CNLG, quale mercato del lavoro?

di Guido Besana

6a00d8341c684553ef017744a2f59f970d-pi.jpgQuesta parte del rinnovo contrattuale è quella che per molti di noi, e comunque per me, stava al centro della partita.
Per mesi si è discusso su come ampliare il numero dei giornalisti occupati e invertire una tendenza che dopo decenni di crescita ci ha portato negli ultimi tre anni a perdere progressivamente circa duemila posti di lavoro.
Il ragionamento svolto parte tuttavia da un dato poco noto e difficile da quantificare.

Le assunzioni ci sono, anche a tempo indeterminato, non sono cessate; solo sono state, per la prima volta, inferiori alle uscite per pensionamento, prepensionamento, dimissioni e licenziamenti. Tutte le uscite sono cresciute, sono aumentate sia la propensione al pensionamento sia la “voglia” di prepensionamento, sia la fuga dalla professione e dalle aziende sia il numero di aziende che hanno cessato l’attività.

Essendoci comunque una dinamica, un turn over, il problema è come rafforzarlo, e inevitabilmente si è iniziato un confronto sugli strumenti a disposizione, che non sono molti.

Il primo degli strumenti individuati dall’accordo, anche se è stato l’ultimo emerso nella trattativa, è l’apprendistato professionalizzante, ovvero una delle diverse forme di apprendistato previste dalla normativa in vigore.

È un percorso triennale in cui al lavoro si affianca la formazione e con una retribuzione ridotta fino a due livelli in meno rispetto all’inquadramento di destinazione.

L’accordo prevede che nel caso di assunzione di un non iscritto all’ordine, o di un pubblicista che viene avviato al praticantato, al termine del praticantato la retribuzione rimanga inferiore a quella del redattore di prima nomina fino al compimento dei tre anni dall’assunzione e che per lo stesso periodo prosegua il percorso formativo. Supponendo che il praticante superi l’esame alla prima sessione, quindi dopo diciotto mesi di praticantato e cinque o sei mesi di svolgimento dell’iter degli esami scritto e orale, rispetto alla disciplina precedente subirebbe una retribuzione ridotta per un anno o poco più. Le aziende avrebbero il vantaggio ulteriore di uno sconto contributivo.

Finito il triennio inquadramento e retribuzione proseguirebbero come nella disciplina precedente, e quindi il periodo di inquadramento come redattore di prima nomina sarebbe della durata di trenta mesi meno il periodo trascorso tra il superamento dell’esame e la fine del triennio di apprendistato.

È una soluzione al problema della richiesta iniziale della FIEG, che voleva i tre anni di apprendistato prima del praticantato, che però presenta alcune criticità.

Si amplia il percorso di accesso alla professione, con una nuova via che si affianca alle altre ( praticantato classico, da freelance, di ufficio, da pubblicista, ricongiungimento etc. ) mentre da anni andiamo sostenendo che ci debba essere una via unica, universitaria, per l’accesso alla professione.

Si prevede che il praticantato non esaurisca il percorso formativo di un giornalista professionista, e che dopo l’esame di stato si debba completare un percorso che porta a una compiuta professionalizzazione. Quindi i giornalisti non sono più tutti uguali.

Si mette questo ulteriore criterio discriminatorio nelle mani delle aziende e delle istituzioni regionali con le quali potranno essere concordati i piani formativi, senza coordinarli con la formazione professionale continua gestita dagli ordini.

Il secondo elemento introdotto nel contratto è il recepimento della novità introdotta dal decreto Poletti, con cui il nuovo ministro del lavoro ha voluto introdurre la norma in base alla quale non è più necessaria una motivazione per l’apposizione di un termine a un contratto di assunzione.
Al di la di qualsiasi valutazione sulla norma Poletti la motivazione addotta per il recepimento è stata che solo in tal modo si sarebbe potuto limitare percentualmente il ricorso al contratto a termine acausale.

In realtà il decreto Poletti pone un limite al 20%, i limiti contrattuali sono superiori, tranne che per le aziende con più di cento dipendenti, una quarantina, per le quali è al 20% appunto.

Il terzo elemento è il cosiddetto salario di ingresso.

Si tratta di una riduzione della retribuzione per un periodo di tre anni dal momento dell’assunzione.
Vale sia per i contratti a tempo indeterminato sia per i contratti a termine.

Viene accoppiato agli sgravi contributivi di cui il governo si farebbe carico attraverso il fondo straordinario per l’editoria, quindi dovrebbe comportare un obbligo di stabilizzazione del 20% dei tempi determinati. Agli assunti con salario di ingresso non si applicano gli eventuali contratti integrativi aziendali.

Per chi ha oltre trenta mesi di anzianità professionale il trattamento economico e normativo è quello del redattore di prima nomina, per chi ha una anzianità professionale inferiore cambia il minimo tabellare, che diviene quello del praticante con oltre dodici mesi maggiorato del 18% (per chiarire, contingenza e redazionale restano quelle del redattore meno trenta ).

Queste misure si appoggiano a quelle previste dal Decreto della Presidenza del Consiglio che dovrebbero introdurre sgravi contributivi per le assunzioni, al cento per cento per quelle a tempo indeterminato e parziali per quelle a termine.

L’impegno del governo comprende l’introduzione di un vincolo percentuale di trasformazione a tempo indeterminato degli assunti a termine, nella misura del venti per cento.

La discussione su questi strumenti, sgravi contributivi e salario di ingresso, è stata piuttosto accesa in sede di dipartimento sindacale della giunta FNSI. Inizialmente si ragionava in termini di sgravi a carico dell’Inpgi, analoghi a quelli ancora in vigore fino al prossimo novembre, poi, preso atto della insostenibilità del costo per l’istituto, si è ragionato sulla base degli impegni che il dipartimento per l’editoria riteneva si potesse assumere lo Stato. Sul salario di ingresso, in quella sede, la maggioranza si è espressa in maniera contraria.

Oltre ad essere contrario al salario di ingresso in linea di principio lo sono anche perché si configura come una deroga ai trattamenti minimi sottoscritta da un sindacato che si è fortemente speso contro la contrattazione in deroga. Sosteniamo poi da tempo che il lavoro a tempo determinato dovrebbe costare di più di quello stabile, e introducendo il salario di ingresso anche per il lavoro precario spalanchiamo le porte a un dumping di ampio respiro nelle redazioni.

Inoltre, va fatta una considerazione che riguarda il sostegno statale all’innovazione: è ormai evidente che le imprese editoriali italiane non hanno la minima idea di cosa fare per innovare, diversificare, rilanciarsi, ma se anche dovessero cominciare a fare qualcosa, magari a tentoni, che richiedesse il ricorso a personale giornalistico per prima cosa dovrebbero richiamare in servizio le legioni di redattori in cassa integrazione, e solo in seguito comincerebbero a assumere. Potendo assumere a tempo determinato senza causale per tre anni difficilmente creerebbero occupazione stabile.

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