Chi siamo

GLI IMPEGNI DI NUOVA INFORMAZIONE

(documento rivisto e aggiornato per rispondere con rinnovato impegno alle radicali trasformazioni della nostra professione e dei suoi istituti; pubblicato il 22 giugno 2016, ma lasciando, in coda, doverosa documentazione delle precedenti elaborazioni)

In questo 2016, mentre accenna a posarsi la polvere di una crisi economica globale, si riesce a percepire forse qualcosa del panorama futuro del giornalismo.
È uno scenario terremotato, di macerie e di strutture incrinate, pericolanti, instabili.
Un settore il cui fatturato complessivo, in Italia, si è sostanzialmente dimezzato. Una professione le cui caratteristiche sono forse perdute, sicuramente da ridefinire. Un mestiere superato dallo sviluppo tecnologico. Un mondo che si racconta e si rappresenta attraverso il flusso continuo di dati e vuoti, tra nicchie e mainstream intrecciati in maniera convulsa. Uno stravolgimento dei tempi e dei modi che non offre più quei riferimenti e quegli schemi che per lungo tempo, quasi un secolo, costituivano il background comune nell’alleanza tra “giornalista” e “lettore”.
Pur nella convinzione che il ruolo e le funzioni del giornalismo nella società siano destinati a permanere non si può pensare che possano invece permanere le sue strutture e le sue forme.

A chi deve dare retta il cittadino?
La riconoscibilità del giornalista, anche in assenza di autorevolezza, non è più legata alla riconoscibilità e all’autorevolezza del medium per cui lavora o che veicola il suo lavoro. “C’è scritto sul Corriere”, o “l’ha detto il Telegiornale” erano patenti di affidabilità che oggi non bastano più.
Se il cittadino ha il diritto ad essere informato correttamente per poter poi deliberare deve anche poter sapere quali delle innumerevoli fonti di messaggi a cui è esposto sono affidabili. Paradossalmente il ruolo tradizionale attribuito all’Ordine dei Giornalisti sembra oggi ancora più importante che in passato. Accesso alla professione, promulgazione di linee guida deontologiche, formazione degli iscritti, vigilanza sulla correttezza professionale, tenuta dell’elenco degli abilitati, potere sanzionatorio fino alla radiazione: non importa forse quale organismo debba svolgere queste funzioni, ma è fondamentale che queste funzioni siano svolte in maniera rigorosa e pubblica.

A giudicare dalla qualità dell’informazione oggi disponibile salta immediatamente agli occhi la profonda, quasi disperata necessità che il giornalista abbia una formazione solida; le cognizioni di base di numerose discipline sembrano sfuggire di mano in continuazione, elementi di economia, diritto, storia, geografia, matematica, scienze sembrano troppo spesso assenti nel bagaglio culturale della categoria. Come ci si può affidare a chi confonde i milioni con i miliardi, i fatturati con i ricavi, lo stipendio netto col costo aziendale, l’avviso di garanzia con il rinvio a giudizio, o peggio ancora a chi non sa più scrivere e parlare un italiano corretto, minimo indicatore dell’attenzione al proprio ruolo?

Da tempo Nuova Informazione sostiene la necessità di una profonda riforma dell’Ordine e insieme ai colleghi di “liberiamo l’informazione” ha condotto l’ultima campagna per l’autoriforma. Ora sembra avvicinarsi il momento dei provvedimenti legislativi, dopo l’approvazione in senato della delega al governo dovremo tutti spingere perché la montagna non partorisca una pantegana.

Gli obiettivi sono quelli che con coerenza sosteniamo da tempo, l’accesso unico, il Giurì, il requisito della posizione contributiva attiva all’Inpgi, un reddito minimo da attività giornalistica per accedere all’albo. Se la riforma dovesse fermarsi a metà strada riprenderemo il cammino.

Tuttavia c’è un tema ulteriore da definire, che riguarda anche l’albo professionale ma è sotterraneamente all’ordine del giorno per tutti gli Enti di categoria, ed è la platea di riferimento. In più sedi si è discusso della possibilità che ci sia una regolamentazione ordinistica anche per i professionisti della comunicazione, ma anche che nuove professionalità e nuove mansioni vengano introdotte nella contrattazione, che altre categorie contigue abbiano la contribuzione all’Inpgi, che si apra la previdenza complementare a chi non ha un rapporto di lavoro regolato dai contratti FNSI, che la Casagit ampli la sua attività al di fuori del mondo dell’informazione, e alcuni di questi processi sono già avviati. Come possa essere governata questa evoluzione e se possa essere condotta a un processo unitario e coordinato è uno dei temi su cui la categoria dovrebbe trovare una unità di intenti, tenendo conto del fatto che il giornalismo è un concetto sempre in evoluzione e differenziazione.

Questi sono tra i temi su cui si giocheranno, e si stanno giocando, le partite contrattuali. Il terreno centrale è quello dell’inclusione, la definizione cioè di un inquadramento da lavoratori dipendenti di giornalisti che oggi sono fuori dalle tutele, vuoi perché inquadrati ( scorrettamente ) come autonomi o parasubordinati vuoi perché svolgono mansioni non previste da una contrattazione ancorata al passato. Il contratto FIEG-FNSI va modificato, si potrebbe dire aperto, in modo tale da trasformare le figure intermedie tra l’articolo uno e il freelance da autonomi a dipendenti. Non si tratta solo di regolarizzare gli abusivi, quello è un problema di applicazione del contratto, si tratta invece di affermare che esiste una pletora di giornalisti che lavorano stabilmente per una azienda e che possono essere assunti anche se non come articolo uno. Ampliare, generalizzare e sfruttare il buon vecchio articolo 2 ( e 12 ) in un’epoca che scopre lo smart working, o lavoro agile, affermando che noi già potremmo essere molto avanti su quella strada. Contemporaneamente dovremo capire se web master, web editor, web designer, social media manager e chi più ne ha più ne metta sono figure giornalistiche, analogamente a giornalista grafico o telecineoperatore, oppure no. E quelle che rispondono a certi criteri dovranno entrare nel contratto, in quello che oggi è l’articolo 11.
Su questo la Federazione dovrà proporre ai confederali, che hanno problemi analoghi ai nostri, un modo di condivisione dei termini e di demarcazione dei confini di competenza contrattuale.

La riforma dell’Ordine è prevista come delega al Governo in un provvedimento che contiene altri elementi cruciali, come la revisione degli ammortizzatori sociali, l’equo compenso, le nuove provvidenze per l’editoria e l’emittenza locale. La definizione di queste partite influenzerà necessariamente le partite contrattuali, con Fieg e Aeranticorallo, e avrà degli effetti rilevanti sia per l’occupazione sia per i nostri enti economici. La nostra posizione a favore del massimo rigore nel coniugare sostegno pubblico, pluralismo, qualità e buona occupazione dovrà essere ancora più forte in uno scenario in cui si prevede di attingere anche al canone, per una quota fino a cento milioni, per finanziare altre aziende oltre al servizio pubblico.

Ma non sono solo i contratti a richiedere un robusto ammodernamento, non basta la riforma dell’Ordine, tutti i nostri Enti andrebbero ripensati. Fnsi, Inpgi e Casagit hanno organismi assembleari pletorici nei numeri e farraginosi nei sistemi elettivi, e il ciclo continuo delle tornate elettorali e l’inutilità di molti ruoli, ruoli che comportano quasi solo una riga in più sul biglietto da visita, è uno dei motivi della disaffezione della categoria verso la partecipazione non solo al voto, ma alla vita associativa. E contemporaneamente pochi, troppo pochi colleghi si impegnano attivamente, anche per la mancanza di un percorso formativo dei quadri, sindacali e non solo.
Pensiamo alla Lombardia, dove l’Associazione ha uno Statuto del 1999 mai ratificato dal Consiglio Nazionale, e lo Statuto del Circolo della Stampa, per quel che conta, prevede la figura del maggiordomo. Da quindici anni in qua l’ALG ha avuto tre, o forse quattro, commissioni incaricate di proporre un nuovo statuto; nessuna è riuscita a terminare i lavori. Lo stesso destino hanno avuto i lavori dell’ultima commissione statuto all’Inpgi e la riforma dello statuto federale portata al congresso di Bergamo. I nostri organismi vivono ancora nel secolo scorso, il secolo dei giornalisti ricchi e delle casse piene. Quando Inpgi e Casagit non potranno più contribuire alle casse del sindacato non vorremmo svegliarci di soprassalto, arriviamoci preparati e anzi, iniziamo da oggi a studiare l’equivalente di un bilancio consolidato della categoria. Senza demagogia, onestamente, guardando in faccia la realtà e riconoscendo che certe spese sono inutili e altre, forse, insufficienti.
Abbiamo assistito a un canaio vergognoso, disinformato e mistificante sugli emolumenti della Presidente dell’Inpgi; non può e non deve essere quello il metodo del confronto. Secondo noi quell’emolumento è giusto, per quell’incarico in questi tempi, ma non ci nascondiamo che si è parlato di quello anche per non affrontare il problema vero, quello delle risorse da dedicare al lavoro che oggi può essere solo volontario e di quelle buttate per ruoli e lavori inutili o inesistenti, in tutti i nostri organismi.
I vertici dell’Inpgi sono chiamati a un compito non da poco: completare una riforma che, se non ci fosse stata la reazione rabbiosa di chi sosteneva a priori che fosse insufficiente ma anche troppo pesante, sarebbe già in vigore da un pezzo. Ora il lavoro va completato, approfittando anche delle novità normative e facendo tesoro di ogni risvolto, purché utile, del dibattito che c’è stato. Una parte della categoria ha dimostrato di avere un concetto singolare della solidarietà, ma il fatto che tutti i giornalisti dipendenti versino un contributo al fondo di perequazione delle pensioni senza lamentarsene mai ci fa comprendere che i sacrifici, se ben spiegati, siamo pronti a farli. E sulla questione del patrimonio, che da tanti anni come nuova informazione abbiamo sostenuto andasse riallocato perché troppo sbilanciato sul mattone, bisognerà procedere con decisione. Chi sostiene che gli immobili vanno venduti al meglio per garantirgli la pensione non può sostenere che però ha anche diritto a uno sconto del 30% sul prezzo di acquisto, a meno che accetti un taglio di pari entità sulla sua pensione futura. Saranno anni di polemiche furiose da azzeccagarbugli, non dobbiamo farci impressionare dal volume di fuoco di chi non ha di meglio da fare che cercare di rottamarci per potersi sedere sulle macerie, indipendentemente dal nuovismo, renziano, grillino o leghista, in nome del quale si erge a unico, o unica, competente in materia.

La riforma degli ammortizzatori sociali attuata dal governo Renzi attraverso il jobs act rende necessaria una riflessione su quali possano essere le scelte in materia di FNSI e Inpgi, a partire dalla allocazione della aliquota dello 0,60% introdotta nel 2009, ma è anche giunto il momento di adottare la maggiorazione contributiva per i contratti a termine, in linea con la condivisa richiesta di un costo maggiore per il lavoro precario.

Tutti noi siamo chiamati a una sfida che può e deve essere affrontata con spirito fortemente riformista e con coraggio, assumendoci responsabilità non da poco e esigendo che altrettanta responsabilità venga assunta dalle imprese e dallo Stato.

Milano, 22 giugno 2016

 

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CHI SIAMO, OGGI E IERI

Carta d’identità (dicembre 2011) – Come tutti i movimenti siamo un corpo vivente, che cresce, si modifica,ha memoria delle radici e progetti per il futuro. Quindi ogni tanto la “carta d’identità” scade e va rinnovata. Riportiamo dunque la sintesi più recente, pubblicata nel novembre 2011 in appendice al nostro quaderno “Lo scudo di carta” (convegno, sull’informazione come baluardo delle libertà , nel 150° dell’Unità d’Italia). In coda restano “pezzi” ed interviste  precedenti, perché i documenti non van distrutti. E la foto di gruppo? la trovate cliccando su I nostri delegati….

NOME. Nuova Informazione. Una componente della Fnsi – Federazione nazionale della stampa italiana -, ossia del sindacato nazionale dei giornalisti. Il quale, essendo un sindacato unitario, ha al proprio interno posizioni di diversa colorazione. Quella più democratica e solidale, diciamo pure di centrosinistra, si chiama Autonomia e Solidarietà. E qui ci potremmo fermare, ma siccome i lombardi hanno sempre avuto questa fissazione della specificità (“siamo unitari però diversi”) i giornalisti di A&S al di qua del Po prendono il nome di Nuova Informazione. Puro nominalismo, per carità, da addebitarsi al dna di Carlo Cattaneo.

LUOGO E DATA DI NASCITA. Milano, 1986. Siamo nati da una sconfitta, anche se a differenza dei Serbi non ne traiamo vanto. Nell’aprile dell’86, al congresso di Acireale, l’allora forza di sinistra che si chiamava Rinnovamento venne sconfitta e si sciolse. Dalle ceneri nacque dapprima una sorta di laboratorio di idee e progetti, che prese il nome dal luogo d’incontro, Fiesole (non a caso il nostro nome per intero è Nuova Informazione – Gruppo di Fiesole), e successivamente si strutturò in componente organizzata. Ossia in Autonomia e Solidarietà, presente ora in tutte le istituzioni della categoria, dove al governo e dove all’opposizione: sindacato, ordine, previdenza di primo e secondo pilastro, cassa mutua…

PROFESSIONE. Giornalisti “impegnati”, come si sarebbe detto una volta: tanto nella difesa dei diritti di lavoro dei colleghi e dei loro doveri deontologici, quanto nella difesa a oltranza della libertà d’informazione. E fin qui niente di originale. Però Nuova Informazione si è anche caratterizzata negli anni per un suo crescente coinvolgimento in battaglie civili e in iniziative culturali. Dalla militanza antifascista nell’Anpi (i GiAnpi) alle rappresentazioni teatrali sulle intercettazioni (In galera!), dall’impegno per le donne (Usciamo dal Silenzio, Giulia) alla libertà d’espressione (Articolo 21), dalla lotta per la rappresentanza (Sciarpa bianca sul tricolore, 50e50) alle decine di convegni di cui questi “quaderni” sono solo parziale testimonianza.

LE PRECEDENTI CARTE D’IDENTITA’

Il “CHI SIAMO” del 2009 – Son passati oltre dieci anni ed è cambiato il secolo e addirittura il millennio da quando le parole che trovate qui sotto vennero scritte. Nel frattempo è successo di tutto, inclusi due contratti di lavoro, che sarebbero stati tre se l’ostruzionismo degli editori non ci avesse “tirati in là” oltre ogni decenza. Le persone che vengono citate hanno talora cambiato città, pur mantenendo un legame con Milano, e redazione, oltre che incarico, taluni sono in pensione, mentre altri colleghi si sono affacciati all’impegno negli organismi di categoria. La vita nel frattempo è diventata più difficile e non solo per i giornalisti. La crisi economica, la crisi dei modelli, la radicale modifica dei tempi e dei supporti delle informazioni che hanno cambiato la stessa proposta informativa e di conseguenza l’organizzazione del lavoro… Anche noi dunque abbiamo dovuto interrogarci sul significato attuale del nostro “mestiere” e sull’attuale organizzazione del lavoro. Mentre attorno chiudevano testate e ormai metà del lavoro giornalistico era/è lavoro autonomo, la categoria s’è trovata ad affrontare nuovi problemi mentre i vecchi non erano risolti (conflitti d’interesse nelle proprietà, concentrazione della distribuzione, il duopolio televisivo che draga quasi il 90% della pubblicità…). E, fra i nuovi, un assalto senza precedenti alla libertà di stampa, aggravato dalla crescente precarizzazione dei giornalisti. Quindi chi siamo, oggi? La nostra “ragione sociale” non è cambiata. Nuova Informazione è sempre lì,  abita diciamo uno spazio laico e democratico che definire “di sinistra” è ormai riduttivo (ricca com’è di contributi eterodossi…), ha una gestione di gruppo, non verticistica , e dunque faticosa, antropologicamente diremmo che segue uno schema matriarcale e non patriarcale, cioè orizzontale e non piramidale, ma proprio grazie a ciò è inquieta, creativa, in perenne aggiornamento. Se proprio si vuole una definizione, diciamo che N.I. è la versione territoriale (lombarda) e rigorosa (un tot calvinista forse) della componente nazionale di Autonomia e Solidarietà. Da quando le righe che leggete qui sotto furono scritte, di alleanze e movimenti entro il sindacato unico dei giornalisti ce ne sono stati molti, mentre cambiavano gli statuti, gli istituti di categoria da quattro (Fnsi il sindacato, Inpgi l’ente previdenziale, Ordine un unicum nel mondo occidentale e pure orientale, Casagit l’assistenza sanitaria integrativa) divenivano cinque (Fondo di previdenza complementare), ma conta sapere che nel frattempo è diventato prima carsico e poi anche risorto il laboratorio di idee da cui è sorta A&S, cioè il Gruppo di Fiesole. Non che fosse mai morto, semplicemente gli incontri erano sempre più radi e, diciamolo, noiosi. Nuova Informazione ne teneva viva la fiammella, non solo nel logo, ma soprattutto nello spirito, poichè gli interessi e l’attività di N.I. non hanno razzolato solo entro il recinto della categoria o della sola libertà di stampa (pur avendo contribuito ad “Articolo21”). I rapporti con l’Anpi e i centri studi sulla Resistenza, con i movimenti per i diritti civili, con il territorio, le battaglie di genere, le alleanze con sindacati e associazioni su temi specifici hanno coinvolto N.I. nella costruzione sì di riflessioni (convegni, convegni!) ma soprattutto di iniziative concrete, di scrittura, di piazza, di messe in scena teatrali, di proposte di legge. Talora con risultati più gratificanti di quelli ottenuti dalla/nella categoria.  La riforma dell’Ordine – scritta riscritta discussa a sangue, la cui stesura finale “migliorativa” rivendichiamo, alla fine non veniva ancora approvata dal Parlamento – sembra una storia infinita. Qualche conquista strategica in più lungo la via del sindacato “dei giornalismi” e poi molto olio di gomito tattico: vertenze, paritetiche, integrativi, convenzioni, insomma amministrazione.  Poi, nel 2008, come spesso accade in tempi di forte difficoltà, s’è sentita impellente l’urgenza di uscire dalla gestione quotidiana e di tornare alle ragioni fondative. Il bisogno, nell’aria, è stato tradotto da un gruppo di volonterosi, tanti i giovani, nella rianimazione di Fiesole, tornata a riunirsi e far progetti. Naturalmente con la nostra partecipazione, noi che movimentisti non  abbiamo mai cessato di esserlo – “e io modestamente lo nacqui…” -,  sempre lì a discutere, battagliare e analizzare il nuovo e proporre interpretazioni e soluzioni, con grandi dubbi e altrettanta passione.  Ma al contempo aprendoci a nuove sintonie sindacali – mantenendo la nostra identità -, perchè era cosa giusta in un momento difficile per l’occupazione, perchè solo così il contratto unico finalmente rinnovato sarebbe stato anche unitario, perchè le antiche divisioni sembravano e sono bazzecole a fronte dei tentativi di condizionamento e azzoppamento della libertà di espressione. Insomma noi siamo questi, ma anche quelli di prima. Ma soprattutto siamo quelli di un domani sindacale democratico da difendere con le unghie e coi denti. Insomma è difficile fare una foto statica di una realtà in cammino… , ma Nuova Informazione è esattamente questo: un movimento in movimento. Panta rei. Comunque una cosa almeno l’abbiamo imparata: a scrivere LA DATA anche sotto il “chi siamo”. Oggi è il 20 agosto 2009…. M.C.

CHI SIAMO del giugno 1998 – Raccontare la genesi di Nuova Informazione, è un po’ raccontare il nostro modo di essere, il nostro modo lavorare, sempre “in avanti”. Dunque capita ogni tanto che i colleghi piu’ giovani chiedano, incuriositi, ragione di quella dicitura “gruppo di Fiesole” posta accanto al nome della lista sindacale o accanto alle liste volta a volta per le elezioni dell’Inpgi, dell’Ordine, della Casagit, del Fondo, ma anche dei cronisti e dei pensionati… Un riferimento ad una filosofia piu’ generale, un codice d’appartenenza. Ma come sempre, la cosa piu’ difficile, se non si è vacui ed arroganti -e noi contiamo davvero di non esserlo… – è raccontarsi. Cominciò così lo scaricabarile. Fallo tu, no pensaci tu. Finche’ decidemmo, in ciò tutti d’accordo, ch’era meglio affidare l’incarico alla terziarietà di giudizio d’un giovane. Ci guardammo intorno e la cosa  piu’ vistosa in cui inciampò lo sguardo – due metri d’altezza per due metri di diametro o quasi- fu Ettore Colombo. Il quale si  prestò volentieri alla fatica. Che iniziava con una domanda:”No, ma perche’ intervisti me? Senti piuttosto Bruno, no senti Aldo, anzi senti Raffaele, senti Alessandra o Mimosa…” in una circolaritàche tornava sempre al punto d’origine: Piero Scaramucci. Che di mestiere fa, in un certo senso, il fondatore. Visto che ha posto la prima pietra del gruppo di Fiesole e prima ancora era stato fondatore di Radiopopolare e, nella notte dei tempi, fu tra i fondatori del Bollettino di Controinformazione e, ma ormai siamo al giurassico, della prima Lotta Continua. Ecco dunque il testo, nella speranza che sblocchi l’imbarazzo e che altri, finalmente, trovino la voglia e il tempo di raccontare un passato che non è passato, poichè vive nelle lotte di tutti i giorni e nei seminari e nei convegni in cui continuiamo ad interrogarci sul senso di questo nostro mestiere.
Una curiosità: il tesserino di cui parla Ettore l’ha regalato a Piero il figlio di Mauro Rostagno (che qualcuno ricorderà: leader del movimento studentesco a Trento e poi di Lotta Continua, fondatore di Macondo a Milano e poi della comunità Saman in Sicilia dove venne ucciso dalla mafia) come un testimone di continuità che passa di mano in mano, di padre in figlio, di generazione in generazione. Come spero sarà anche del nostro impegno sindacale.  Marina Cosi

    INTERVISTA di ETTORE COLOMBO a  PIERO SCARAMUCCI

“PIERO, MA COS’ERA IL GRUPPO DI FIESOLE?”

Piero Scaramucci, alle pareti del suo ufficio nuovo di zecca all’interno della redazione nuova di zecca di Radio Popolare, a Milano, che dirige con piglio gentile ma deciso da vent’anni, ha appesi un bel po’ di ricordi. Quello che più mi ha incuriosito riguarda un tesserino stampa di Mauro Rostagno, l’ex esponente di Lc e fondatore della comunità di Saman ucciso dalla mafia tanti anni fa. Per pudore non ho chiesto nulla, non fosse altro perché sono venuto a trovarlo per intervistarlo su tutt’altro, cos’era alla nascita il gruppo di Fiesole. Intervista no profit, sito no profit – quello della “nostra” componente, Nuova Informazione – lavoro no profit, quello di chi – ancora oggi e forse più di ieri – s’impegna a tempo pieno o parziale nel sindacato.

Direttore, so che ti schermisci perché non pensi di essere stato l’unica protagonista di quella stagione, ma puoi raccontare a tutti noi quando e perché è nato il “Gruppo di Fiesole”?

A metà degli anni Ottanta, direi, dopo un congresso della Fnsi tenutosi ad Acireale del quale, riordinando le carte del mio studio, ho perso la data e i documenti, ma di fatto dopo la sconfitta che l’allora componente che potremmo definire di “centro-sinistra” ante litteram, quella che si chiamava “Rinnovamento”, storica corrente della Fnsi, e che proprio a quel congresso, dove prevalse la destra, o meglio i craxiani, allora capitanati da Giuliana Del Bufalo, si sfasciò definitivamente. Un piccolo gruppo di giornalisti, a quel punto, convocò un’assemblea e scrisse un documento che più o meno diceva così: “il sindacato si è sfasciato, il quadro politico è pessimo (c’era Craxi, al governo), i rischi per la libertà d’informazione sono tanti, ma il peso dei partiti – di tutti i partiti – sul sindacato si è fatto eccessivo, bisogna ricominciare da capo, anche perché – se il sindacato è a pezzi – la domanda di sindacato è invece ancora forte”. Ecco, sulla base di questo documento e di queste idee ci siamo convocati, attraverso un tam tam di telefonate e incontri, presso il centro studi della Cisl di Firenze, che si trova ai bordi della città, quasi al confine del comune di Fiesole. Non so perché, ma venne fuori questo nome, “gruppo di Fiesole”, che fece arrabbiare tantissimo i fiorentini. “Ma come, dissero, qui siamo a Firenze, mica a Fiesole!”. Insomma, niente, il gruppo si chiamò così e ci ritrovammo a fare due giorni di dibattito intenso e bellissimo, insieme a un centinaio di colleghi giunti da tutt’Italia. Ricordo, tra i promotori, Giuseppe Giulietti, attuale deputato, allora leader del sindacato interno Rai, l’Usigrai, Bruno Ambrosi, oggi presidente della Scuola per la formazione al giornalismo, e allora giornalista Rai nella sede di Milano, proprio come ero io, allora.

Di quali temi avete discusso a Fiesole, come siete usciti da lì e per fare che cosa, da allora in poi?

Il dibattito, come ti dicevo, fu splendido, molto “alto”, per capirci, ma discutemmo un po’ di tutto, affermando sostanzialmente due principi cardine: il primo, la difesa della libertà dell’informazione, allora fortemente minacciata dal potere politico, e il secondo, la necessità di una ripresa dell’attività sindacale su altri criteri, rispetto al passato. Erano presenti pochi quadri sindacali uscenti, a Fiesole, e il gruppo dichiarò esplicitamente che non voleva trasformarsi nell’ennesima corrente sindacale, ma diventare un luogo di elaborazione e di discussione aperto a tutti. Non a caso, nel corso degli anni, da quando cioè quello di Fiesole divenne un appuntamento fisso, prima semestrale e poi annuale, da noi passarono giornalisti di tutte le correnti e le aree, perché eravamo davvero aperti a tutti.  Non a caso, quando si ricostituì una componente sindacale di centro-sinistra, quella che oggi si chiama “Autonomia e solidarietà” a livello nazionale e “Nuova Informazione” a livello lombardo, la nostra posizione fu quella di tenere sempre ben distinto il “Gruppo di Fiesole” dal necessario lavoro delle aree sindacali, come anche dai vari soggetti politici che allora erano presenti sulla scena. Oggi, forse, non ci si rende conto di quanto fu decisiva e insieme difficile, quella battaglia di principio, ma allora eravamo in piena Prima Repubblica e la cappa asfissiante del tentativo di condizionamento politico era fortissima. A Fiesole e negli appuntamenti successivi – che andarono avanti fino al 1995, una decina d’anni, in sostanza – discutemmo del merito dei problemi: dell’attività giornalistica, della libertà di stampa, della normativa della professione e dei contratti, del sistema radiotelevisivo e delle concentrazioni editoriali, facendo uscire da quegli incontri idee, indicazioni, spunti per dibattiti, proposte di legge, iniziative.

Quale bilancio trai dall’esperienza di Fiesole e cosa credi che resti del suo spirito nel sindacato?

Guarda, innanzitutto vorrei dire che tutti i tentativi di etichettare Fiesole come un covo di giornalisti “comunisti” o “di sinistra” sono sempre falliti proprio perché Fiesole era molto di più: aveva chiamato a raccolta tutti i giornalisti “democratici” del Paese e si è tenuta sempre lontana dalle componenti, anche quelle più vicine al suo spirito. Oggi possiamo considerare Fiesole un’esperienza storicamente datata e irripetibile. Personalmente, mi ha riconciliato con la professione, che allora non mi piaceva, e poi ne mantengo il ricordo come di una fase della mia vita intellettualmente e moralmente affascinante. Fiesole ha retto per dieci anni e, a mio parere, ha consentito al sindacato, a tutto il sindacato, un grande passo in avanti, dotandolo di strumenti e riflessioni importanti e approfondite che, nel corso del tempo, hanno dato i loro frutti, ad esempio con l’adozione del nuovo statuto della Fnsi al congresso di Rimini, ma anche più in generale consentendo al sindacato di aprirsi a gruppi e logiche non politico-partitiche, imponendo all’attenzione del dibattito i principi della libertà di stampa e della tutela della professione del giornalista in qualità di portatore di un valore d’interesse pubblico e dunque del diritto/dovere di tutti i cittadini ad essere informati. Senza dire della ventata d’aria fresca che Fiesole portò nella Fnsi, grazie a una miriade d’iniziative pubbliche, convegni, dibattiti, prese di posizione che svecchiarono poi, a cascata, il sindacato e tutti gli organismi di categoria. Fiesole ha esaurito il suo compito storico, ma io vado ancora oggi fiero di aver contribuito a rendere comune a molti le riflessioni nate a Fiesole. Per me è stato un modo molto bello e profondo di vivere la professione, un modo molto difficile, che procura ostacoli e difficoltà, ma che per me è importante e gratificante, oltre che l’unico possibile: quello di intendere questo mestiere come ricerca, continua e critica, da giornalisti liberi, delle notizie.

Ettore Colombo

 

Un Commento

  1. Nuova Informazione
    Pubblicato il 10 febbraio 2011 alle 19:54 | Permalink

    Un contributo alla memoria storica della nostra componente è l’intervento di Raffaele Fiengo dell’8 maggio 2008, sempre di grande attualità. Lo trovate sotto il titolo “Così parlò Raffaele”.

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