Giornalisti, giudicati da chi?!

No così non va. La maggioranza del Consiglio nazionale dell’Ordine ha approvato un regolamento dei nuovi collegi disciplinari (quelli voluti dalla ministra Severino) che ne mina autonomia e credibilità. Nella dichiarazione di voto di Michele Urbano ecco le motivazione del “no” dei consiglieri che si riconoscono nell’area di Autonomia e Solidarietà: motivazioni però fatte proprie, al momento del voto, anche da altri consiglieri. 

di Michele Urbano

Quello votato è un regolamento dei collegi disciplinari che nasce sullo sfondo di una grande confusione, destinata ad alimentare la delegittimazione della libera professione giornalistica. Non è un problema di pubblicisti sì, pubblicisti no.

Sappiamo perfettamente che, causa una deregulation che in questi anni non ha conosciuto limiti, oggi per un giornalista senza contratto l’unico modo per avere una identità professionale è iscriversi all’elenco dei pubblicisti. Ma sappiamo altrettanto bene che nel mondo del pubblicismo, dal 1963 (anno in cui nasce l’Ordine) ad oggi si è formata una fascia di iscritti che tutto fa – o ha fatto – meno che il giornalista e che fra l’altro risulta  funzionale a una spartizione di cariche nelle istituzioni rappresentative della categoria, in primis l’Ordine. E’ per questo che ci battiamo per un Ordine che superi una divisione ottocentesca e sancisca che giornalista è chi fa il giornalista. Naturalmente potendolo dimostrare con i fatti.

Innanzitutto con il pagamento dei contributi all’ente previdenziale del giornalisti: Inpgi e inpgi2. Nel regolamento approvato dall’Ordine nazionale di questo non c’è più traccia. Cancellato. Il motivo? Per molti consiglieri pubblicisti quella limitazione – dimostrare di esercitare la professione giornalista e pagare regolarmente i contributi all’Inpgi (1 o 2) – sarebbe equivalsa all’esclusione dai collegi di disciplina.
Peccato però che la possibilità che a giudicare un giornalista sia un “non giornalista” crei un vulnus nella credibilità del collegio giudicante. Ve lo immaginate un medico giudicato sulla deontologia da un commercialista o un avvocato da un ingegnere?
Non è questo il solo motivo per giustificare il nostro no al regolamento disciplinare.
C’è un altro motivo, più generale, che coinvolge nella critica la classe politica. Che niente ha fatto in questi anni per riformare la legge del 1963, adeguandola agli straordinari cambiamenti della professione giornalista e recependo le proposte di cambiamento che gli stessi giornalisti avevano presentato. Così nulla cambia.
A partire dall’accesso. La via universitaria al giornalismo rimane nel cassetto: l’ingresso nella professione rimane multi canale (professionista, pubblicista, praticante d’ufficio, elenco speciale). E il titolo di studio minimo resta la terza media. Nulla cambia per il numero spropositato dei consiglieri nazionali – che il prossimo anno supererà i 160 – con enorme spreco di danaro e di energie per un organismo di sempre più difficile gestione. Resta inoltre congelata la possibilità per i pubblicisti che esercitano la professione giornalistica di vedersi riconosciuto lo status di professionista. Insomma, la definizione dell’identità del giornalista del terzo millennio rimane sospesa nel mondo dei desideri.
Di fatto, a regolarne immagine e comportamenti rimane una legge nata quando in Italia c’erano solo due canali Tv (primo e secondo, per poche ore di trasmissione al giorno).
Il governo Monti non è partito dalla testa ma dalla coda, secondo un modo di procedere surreale. Ha provveduto ad assegnare all’Ordine la programmazione della formazione e a istituire i collegi disciplinari: in questo modo si definisce chi debba gestire la formazione e la deontologia, ma non si definisce chi siano i soggetti della formazione e della deontologia.
Ed ecco spiegata la grande confusione che regna sotto i cieli della libertà d’informazione.
Ecco spiegato come mai i “non giornalisti” diventano i padroni della deontologia col risultato di clamorose assoluzioni avvenute contro ogni logica e prova.
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I colleghi che hanno votato contro questo assurdo regolamento, purtroppo senza riuscire a fermarne l’approvazione sono stati:
Giorgio Balzoni, Tiziana Ferrario, PaoloTrombin, Oreste Pivetta, Ida Baldi, Alberto Vitucci, Saverio Paffumi, Paolo Giovagnoni, Michele Urbano, Claudio Visani, Antonella Cardone, Laura Trovellesi Cesana, Paola Spadari, Gabriella Guidi, Franco Nicastro, Giuseppe Bicci, Beppe Errani, Nicola Marini, Giuseppe Murru, Pierpaolo Bollani, Guido D’Ubaldo, Stefano Natoli, Lucio Bussi, Gianni Bazzoni, Fiorenza Sarzanini, Filippo Paganini, Chiara Longo Bifano, Gianfranco Ricci, Silvia Resta, Gian Paolo Boetti, Carlo Verna, Remo Guerra, Elisabetta Palmisano, Luisella Seveso, Giuseppe Vecchio, Franco Elisei, Luigi Cobisi, Maria Teresa Celotti, Laura Incardona, Pino Rea, Marco Roncalli, Marzio Quaglino, Marco Tosatti, Giorgio Acquaviva, Alessandro Mantovani, Paolo Tomassone, Giancarlo Ghirra.
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