unità”

    F

  6. Nuova Informazione
    Pubblicato il 31 luglio 2014 alle 18:40 | Permalink

    Non penso che il problema dell’Unità sia Renzi.
    La crisi dell’Unità viene da lontano. Viene dall’indolenza, dagli errori e pure dagli sprechi, dei dirigenti interni ed esterni (sono molti quelli che all’Unità ci son passati per andare su trampolini ancora più alti: e non parlo solo di D’Alema e Veltroni che sono gli ultimi, anagraficamente, della serie).
    Viene soprattutto dal lento modificarsi e un po’svuotarsi del progetto ideale che era politico (il sol dell’avvenire…) ma anche giornalistico, nel senso che era informazione sul mondo degli esclusi o, come più esattamente si diceva allora, degli sfruttati.
    Perchè l’Unità non era solo foglio di opinione, gazzetta di partito, era giornale che raccontava ciò che gli altri giornali non raccontavano. La pagina sindacale che forse oggi ci sembra una banalità (ma a rifletterci solo un attimo non lo è nemmeno oggi!) negli anni Cinquanta era l’unico spazio di cui su cui si poteva leggere delle battaglie dei lavoratori per salari e diritti.
    Anche i reportage (certo, facendo la tara della propaganda politica) sulla vita dei Paesi a regime socialista (l’Urss e non solo) erano uno strumento di conoscenza che aveva in alternativa l’informazione-propaganda degli oltranzisti filoamericani che in Italia, quanto a stampa, erano e sono ottimamente rappresentati.
    E poi le cronache. Se nel tuo Comune, nel tuo quartiere, volevi sentite l’altra voce, quella delle opposizioni, non avevi molte alternative all’Unità.
    Molto di questo patrimonio negli ultimi anni si è perso, inghiottito dalla battaglia di opinione quotidiana. Funzione questa certo utile e perfine nobile, ma non più sufficiente per molti a giustificare l’acquisto del quotidiano. Nel Terzo millennio, le opinioni si possono tranquillamentea trovare, “a gratis”, nei Tg, su internet, in radio. E come non ricordare che la crisi sindacale, nonchè la trasformazione della piramide sociale, ha drasticamente ridotto la platea di potenziali interessati a un prodotto come l’Unità?
    Certo, noi tutti dobbiamo tifare per la sopravvivenza dell’Unità, per la storia che rappresenta per la funzione che ancora può e deve svolgere. In gioco c’è il posto di lavoro di chi con passione vi ha lavorato in questi anni, ma in gioco c’è anche un simbolo che era e rimane scelta di campo. Per questo mi auguro che l’Unità vinca di nuovo la scommessa e per la terza volta rinasca.

    Michele Urbano

  7. Nuova Informazione
    Pubblicato il 31 luglio 2014 alle 20:03 | Permalink

    EDITORIA. ORFINI: LAVORIAMO AL RILANCIO DELL’UNITA’ DOPO LA PAUSA DALLE EDICOLE – Roma, 31 luglio 2014 – AdnK – “Domani non troveremo in edicola ‘l’Unità’, dobbiamo mandare un messaggio di solidarietà ma anche di speranza ai lavoratori e ai giornalisti”. Lo ha detto Matteo Orfini aprendo la Direzione del Pd. “Credo che la mancanza in edicola debba essere non la fine ma solo una pausa, stiamo lavorando perche questa sospensione duri il meno possibile e perchè si possa costruire un progetto di rilancio che tenga conto della storia dell’Unità”, ha aggiunto il presidente del partito. (Adnkronos)

  8. Nuova Informazione
    Pubblicato il 31 luglio 2014 alle 22:10 | Permalink

    LA SPERANZA E’ CHE LA CHIUSURA DELLA FESTA DELL’UNITA’, IL 7 SETTEMBRE, COINCIDA CON L’APERTURA DELLA TESTATA, DI NUOVO IN EDICOLA…
    Roma, 31 luglio 2014 – di Francesca Pierleoni – ANSA -C’è rabbia e commozione ma non rassegnazione nella redazione dell’Unità, oggi nell’ultimo giorno con il giornale in edicola e i giornalisti che si preparano a lasciare le scrivanie. “Non stiamo facendo un funerale a un vetusto amico di famiglia ma parliamo di un giornale vivo, il titolo di oggi (‘L’Unità è viva’, ndr) non è solo un auspicio e una speranza. Non saremo in edicola ma la nostra battaglia continuerà”, spiega Umberto di Giovannangeli membro del cdr, nell’incontro con i giornalisti. Poco dopo, sulla vicenda, e’ arrivato il commento di Renzi: “Faccio mie le parole del presidente Orfini sia sull’abbraccio ai senatori sia sull’Unita’”. Sul giornale “più che discutere sulle responsabilità del passato la priorità è partire da lavoratori”. Inoltre la direzione del Pd, in un ordine del giorno, “si impegna ad agire con la massima determinazione per una rapida ripresa delle pubblicazioni e il rilancio de L’Unità al fine di restituire ai lettori il patrimonio professionale di informazione, approfondimento, cultura politica, autonomia e pluralismo rappresentato dal giornale”. I redattori hanno spiegato che l’Unità non ha bisogno di soldi, “nè di quelli della Santanchè nè dell’aiuto pubblico – dice Bianca Di Giovanni -. Sale la rabbia leggendo alcuni commenti online, in cui ci dicono ‘se non vendete e non servite, chiudete’. In realtà noi avevamo offerte per parecchi milioni di euro, ma è mancato un accordo tra i soci e la volontà politica di mantenere aperto il giornale”. I lavoratori chiedono adesso “un accordo politico che garantisca l’autonomia della redazione e l’identità del giornale. Siamo qui per difendere una redazione, 80 posti di lavoro e una storia. Non vogliamo i soldi, gli imprenditori ci sono”. Su chi siano “preferisco mantenere la riservatezza. Ci e’ stato detto che sono arrivate almeno tre offerte, una è stata anche ipotizzata durante l’assemblea come soluzione temporanea, ma anche quella è stata bocciata dai soci”. Riguardo al rapporto con la politica, il cdr ribadisce che “il problema non è Renzi, noi ci sentiamo vicini al suo Pd come ai precedenti”. E il cdr si ritiene soddisfatto dell’incontro di ieri con Orfini, Guerini e Bonifazi: “Si pensa a un nuovo piano editoriale – aggiunge Simone Collini -. Ci hanno assicurato che lavorano per arrivarci tempi strettissimi. Per noi sarebbe bellissimo se nel giorno di chiusura della Festa nazionale dell’Unità, il 7 settembre, ci fosse L’Unità in edicola, ma ci hanno detto di non poter fare date”. Intanto, nelle prossime settimane “verrà nominato – spiega il direttore Luca Landò – da parte del Tribunale di Roma un commissario liquidatore che ha a disposizione 60 giorni estendibili ad altri 60 per prendere in esame le proposte arrivate. Se in questi 120 giorni non ne arriverà una concreta, accettabile dal 51% dei creditori, la testata fallirà e potrebbe finire nelle mani di chiunque”. Matteo Fago si è già detto interessato a riproporre un’offerta nei 120 giorni e i lavoratori del quotidiano stanno anche ragionando “su un ipotesi di azionariato popolare, sulla possibilita’ di fare un’offerta per la testata” dice Bianca Di Giovanni. Ai redattori dispiace “non ci sia stato consentito di mantenere vivo almeno il sito online, che ha veramente spese irrisorie”. Sul giornale online ”ci devono rispondere subito – sottolinea Franco Siddi, segretario della Fnsi -. Bisogna lasciarlo aperto, per tenere viva nella ricerca di una soluzione la vita e la storia del giornale. Comunque siamo pronti a mettere a disposizione online uno spazio per i redattori”. Intanto i giornalisti del giornale fondato da Antonio Gramsci per continuare a farsi sentire hanno chiesto “uno spazio nelle feste dell’Unità” spiega Di Giovannangeli. Al giornale in queste ore è arrivata la solidarietà, fra gli altri, dei cdr di Tg1, Usigrai, Repubblica, Avvenire, il Secolo d’Italia “e centinaia di email e telefonate da parte dei lettori. Ieri qui c’era gente andata via in lacrime, ma non ci arrendiamo”.(ANSA).

  9. Nuova Informazione
    Pubblicato il 1 agosto 2014 alle 12:11 | Permalink

    FACCIO IL TIFO PER UN’UNITA’ RISORTA, MA NON MI NASCONDO GLI ERRORI DI GESTIONE E ANCHE DI APPETIBILITA’…
    L’Unità chiusa, ma non disperiamo : post fata resurgo! Tuttavia va oggettivamente detto che l’Unità aveva perduto un po’ di senso. Ed era divenuta anche via via noiosa. Del resto non era stato proprio D’Alema, 15 anni fa, a dire che il quotidiano ancora ufficiale del PCI era per gli iscritti semmai solo il secondo giornale (il primo essendo Repubblica)? L’errore madornale fu di non avere seguito l’esempio del Manifesto, che, appropriandosi delle migliori tecniche dei furbi e degli scafati, ha dapprima fatto la bad company, e poi ne ha ricreato una nuova, in forma di cooperativa, recuperando contributi di legge eccetera… Ha lasciato un po’ nelle peste gli stampatori precedenti e altri creditori, ma con il suo bagaglio di soli 14-15.000 lettori tra abbonati o acquirenti fissi e inamovibili se la cava, seppure anche a spese dei redattori che si prendono solo quattro svanziche.
    Gustav Mahler
    (Sinfonia n. 2 in Do Minore)

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