Una legge per coccodrilli: questo compenso NON È equo

di Guido Besana
equocompenso4-300x239La Commissione per l’equo compenso, contrariamente a quanto previsto dalla legge, ha “lavorato” per quasi un anno e mezzo prima di deliberare. Responsabilità in primo luogo di chi ne ha presieduto i lavori, prima il sottosegretario Legnini e poi il sottosegretario Lotti. Invece di procedere a una ricognizione dei compensi del lavoro giornalistico autonomo praticati dalle aziende editoriali, cosa che avrebbe dovuto fare nei primi tre mesi della sua attività, la commissione ha impiegato i primi sei mesi della sua vita a discutere della propria composizione, visto che le associazioni dei datori di lavoro interpellate ( FIEG, aeranticorallo, frt, Uspi, anso, mediacoop e chi più ne ha più ne metta ) non accettavano che la legge prevedesse un solo rappresentante datoriale. Concluso questo balletto

con la decisione di insediare il rappresentante della FIEG con quello di aeranticorallo come supplente l’idea geniale è stata quella di chiedere un parere su come procedere al professor Tiziano Treu, che, memore del suo “pacchetto” ha pensato bene di dire che la legge va applicata ai soli parasubordinati, cioè ai collaboratori coordinati e continuativi.
Tralasciando gli altri passaggi arriviamo a fine 2013 con la pioggia di proposte emendative alla bozza di delibera, sempre più involuta, che pian piano stava emergendo. A cavallo del passaggio di anno arriva la geniale richiesta dell’ordine di inserire la definizione di “economicamente dipendente” per individuare i destinatari dell’equo compenso. Questa genialità discende dall’entusiasmo insensato suscitato da un passaggio della cosiddetta legge Fornero che riguarda l’emersione delle false partite IVA. Ancora una volta mentre si parla di lavoratori autonomi i problemi dei precari e degli sfruttati come finti autonomi prende il sopravvento.
Dopo il cambio di governo, con i suoi strascichi di spoil system, il nuovo sottosegretario Lotti, che ha avuto la delega formale solo dopo lunghe settimane, tenta di dare una accelerata e introduce nel settore editoriale la pratica “sveltista” del Governo. Fate presto altrimenti decido io. E voi non siete più nulla. Chiede cioè alle parti sociali di fare un accordo contrattuale che fissi i minimi retributivi.
Ora bisognerebbe capirsi su alcuni elementi.
In primo luogo la contrattazione collettiva, nel nostro Paese, è strutturata per i lavoratori dipendenti.
In secondo luogo i professionisti, salvo poche eccezioni come i medici e i giornalisti, sono di solito lavoratori autonomi con il coltello tariffario dalla parte del manico, fatto che ha determinato procedure europee e normative italiane come l’abolizione dei tariffari.
In terzo luogo se dovessimo dare retta a Treu l’indicazione sarebbe quella di fissare dei minimi mensili per i cococo che necessariamente, a normativa attuale, sarebbero basati sulla messa a disposizione del proprio tempo di lavoro, da gestire sulla base delle richieste del committente, con un compenso fisso mensile.
In quarto luogo le centinaia di cococo che lavorano per una singola azienda hanno redditi che vanno dalle poche centinaia di euro l’anno alle decine di migliaia al mese, soprattutto perché fanno lavori molto diversi, dall’informatore al direttore.
FNSI ha trovato il modo di farli, gli accordi sindacali, e su come sono stati fatti torno in seguito, ma la Commissione, abdicando ulteriormente al suo ruolo, li ha semplicemente recepiti, definendoli come compensi equi.
Poi il sottosegretario Lotti, che non è uno sciocco, ha detto e ribadito che li considera trattamenti minimi, tuttavia li ha cristallizzati in una delibera che è comunque relativa all’equo compenso.
Come se avesse certificato che l’equità si determina in base alla forza contrattuale delle parti.
Io posso anche ritenermi fortunato se raggiungo un accordo col coccodrillo in cui lui mi mangia solo un piede e una mano, ma forse questo non è proprio equo.
E così la politica e il palazzo ( Chigi ) si sono liberati o quasi di una pratica ingombrante.

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