‘Galleggiare’ a stento non è un privilegio

Pubblichiamo la lettera aperta scritta da “Errori di stampa” al ministro Elsa Fornero, sul tema dei presunti “privilegi” dei giornalisti. Errori di stampa è il “blog dei giornalisti precari romani”http://erroridistamparm.blogspot.com -, dove per “precari” si intendono sia autonomi (freelance) in precarie condizioni di vita e di lavoro sia precari veri e proprio (contratti a termine). Non ha caso, come i Re-fusi in Veneto, hanno scelto una denominazione che sottintende, con intelligente ironia, l’handicap che rappresenta il loro “non rapporto” di lavoro. Un dramma epocale non solo dei giovani giornalisti o aspiranti tali, ma di tutta la gioventù italiana in questo scorcio di secolo. Ma il problema non riguarda solo i giovani: forse in condizioni addirittura peggiori versano gli “ex giovani” che si ritrovano essi stessi precari o forzati del lavoro autonomo, sulla fine dei quaranta oppure ormai entrati nei cinquanta… e oltre. Tanto l’età della pensione va sempre più in là: il che per molti non significa procrastinare l’età del lavoro “vero”, pagato il giusto, o almeno “un tot”; significa allungare la vita precaria, l’insicurezza, lo smarrimento che non può nemmeno ancorarsi alla speranza di un futuro riscatto. Su questo secondo aspetto è intervenuto con un commento Saverio Paffumi, freelance della Commissione Nazionale Lavoro Autonomo della FNSI e Consigliere nazionale dell’Ordine. Anche lui, idealmente, si rivolge al Ministro Fornero…
Ecco di seguito i due interventi.

Onorevole ministro Fornero,
    in questi giorni avrà ricevuto centinaia di proteste per aver accusato i giornalisti di “aver goduto di qualche privilegio in tutti questi anni”. Abbiamo letto e ascoltato decine di commenti infuocati a difesa di una categoria, quella dei giornalisti, alla quale apperteniamo. Un anno e mezzo fa abbiamo deciso di metterci insieme per formare un comitato di giornalisti precari, Errori di stampa. 
Non staremo qui a scaricarLe addosso cifre e numeri che, siamo sicuri, La farebbero sobbalzare dalla poltrona. Non stiamo qui a dirLe che in Italia i precari dell’informazione sono 24mila a fronte di 20mila contrattualizzati e che, quindi, senza di noi non si potrebbero fare né giornali, né tg né radiogiornali o siti di informazione. Non  vorremmo dirLe che i più fortunati tra i precari guadagnano al massimo 900 euro al mese, lavorando ogni giorno della settimana senza ferie, né malattia o maternità. E nemmeno che c’è anche chi guadagna 5 euro lorde a pezzo. Sono cifre che avrà letto, sentito. Le chiediamo però di leggere questa storia.
È una storia che parte da lontano, da quando ognuno di noi, un giorno e per motivi diversi, decide che nella vita vuole raccontare i fatti, guardarli da vicino, provare a essere una finestra aperta sul mondo per gli altri. Inizia la gavetta, qualcuno s’iscrive alle scuole di giornalismo con grandi sacrifici per le nostre famiglie. Non ci sono estati né vacanze: perché quando i redattori sono in ferie, in Italia è usanza sfruttare gli stagisti così da non pagare qualcuno per le sostituzioni. Ma non è un peso per noi. Corriamo come treni, diretti senza timore verso una meta per noi importantissima: “essere” giornalisti. Non ci sono domeniche, festivi. Quando ti chiamano, corri e vai. Torni e scrivi. Metti insieme pochi soldi, rimandi i progetti di una vita. Ma insisti. Insisti anche quando vedi che nonostante tu sia il collaboratore più anziano, per la sostituzione estiva al giornale ti preferiscono uno che non hai mai visto prima. Resisti quando ti abbassano il già misero stipendio “perché c’è la crisi”. Vai avanti quando ti licenziano, perché anche se non possono farlo, le aziende ti mandano a casa lo stesso. Prendi freddo, caldo, pioggia o neve. Ma il brivido di vivere “dentro” i fatti è più forte. L’adrenalina di seguire da vicino il mondo che si muove, che gira e fa il suo corso è l’unico pane che ci sazia. Solo che non basta.
Non ti basta più quando, per esempio, il motorino o la macchina ti lasciano a piedi e per pagare il meccanico devi chiedere i soldi a papà e mamma – i veri ammortizzatori sociali per moltissimi di noi -, anche se hai trent’anni e vivi da solo. Oppure quando ti accorgi che rimandi a tempo intedeterminato il desiderio di fare un figlio. O quando vai a chiedere un mutuo e le banche ti chiudono la porta in faccia. Certe sere, mentre rientri a casa stanco, ti viene da piangere perché non sai che fare, ti senti impotente di fronte alla tua vita. Allora capisci che sei un lavoratore di serie B. Che gli anni all’università, la gavetta, le energie spese non sono servite a niente. Sei costretto a fare altri lavori, anche due o tre alla volta per mettere insieme uno stipendio. E pensi con rabbia che forse gli anni migliori sono andati via mentre inseguivi un sogno che si sgretola anno dopo anno. Oppure ti chiami Pierpaolo Faggiano, sei un giornalista e a 41 anni per colpa di un lavoro precario che non decolla, di un amore finito proprio non ce la fai più. E ti impicchi nel giardino di casa di tua madre.
Di storie ce ne sono tante. Noi ci siamo messi insieme proprio perché non vogliamo più lasciare solo alcun precario, perché uniti crediamo di riuscire a essere più forti. E chiediamo soprattutto a lei, ministro, di non fare di tutta l’erba un fascio, di non commettere una leggerezza tale da farci sentire ancora più soli, ancora più lontani da quella condizione di lavoratori che ci appartiene di diritto.  Ci aspetta un anno difficile. Aspetta lei, che deve affrontare con il governo una crisi straordinaria che ha messo il nostro Paese in ginocchio. Aspetta noi, che nonostante siamo già piegati dalla crisi, proviamo a non cadere in ginocchio ma a camminare.  Le facciamo i nostri migliori auguri per il nuovo anno, dunque, sperando che sia arrivata fino alla fine di questa lettera e abbia magari rivisto la sua idea di giornalisti privilegiati.
Roma, 28 dicembre 2011
Il coordinanamento Errori di stampa
    
    Il commento di Saverio Paffumi
…e, caro Ministro, vorrei parlarle anche dei non più giovani. Di quei giornalisti, e non sono pochi, che non hanno potuto godere di un prepensionamento, che sono ancora lontani dalla pensione, e che andrebbero volentieri in pensione quando volete voi (voi Paese, voi Istituzioni) …purché avessero un lavoro vero! Chiamiamola, se vuole, la fascia dei cinquantenni, che sfora un po’ nei quaranta e un po’ nei sessant’anni di età. Precari e freelance da sempre, oppure ex dipendenti con l’assunzione e i sogni ormai alle spalle (poi un licenziamento, oppure dimissioni forzate, o incentivate da aziende in crisi, o sedicenti tali). Cinquantenni con figli a carico, che non sperano più nel posto fisso ma vorrebbero avere ancora un posto dignitoso nella società. Cinquantenni che si sforzano di essere professionalmente giovani. Cinquantenni che hanno già tagliato tutto il tagliabile dal loro tenore di vita, che hanno cessato da anni di essere consumatori, che non hanno risorse da dedicare allo svago, ma nemmeno tempo, perché quando non si lavora bisogna continuare a lavorare per cercare lavoro e da solo il lavoro non arriva, finisce e ti lascia di nuovo solo e senza soldi, nel tuo orticello dove riesci a coltivare soltanto bollette, debiti, contributi obbligatori non pagati, senza fiato come per leggere questa lunga frase… Poi come cinghiali famelici ecco gli studi di settore che non ti credono, l’Esatri che ti insegue e ti minaccia, il tuo commercialista che – anche lui, giustamente – ti manda la parcella dopo aver certificato che non hai una lira (dovresti scrivere un euro, ma sei un cinquantenne obsoleto, così d’istinto scrivi lira). Se hai una famiglia che crede ancora in te sei fortunato. Se hai una mamma longeva. con una buona pensione, che riesce ad aiutarti, sei fortunatissimo. Se non ce l’hai cosa sei? Ce lo dica lei onorevole Ministro, ma per favore questa volta non pianga. Trattenga le lacrime e ci dia una lezione di vita, ci dica cosa e come possiamo fare, oltre a salire sulle torri o – Dio non voglia – scendere precocemente sotto terra per togliere il disturbo. Come lei ci insegna, i poveri hanno molti problemi, ma la povertà è un problema di tutti. Giornalista sì, privilegiato no, cordialmente suo
Saverio Paffumi

 

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