Guida critica al nuovo Contratto di lavoro FNSI FIEG

di Guido Besana

bookofmonstersplushIl nuovo cnlg FNSI FIEG è in vigore, firmato e ratificato nei diversi organismi consultati: giunta, consulta delle associazioni, consiglio nazionale, commissione contratto e conferenza dei cdr.
Su come questo percorso si sia svolto e sulle modalità di conduzione della trattativa molto è stato detto e molto si discuterà ancora. Ci sarà modo di riparlarne.
Ora però è più importante capire cosa ci sia veramente in questo rinnovo, quali novità reali ci troviamo di fronte, cosa cambia nelle redazioni e fuori.

1- le assunzioni: viene introdotta una “retribuzione di ingresso” per favorire assunzioni a tempo indeterminato e a tempo determinato. La retribuzione sarà più bassa per un periodo di trentasei mesi, sarà pari a quella del redattore di prima nomina per chi è professionista da più di trenta mesi e inferiore di circa 80 euro per chi ha una minore anzianità professionale ( più precisamente, si applica il minimo tabellare del praticante con più di dodici mesi maggiorato del 18%, indennità di contingenza e indennità redazionale sono quelle del redattore di prima nomina ). Non possono assumere con la retribuzione di ingresso aziende che abbiano licenziato personale giornalistico con le medesime qualifiche negli ultimi dodici mesi, e non si possono assumere con la retribuzione di ingresso giornalisti che siano già stati dipendenti a tempo indeterminato della medesima azienda negli ultimi cinque anni. Non si applicano i contratti integrativi aziendali.

Questo è a mio modo di vedere un grave errore, ed è il motivo principale per cui ho espresso parere contrario sul rinnovo.
Il ragionamento è questo: la maggior parte delle aziende editoriali italiane ha avviato processi di riduzione del costo del lavoro attraverso un ricorso massiccio ai contratti di solidarietà e alla cassa integrazione, pochissime hanno avviato processi espansivi e di diversificazione dell’attività, quasi tutte sono restie a dedicare organici significativi all’attività multimediale. In questo scenario, considerato che un aumento dell’occupazione si può realizzare in presenza di un aumento della produzione, le aziende dovranno prima richiamare in servizio a tempo pieno chi è a orario ridotto o azzerato, e solo dopo potrebbero procedere a assunzioni che però, viste le incertezze del mercato editoriale, tenderanno a fare a tempo determinato. Se proprio si vuole utilizzare la leva del costo del lavoro per aumentare l’occupazione lo si dovrebbe fare solo sulle assunzioni a tempo indeterminato, visto che quelle a termine sono già ormai ampiamente liberalizzate. Invece noi abbiamo favorito anche le assunzioni a termine, che infatti sono già cominciate utilizzando la retribuzione d’ingresso anche se l’accordo poneva un vincolo, il coordinamento della norma contrattuale con quella governativa ancora non emanata sugli sgravi contributivi.

I Comitati di Redazione dovrebbero, se avessero in mano la normativa nel suo complesso, imporre alle aziende di sottoscrivere un impegno alla stabilizzazione del venti per cento degli assunti a termine prima di dare il via libera alle assunzioni “depotenziate”, ma la normativa nel suo complesso ancora non la abbiamo a disposizione.

2 gli sgravi contributivi: uno degli elementi determinanti del rinnovo contrattuale è il Protocollo firmato a Palazzo Chigi tra Governo, FNSI, FIEG e Inpgi che prevede le linee guida della gestione del fondo straordinario per l’editoria 2014/2016 inserito nello scorso autunno nella legge di stabilità del 2014. Il protocollo dovrebbe essere seguito da un decreto della Presidenza del Consiglio per ognuno dei tre anni di vigenza. Il decreto dovrebbe stanziare una somma, per il 2014 si parla di undici milioni di euro, per ridurre il costo dei contributi previdenziali per le nuove assunzioni di giornalisti. L’idea di partenza era di dimezzare i contributi per le assunzione a termine e azzerarli per le assunzioni a tempo indeterminato. In realtà ciò che avverrà sarà una riduzione deliberata dall’inpgi dell’aliquota contributiva a carico delle aziende per le assunzioni a tempo indeterminato dal 22,28% al 14,28% per i primi tre anni, e l’accollo a carico dello stato della parte rimanente, mentre per le assunzioni a tempo determinato l’aliquota contributiva rimarrà invariata e lo stato si farà carico del 10,98%, mentre le aziende pagheranno l’11,30%. La conseguenza dell’accordo è anche che gli assunti a tempo indeterminato avranno una riduzione del trattamento pensionistico proporzionale alla riduzione dell’aliquota, e questo introduce nel sistema Inpgi un elemento di calcolo contributivo finora estraneo.
Tutto ciò è comunque ancora scritto sulla sabbia in riva al mare. Il Decreto non si è ancora visto e comunque deve intervenire una delibera dell’Inpgi che abbassi le aliquote contributive e che venga approvata dai ministeri vigilanti, in particolare l’Economia che ci dovrà dire se un ente previdenziale che presenta le attuali difficoltà dell’Inpgi può permettersi di ridurre le aliquote contributive dei nuovi assunti limitando a loro soli il passaggio, pro rata, a un sistema di calcolo contributivo del trattamento pensionistico.

3- l’apprendistato professionalizzante: il vero motivo per cui la FIEG voleva introdurlo nel contratto era la speranza di poter usare il triennio di apprendistato prima del praticantato. Ora alle aziende rimangono due motivi per usarlo, una aliquota contributiva ridotta, quella appunto prevista per gli apprendisti, e una retribuzione inferiore a quella del redattore di prima nomina, ma superiore a quella del praticante, nel periodo che intercorre tra il superamento dell’esame e il compimento dei trentasei mesi dell’apprendistato, mediamente un anno. Nulla è previsto per le conseguenze previdenziali o in merito al possibile trattamento di disoccupazione.
In realtà l’apprendistato comporta degli obblighi di carattere formativo per le aziende che complicheranno non poco la gestione di questa tipologia contrattuale, che a mio parere verrà poco utilizzata. Tuttavia sarà necessario che i Comitati di Redazione pongano attenzione a eventuali ricorsi a questo strumento affinché non si trasformi in un semplice risparmio. Dovranno essere previsti i percorsi formativi, gli orari dedicati alla formazione anche dopo il superamento dell’esame, le eventuali percentuali di conferma in servizio.
Da un punto di vista più generale l’introduzione di questa figura complica ulteriormente la riflessione, da tempo avviata, sulla necessità di definizione di un unico canale di accesso, per via universitaria, alla professione.

4- il contratto a tempo determinato: si è scelto di recepire la nuova normativa sulla acausalità dei contratti a termine, per determinare, si è detto, in via contrattuale i limiti del ricorso alla apposizione del termine. Tuttavia i limiti percentuali rimangono quelli previsti dal vecchio contratto, e quindi nei fatti si è alzato il tetto del venti per cento previsto dalla legge Poletti tranne che per le aziende con oltre cento giornalisti dipendenti articolo uno, una esigua minoranza.

5- gli ammortizzatori sociali: anche qui la base di partenza era la legge di stabilità e il fondo straordinario per l’editoria; si diceva che un intervento a sostegno della spesa per cassa integrazione e contratti di solidarietà fosse assolutamente necessario e che lo si potesse fare a tre, un pezzo lo stato, un pezzo le aziende e un pezzo la categoria, che si sarebbe accollata una prospettiva di disavanzo sui bilanci dell’Inpgi. Poi si è deciso, e oltre che essere concorde di questo sono stato promotore, che un pezzo lo si poteva mettere anche da parte dei lavoratori, destinando una frazione dell’aumento contrattuale, temporaneamente, all’aliquota per gli ammortizzatori sociali.
Il risultato finale è una aliquota temporanea a carico degli editori, ma solo quelli di quotidiani periodici e agenzie di stampa nazionali, pari all’uno per cento, leggi sei o sette milioni all’anno, un intervento statale di un paio di milioni, nessuna certezza di rientro in busta paga del costo, parziale, attribuibile ai lavoratori, una quota preponderante a carico dell’Inpgi.

E qui vale la pena di aprire una parentesi.

I conti dell’istituto di previdenza dei giornalisti italiani sono a posto, hanno superato lo stress test a cinquant’anni solo un paio di anni fa, i bilanci chiudono in attivo. Tuttavia sarebbe criminale dire che tutto va bene. La cosiddetta gestione caratteristica, il bilancio tra contributi previdenziali e prestazioni previdenziali, presenta uno squilibrio negativo ormai arrivato al 20%. Tutto regge grazie alla gestione finanziaria del patrimonio, mobiliare e immobiliare.
Se volessimo riequilibrare i conti con le assunzioni ne servirebbero più di quattromila.
Se volessimo riequilibrare i conti con le aliquote servirebbe un aumento del 6% o più.
Oppure 2000 assunzioni e tre punti di aliquote.
Evidentemente siamo lontani.

Chiusa parentesi.

6- l’accordo sul lavoro autonomo: personalmente sostengo da tempo che il lavoro autonomo in campo giornalistico possa essere inquadrato, nel sistema legislativo attuale, solo come collaborazione coordinata e continuativa o come prestazione libero professionale, assoggettata a partita IVA o a ritenuta d’acconto. Essendo escluso per legge il caso delle prestazioni occasionali e ricorrendo molto raramente i presupposti per la cessione dei diritti d’autore, a mio modo di vedere limitata agli elzeviri e ai grandi reportage.
Da una ventina di anni la FNSI ha cercato di inserire nei contratti collettivi una disciplina della materia, e sino ad ora i risultati ottenuti si limitavano agli accordi stipulati con FIEG e aeranticorallo che indicavano le caratteristiche minime delle lettere di incarico.
Grazie allo spauracchio della legge sull’equo compenso, la controparte ha alla fine acconsentito ad inserire nel contratto la disciplina anche economica del lavoro parasubordinato.
Entra nel contratto una retribuzione minima per il lavoro autonomo, decisamente superiore ai due euro al pezzo di cui da tempo si parla. Venti sono pochi? Sono d’accordo, ma sono pochi in rapporto a cosa?
Nel contratto ci sono le retribuzioni minime per due figure molto vicine ai cococo, gli articoli due e dodici. Vanno dai 120 euro ai 719 lordi mese. Mi dicono: nessun articolo due prende centoventi euro! Appunto, è un minimo. Se non si comincia mai, e questa poteva essere l’ultima occasione, non si cresce mai.
Entra nel contratto una declaratoria sul profilo del cococo. Le centinaia di colleghi abusivi che popolano le redazioni come finti cococo sono ora nelle condizioni di dimostrare che cococo non sono. E i cdr possono intervenire. E c’è uno strumento in più per gli ispettori del lavoro e gli ispettori inpgi e gli avvocati per dire che vanno inquadrati come subordinati. E a maggior ragione per smascherare le false partite IVA. Chi dice che abbiamo tarpato le ali al contenzioso non sa di cosa sta parlando.
C’è l’assicurazione, a carico del datore di lavoro con lo stesso costo previsto per gli articoli due e dodici.
I lavoratori autonomi potranno accedere alla previdenza complementare. Certo, si dice che non possono nemmeno sostenere il costo dell’Inpgi due, è spesso vero. Ma è anche vero che se un lavoratore non è in grado di produrre un reddito che gli garantisca un tenore di vita decoroso difficilmente potrà versare contributi tali da garantirgli una pensione decorosa.
Si va verso un contributo datoriale per la Casagit. Non so se alla fine, nel corso dei prossimi dieci mesi, ci sarà. Ma i dipendenti la Casagit se la pagano da soli, per i cococo forse avremo una parte del costo sostenuto dalle aziende.
Vivere costa, garantirsi la pensione costa, pagarsi l’assistenza sanitaria costa. Le aziende editoriali italiane sostengono un costo di tre/quattrocento milioni di euro l’anno per i collaboratori. Dividendolo in trentamila sono diecimila euro l’anno a testa, per arrivare a ventimila euro bisognerebbe scendere a quindicimila persone. Sono brutale, lo so, ma bisogna rendersene conto.
Si poteva fare forse di più, ma sono anni che si parla dei famosi fantasmi a un euro, due euro, tre euro e mezzo, che si dice che ci vuole un processo di inclusione, che si chiede alla FNSI di farsi carico del passaggio dei lavoratori autonomi a un trattamento regolato dal contratto.
Questo è il trattamento oggi possibile. E già oggi sono molte di più le aziende costrette ad adeguarsi al rialzo di quelle che adeguano i compensi al ribasso, mentre negli ultimi anni gli unici adeguamenti sono stati tagli.

7- l’ex fissa: da quando è stata definita la sua disciplina nel 1985 questo istituto economico ha richiesto una continua manutenzione, ma ormai era insostenibile. Abbiamo fatto un’ipotesi, rigorosa, che prevedeva: una sola nella vita, almeno 15 anni di anzianità aziendale, il calcolo sulla media retributiva e non sul penultimo stipendio e un tetto a 65 mila euro. Il calcolo attuariale dava un default a tre anni nel caso in cui l’Inpgi avesse anticipato circa un terzo delle prestazioni in attesa. La soluzione, che scontenta tutti, adottata al termine della trattativa è subordinata a un via libera dei ministeri vigilanti a una anticipazione di 35 milioni o più da parte dell’Inpgi. E quattro anni fa i ministeri hanno rifiutato il via libera a un provvedimento analogo. Se il via libera non arrivasse staremmo solo facendo esercitazioni di stile.
Le due ipotesi sono quindi la cancellazione totale dell’indennità, anche per chi è in lista di attesa, o la disciplina prevista nell’accordo. Bisogna comunque tener conto del fatto che l’ex fissa, tranne che in caso di dimissioni, dovrebbe essere sostituita dall’indennità di mancato preavviso.
Devo dire che comunque avrei preferito che le spoglie dell’ex fissa, cioè l’aliquota a carico delle aziende e le prestazioni maturate, venissero ridistribuite con un sistema più lineare, e non a scaglioni.

Infine una digressione sui prepensionamenti: uno dei principali strumenti di espulsione dal lavoro dei giornalisti negli ultimi anni è stato il prepensionamento, normato dall’articolo 37 della legge 416 del 1981. Dal 2009 il costo dei prepensionamenti non è più a carico dell’Inpgi, viene pagato da un fondo di venti milioni di euro a carico dello Stato e, per il 30% del costo del singolo prepensionamento, dai singoli editori. Il costo consiste del trattamento pensionistico erogato più i contributi non versati relativi al periodo di “scivolo” che arriva al massimo a cinque anni cui va aggiunta la differenza tra la pensione piena e quella ridotta che si sarebbe percepita sulla base dei requisiti al momento delle dimissioni, differenza che ovviamente viene erogata per tutto il periodo in cui si percepisce la pensione.
Poiché da un paio di anni il fondo è arrivato a saturazione non si sarebbero più potuti fare prepensionamenti, ma il Ministero del Lavoro ha deciso che si sarebbe creata una sorta di lista di attesa, trasformando gli accordi sui prepensionamenti in accordi sulla cassa integrazione fino al momento in cui il fondo avrebbe avuto disponibili le risorse necessarie. A lungo andare inevitabilmente la lista di attesa raggiunge e supera i due anni, periodo di durata massima della cassa integrazione. Oggi la situazione è arrivata al capolinea, con le risorse disponibili sarebbe possibile accedere ai prepensionamenti nel 2018, e in lista di attesa ci sono oltre duecento posizioni.
Una parte delle risorse del fondo straordinario per l’editoria è destinata a finanziare i prepensionamenti, attraverso uno scambio con nuove assunzioni. Questo intervento però non ha superato il vaglio dei vari organi di controllo che hanno esaminato il famoso decreto della presidenza del consiglio, e quindi è stato spostato nell’emendamento 1.07 del Governo al decreto legge sulla Pubblica Amministrazione in discussione alla Camera. L’emendamento incrementa la dotazione dei famosi venti milioni annui per un totale di 51,8 milioni di euro spalmati dal 2014 al 2019. E modifica la legge 416, ponendo delle condizioni a carico delle aziende, che non potranno reimpiegare i prepensionati e dovranno assumere un giovane ogni tre prepensionamenti pena la revoca del finanziamento. Il che, a voler essere pessimisti, significa che se l’azienda sgarra il
prepensionato perde la pensione.
Resta poi un’ultima considerazione: se l’emendamento passa e il decreto viene approvato quei 51 milioni restano comunque nella dotazione del fondo per l’editoria? Non sembra, e quindi eventuali “risparmi” finiranno poi al Tesoro, non potranno certo essere spostati su altri capitoli di sostegno al settore.

In conclusione un accordo per molti versi insoddisfacente, ancora monco perché mancano gli interventi governativi, le delibere dell’Inpgi e la loro approvazione da parte dei Ministeri vigilanti, la stesura definitiva del testo contrattuale.
Un accordo breve, che scade a marzo 2016, cioè tra venti mesi.
Un accordo che costituisce una scommessa in cui solo parte del gruppo dirigente uscente della FNSI crede, e che personalmente considero azzardatissima.

Tra sette mesi o poco più i nuovi vertici della FNSI dovranno iniziare a lavorare seriamente in vista del prossimo rinnovo, anzi dei prossimi, perché non basterà una rinnovazione per scrivere il contratto adatto ai tempi e al mercato di cui oggi si sente il bisogno.

Guido Besana

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3 Commenti

  1. Nuova Informazione
    Pubblicato il 21 luglio 2014 alle 21:58 | Permalink

    L’Assemblea nazionale dei cdr, riunitasi a Roma il 17 luglio 2014, con un documento ha approvato a maggioranza (33 sì, 26 no e 7 astensioni) l’accordo sul Contratto nazionale di lavoro giornalistico, firmato da Fieg e Fnsi. Un altro documento, sulla condotta della trattativa contrattuale e sulla richiesta di un referendum trasparente, ha ottenuto 33 sì, 26 no e 5 astensioni.

  2. Nuova Informazione
    Pubblicato il 24 luglio 2014 alle 21:57 | Permalink

    CON DELIBERA DELLA GIUNTA FNSI, DEL 24 LUGLIO, IL CONTRATTO VERRA’ SOTTOPOSTO A REFERENDUM NELLE GIORNATE DEL 26 E 27 SETTEMBRE 2014

  3. Nuova Informazione
    Pubblicato il 25 luglio 2014 alle 21:54 | Permalink

    Grazie a Guido per la sua lucida e puntuale analisi e, ancor più, per il suo lavoro sempre coscientemente svolto.
    Trovo condivisibili i suoi commenti e le sue conclusioni, perché oggettivamente realistici anche se per molti (in particolare i freelance) difficili da digerire.
    Dunque, è sicuramente un contratto con più punti in sospeso e per diversi aspetti inaccettabile. Con l’aggravante di essere stato approvato – come ci ha detto Guido qualche giorno addietro – in una conferenza nazionale dei comitati e fiduciari di redazione alla quale erano presenti soltanto settanta dei più di mille rappresentanti sindacali nazionali, dei quali solo sessantatré hanno partecipato al voto (trenta favorevoli, ventisei contrari e sette astenuti).
    Non so se e come si sarebbe potuto ottenere qualcosa di più o di diverso. E troppe domande mi frullano nella testa.
    Perché siamo giunti a questo? Che diritti sono difendibili in una situazione nella quale i nostri vertici, ogni giorno più distanti da una base sempre più carente di consapevolezza e coscienza sindacale, sono più che altro invischiati in beghe personali e di correnti per la conservazione di ormai traballanti e inutili poltrone? Quale potere contrattuale abbiamo nei confronti di imprenditori con sempre più scarsi interessi e capacità “editoriali”?
    E adesso dovremmo andare a un referendum “dell’ultima ora” per dire se il contratto ci piace o no? Allargando la base anche ai non iscritti al sindacato? Con un incremento del numero degli aventi diritto al voto tale da rendere ben difficile il raggiungimento del quorum (rischiando con ciò di indebolirci ulteriormente di fronte alla controparte)? E quale sarebbe il quesito: soltanto un generico “sì” o un “no” al contratto? Poi, tra tutti, quanti saranno sufficientemente informati sul testo in questione e hanno le competenze per dare, su aspetti per nulla semplici, un parere equilibrato e non prevalentemente dettato dall’emozione?
    Non ci resta che attendere l’evolvere degli eventi o si può ancora fare qualcosa per un cambiamento di rotta?

    Giuliano

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