Rispettando l’italiano si rispettano le donne

Copertina guidaGrande orgoglio ieri per quante di noi fanno parte dell’associazione Gi.U.Li.A. – e non solo -, poiché abbiamo presentato a Roma, presso la Camera dei Deputati, la guida “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”. Felici anche per il significativo intervento della presidente della Camera Laura Boldrini, che ha voluto tenere personalmente a battesimo l’iniziativa. Alla conferenza erano presenti l’autrice Cecilia Robustelli, linguista specializzata in tematiche di genere e consulente dell’Accademia della Crusca, Fiorella Kostoris, economista e accademica, e Maria Teresa Manuelli, giornalista segretaria di Gi.U.Li.A. che ha definito il progetto e seguito la cura del volume, con la presidente di Gi.U.Li.A., Alessandra Mancuso, che ha condotto l’evento. Tra il pubblico Sergio Lepri, ex direttore storico dell’Ansa tra i primi a introdurre le cariche e le professioni al femminile nei media, e Gegia Celotti coordinatrice cpo dell’Ordine dei Giornalisti, oltre a Giovanni Rossi, presidente Fnsi, Paolo Serventi Longhi, vicepresidente Inpgi, Silvana Mazzocchi di Snoq Donne Informazione, che hanno sostenuto il progetto assieme a Commissione Pari Opportunità Usigrai, all’OdG del Lazio e OdG della Lombardia.

L’idea del volume è frutto del bel confronto scaturito durante la prima assemblea annuale dell’Associazione Gi.U.Li.A., per colmare una lacuna nell’uso che l’informazione fa della lingua italiana: riconoscere il ruolo delle donne nella società, ripartendo dalle regole della grammatica. Il lavoro è così dedicato a chi svolge la nostra professione, perché proprio i media spesso sono i principali responsabili nel trasmettere l’immagine di una società costruita al maschile: la donna appare come un essere inadeguato o addirittura inferiore rispetto all’uomo, se ne sottolineano i tratti fisici o della vita privata più del peso sociale e politico, la si definisce tranquillamente al maschile se riveste un ruolo di rilievo in campo istituzionale o professionale. La donna può essere una velina, una casalinga, o anche una dottoressa, ma solo raramente, un’architetta, una chirurga o una prefetta.

Oltre agli esempi di come non si dovrebbe fare, la guida contiene quindi alcune importanti proposte operative, utili a far superare dubbi e perplessità circa l’adozione del genere femminile per i nomi professionali e istituzionali «alti», suggerendo soluzioni di facile applicazione e di «buon senso», nella ricerca di una proposta in grado di superare vecchi divieti, pur rappresentando la nuova realtà. Del resto, la cultura cambia e la lingua, soprattutto, evolve. Come ha spiegato Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca nella sua prefazione al volume.

Sotto, il comunicato di Gi.U.Li.A. con un riassunto della presentazione. Per chi volesse approfondire, trova in allegato un documento con le informazioni sul volume. Ricordando a tutte e tutti che sarebbe cosa utile far girare la guida nelle redazioni perché “ciò che non si dice non esiste”. E il femminile, invece, esiste, e con esso anche le tante donne che svolgono le professioni di ingegnera, medica, avvocata o che sono state elette assessora, ministra e deputata. Per avere una copia del volume, scrivere a giuliagiornaliste@gmail.com. 

Scarica il comunicato sul volume qui. Contiene il riassunto, alcuni esempi, la scheda e notizie su Gi.U.Li.A.

 

11, luglio 2014

«In Francia, Germania, in tutti i paesi latini dove c’è il genere maschile e femminile si coniuga “la ministra”, “la giudice”, “la presidente”, ed è normale che sia così. Il lavoro fatto da GULiA è utile e importante e mi auguro che possa rilanciare nel dibattito pubblico un approfondimento≫: così la presidente della Camera Laura Boldrini, ha portato il suo saluto alla presentazione della guida “Donne, grammatica e media – Suggerimenti per l’uso dell’italiano”, scritta dalla docente di linguistica Cecilia Robustelli e curata da Maria Teresa Manuelli che, nella sala Aldo Moro, per iniziativa di GiULiA, la Rete delle Giornaliste Unite Libere Autonome.

≪Non accettare di declinare al femminile – ha continuato Laura Boldrini – significa non accettare un dato di fatto: che i tempi cambiano, che certe posizioni possono essere per uomini e per donne. Non si va a togliere nulla al genere maschile, si fa arricchimento culturale e si rende giustizia alle persone che quel ruolo rivestono≫ «L’uso sessista della lingua – per l’economista Fiorella Kostoris – è un problema culturale. Per secoli le cariche sono state ricoperte da uomini, e ora che diventano appannaggio delle donne, ancora si definiscono al maschile. E questo diventa un caso di discriminazione≫.
≪Gli stereotipi non sono solo questione di grammatica ma di contenuti≫, afferma Cecilia Robustelli, docente di linguistica italiana e autrice della Guida sul linguaggio realizzata da GiULiA. ≪Il linguaggio ha una funzione politica. Un linguaggio che non mette in evidenza la donna, non la fa vedere, è un linguaggio che la nasconde≫.

≪È una guida pensata soprattutto per giornaliste e giornalisti≫, dice la presidente di GiULiA, Alessandra Mancuso, ≪affinché l’informazione riconosca, rifletta e rispetti le differenze, a partire da un uso corretto del linguaggio. E dia così un contributo al cambiamento per fare dell’Italia un paese per donne e per uomini≫. “Donne Grammatica e Media”, che contiene proposte operative, utili a far superare dubbi e perplessità circa l’adozione del genere femminile per i nomi professionali e istituzionali “alti”, ha ricevuto il patrocinio dell’Inpgi, Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani, della Fnsi e degli Ordini regionali dei Giornalisti del Lazio e della Lombardia.

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