Nel contratto, finalmente, c’è il lavoro autonomo

di Guido Besana
imprenditore-di-te-stessoPersonalmente sostengo da tempo che il lavoro autonomo in campo giornalistico possa essere inquadrato, nel sistema legislativo attuale, solo come collaborazione coordinata e continuativa o come prestazione libero professionale, assoggettata a partita IVA o a ritenuta d’acconto. Essendo escluso per legge il caso delle prestazioni occasionali e ricorrendo molto raramente i presupposti per la cessione dei diritti d’autore, a mio modo di vedere limitata agli elzeviri e ai grandi reportage. Da una ventina di anni la FNSI ha cercato di inserire nei contratti collettivi una disciplina della materia,

e sino ad ora i risultati ottenuti si limitavano agli accordi stipulati con FIEG e Aeranticorallo che indicavano le caratteristiche minime delle lettere di incarico.
Grazie alla legge sull’equo compenso, una legge scritta talmente male da risultare di difficilissima applicazione, le controparti datoriali hanno alla fine acconsentito ad inserire nei contratti la disciplina anche economica del lavoro parasubordinato.
La trattativa è stata molto complessa perché grazie a due interventi insensati si è dovuto limitare il campo ai cococo ( parere del professor Treu ) e ai soggetti economicamente dipendenti ( parere dell’avvocato Pessi interpellato dall’Ordine ), concetto inesistente nel diritto del lavoro.
Quando la Presidenza del Consiglio ha esercitato una pressione decisa sulle parti perché giungessero a un accordo che sembrava impossibile ho espresso la convinzione che la FNSI dovesse, in caso di mancato accordo, proporre al Sottosegretario Lotti le proprie posizioni più avanzate, quelle cioè definite dalla Commissione Nazionale Lavoro Autonomo, e non i punti di una mediazione fallita. Se si deve accettare un lodo del Governo deve essere tra la nostre posizioni di partenza e quelle degli editori, non fra le ultime proposte di mediazione tra le parti.
Un accordo invece alla fine si è trovato, tranne che su alcuni punti sui quali il Governo ci dava garanzie: il cosiddetto moltiplicatore, cioè la garanzia che i compensi crescessero al crescere delle prestazioni, l’aumento dei compensi per agenzie e web nel caso di fornitura di foto e video oltre ai take, compenso per le prestazioni richieste e non pubblicate. Queste garanzie sono state reali solo sul secondo punto.
Il Governo tuttavia ha deciso di abbandonare le limitazioni Treu Pessi e ha messo nella delibera un passaggio che estende le tabelle a tutte le prestazioni, nello spirito della legge.

Fatta questa premessa devo spiegare per quale motivo ho firmato l’accordo.
In realtà sono più di uno, e li elenco.
Entra nel contratto una retribuzione minima per il lavoro autonomo, decisamente superiore ai due euro al pezzo di cui da tempo si parla. Il collega che rispose a Grillo “magari mi pagassero dieci euro” era diventato un’icona. Venti sono pochi? Sono d’accordo, ma sono pochi in rapporto a cosa?
Nel contratto ci sono le retribuzioni minime per due figure molto vicine ai cococo, gli articoli due e dodici. Vanno dai 120 euro ai 719 lordi mese. Mi dicono: nessun articolo due prende centoventi euro! Appunto, è un minimo.
Io ho un contratto articolo uno, e guadagno molto di più, anche perché negli anni ho partecipato a trattative per contratti integrativi, ma soprattutto perché il mio inquadramento viene da oltre cento anni di contrattazione. Se non si comincia mai, e questa poteva essere l’ultima occasione, non si cresce mai.
Entra nel contratto una declaratoria sul profilo del cococo: leggetela. Le centinaia di colleghi abusivi che popolano le redazioni come finti cococo sono ora nelle condizioni di dimostrare che cococo non sono. E i cdr possono intervenire. E c’è uno strumento in più per gli ispettori del lavoro e gli ispettori inpgi e gli avvocati per dire che vanno inquadrati come subordinati. Chi dice che abbiamo tarpato le ali al contenzioso non sa di cosa sta parlando.
C’è l’assicurazione. Molti dicono che sei euro sono una miseria e non possono dare alcuna copertura. Io dico leggete il contratto, per gli articoli due e dodici il versamento è di sei euro, per gli articoli uno di undici virgola ottantotto.
I lavoratori autonomi potranno accedere alla previdenza complementare. Certo, mi si dice che non possono nemmeno sostenere il costo dell’Inpgi due, è spesso vero. Ma è anche vero che se un lavoratore non è in grado di produrre un reddito che gli garantisca un tenore di vita decoroso difficilmente potrà versare contributi tali da garantirgli una pensione decorosa.
Si va verso un contributo datoriale per la Casagit. Non so se alla fine, nel corso dei prossimi dieci mesi, ci sarà. Ma i dipendenti la Casagit se la pagano da soli, per i cococo forse avremo una parte del costo sostenuto dalle aziende.
Vivere costa, garantirsi la pensione costa, pagarsi l’assistenza sanitaria costa. Le aziende editoriali italiane sostengono un costo di tre/quattrocento milioni di euro l’anno per i collaboratori. Dividendolo in trentamila sono diecimila euro l’anno a testa, per arrivare a ventimila euro bisognerebbe scendere a quindicimila persone. Sono brutale, lo so, ma bisogna rendersene conto.
Si poteva fare forse di più, ma sono anni che si parla dei famosi fantasmi a un euro, due euro, tre euro e mezzo, che si dice che ci vuole un processo di inclusione, che si chiede alla FNSI di farsi carico del passaggio dei lavoratori autonomi a un trattamento regolato dal contratto.
Questo è il trattamento oggi possibile, quello che abbiamo strappato agli editori.
Distinguiamo però fino in fondo gli ambiti.
Uno è la contrattazione, l’altro la legge sull’equo compenso.
Sul piano della contrattazione abbiamo fatto un passo in avanti molto lungo, sull’equo compenso è il governo che ha abdicato.

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