Verso il rinnovo del contratto

di Paola Manzoni

Ci siamo. Lo scorso mercoledì 11 luglio presso la sede federale della FNSI si sono ufficialmente aperti i lavori per il rinnovo del contratto con la FIEG che scadrà a marzo 2013. È stata una prima giornata zeppa di interventi e parole, per mettere a fuoco come arrivare preparati a quello che sarà un appuntamento tutt’altro che facile. Bisognerà muoversi fin da subito seguendo una tabella di marcia che tenga conto di due “P”: priorità e problematicità, in un clima che lo stesso segretario generale, Franco Siddi, definisce di «indeterminatezza e incertezza». Per Siddi bisognerà adottare un atteggiamento flessibile tale da riuscire a cogliere le opportunità che eventualmente si presenteranno, ma consapevoli che l’appuntamento che ci aspetta non sarà forse quello di una necessaria grande rivoluzione contrattuale. Bisognerà, una volta individuate le urgenze (laddove l’urgenza assoluta è aumentare l’occupazione, e quindi la platea contributiva), dare risposte materiali e morali ai colleghi più deboli e parare i colpi degli editori con i quali l’atmosfera è già calda. Basti pensare all’ex fissa, già al centro di un dibattito scottante. Che per molti dovrebbe ruotare attorno a una condizione preliminare: prima di aprirsi a qualsiasi confronto con gli editori, le aziende editoriali devono tirare fuori interamente quanto già devono in termini di contribuzione mancante al relativo fondo, ovvero i 70 milioni di euro che rendono lunghissimi i tempi di erogazione. Questo in un momento in cui le schermaglie con gli editori sul welfare di categoria si stanno inasprendo, sul tema degli ammortizzatori sociali e su quello della previdenza complementare.
Tornando al fattore “P”: tra le innumerevoli problematicità individuate, che diventano inevitabilmente una delle priorità della nuova piattaforma, c’è quella di un contratto ormai invecchiato, che parla di un ciclo produttivo che non esiste (quasi) più, che prevede figure professionali in parte obsolete e lascia fuori professionalità che sono entrate a pieno diritto nella quotidianità del lavoro giornalistico. Il rischio, per dirla con le parole di Guido Besana, è di fare la fine dei dinosauri, di essere fuori mercato se non assumeremo nuove mansioni trasformandole in mansioni giornalistiche prima che diventino solo tecniche, con la consapevolezza che i giovani colleghi che oggi entrano nel mercato del lavoro sono nati e cresciuti col web, sono nativi digitali già portati naturalmente alla convergenza e all’uso delle tecnologie. Quel web, quel digitale che non è il futuro, ma è in tutto e per tutto il nostro presente. Le altre questioni fondamentali da mettere sul tavolo di quello che, si spera, sarà il nuovo CNLG riguardano, ovviamente, il lavoro autonomo in tutte le sue sfaccettature (free lance per scelta o per costrizione, precari, abusivi), i modelli organizzativi e le figure professionali dell’emittenza televisiva, che tutti ci si auspica rientrino ufficialmente nel prossimo contratto, ora che tv non è più solo Rai o Mediaset, ma (proprio come il digitale) una realtà che ormai riguarda sempre più da vicino anche chi lavora nella carta stampata: Repubblica Tv, per citarne una, che cos’è se non tv?
Ma se è vero che il contratto che scadrà a marzo 2013 è, in alcune sue parti, invecchiato, a tratti anacronistico, non è (stato) certo un cattivo contratto e non è certo da buttare. Però la realtà sta correndo a un’altra velocità e dobbiamo esserne consapevoli per non restare al palo. La partita si gioca tutta (e non è poco) in questo: nella capacità di trovare un giusto equilibrio, nel saper conciliare senza però mettersi proni, nel condurre una trattativa con ambizioni ma pure realismo, nella capacità insomma di tenere alti e ben saldi valori e principi sanciti dal contratto vigente, conciliandoli però con la realtà di un mondo del lavoro e di una professione, la nostra, che sono già profondamente cambiati. Insomma, volare alto, ma con i piedi ben piantati per terra. Bisognerà riuscirci.

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