L’Ordine si prepara alla formazione permanente

di Michele Urbano

Quella della formazione sarà una svolta epocale. In un quadro normativo assai incompleto – che rende ardua la progettazione del futuro – il governo tuttavia due principi li ha stabiliti: primo, che l’Ordine non si occuperà più di deontologia (se ne dovranno occupare degli appositi collegi di disciplina la cui composizione è però ancora da definire); secondo, che l’Ordine dovrà obbligatoriamente occuparsi di formazione.

Del tema s’è occupato l’ultimo consiglio nazionale dell’Ordine che ha definito – grazie al lavoro di un gruppo di colleghi che avevano dato vita a una specie di super comitato tecnico scientifico – alcune linee guida di discussione  che alla fine dovranno trasformarsi in un vero e proprio regolamento.

Discussione complessa che tuttavia ha definito alcuni punti chiave.

Come si procederà? In pratica i momenti saranno tre e coincidono con la “programmazione” operata dal presidente Enzo Iacopino su proposta di alcuni consiglieri di Autoinomia.

Innanzitutto le proposte e i suggerimenti dei consiglieri nazionali che hanno partecipato alla discussione. Poi la riunione della consulta dei presidenti degli Ordini regionali che a loro volta sono chiamati a esprimersi. E infine il confronto con Fnsi e Inpgi.

Il meccanismo base della formazione, così come per le altre categorie professionali, sarà basato sui crediti. Nel senso che la partecipazione a un seminario o a un convegno inseriti dall’Ordine nei programmi di formazione darà diritto a un tot di crediti fino ad arrivare alla soglia minima (venti l’anno) per non incorrere in sanzioni.

E qui un primo appunto di alcuni consiglieri che hanno fatto notare come venti crediti equivalgono a poche ore di formazione e che sono meno della metà di quelle svolte dai medici (cinquanta).

Una critica obiettiva che potrebbe portare a stabilire un regime iniziale transitorio. Ossia, anche tenendo conto della novità e quindi delle inevitabili problematiche organizzative iniziali, si potrebbe iniziare con venti crediti che progressivamente potrebbe salire a quaranta cinquanta.

Ma è evidente che difficoltà organizzative a parte (che potrebbero incidere soprattutto sulle regioni meno ricche sotto il profilo editoriale) l’altro grande problema che bisogna affrontare è quello delle garanzie circa l’espletamento effettivo del diritto-dovere della formazione.

Insomma, come si fa a garantire ai colleghi che la partecipazione alla formazione rimanga un pio desidero dell’interessato frustrato dalle esigenze di lavoro? Il problema è delicatissimo ma in qualche modo va affrontato per evitare la beffa di una sanzione per quei colleghi che ben volentieri avrebbero frequentato una giornata di formazione ma che sono stati costretti a rinunciarvi per l’ordine di servizio del capo servizio, del capo redattore e o del direttore.

Per affrontare questo nodo sarà sicuramente utile il confronto con l’Inpgi e soprattutto con la Fnsi.

Del resto il tempo stringe. Secondo il governo entro il 12 agosto la riforma dell’Ordine dovrà decollare. Questa data è l’unica certa anche se l’eventualità di una proroga non si può escludere. Anche perché i punti ancora oscuri sul progetto di riforma sono parecchi. Un solo esempio che non a caso ricade sulla formazione. Il governo ha, infatti, stabilito che per l’iscrizione all’Ordine sarà indispensabile l’esame di Stato. Bene, se questa norma dovesse essere confermata, quanti dei 60mila pubblicisti che non l’hanno sostenuto provvederanno a uniformarsi alla legge? E quindi, di conseguenze, quale sarà il numero effettivo dei “soggetti” della formazione: i 108 mila giornalisti iscritti oggi ai due elenchi (professionisti e pubblicisti) oppure un altro numero ridimensionato? Vedremo. Per intanto occhi puntati sulla formazione. Come sarà lo si decide in queste settimane e sarà comunque una svolta epocale per i giornalisti di oggi e quelli di domani.

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